Maledetta acqua

Da alcuni mesi le notizie sui migranti erano scivolate nella parte bassa delle homepage e nella pagine interne dei giornali di carta.

Solo la morte di un bambino di sei mesi le ha riportate, per un paio di giorni, sulle prime pagine. Con i commenti beceri e razzisti della stampa di destra e le condoglianze di circostanza della sinistra.

Sembra che la pandemia non ci abbia insegnato niente. Avrebbe dovuto farci capire che la vita è troppo breve e preziosa per sprecarla disprezzando o addirittura odiando popoli più sfortunati di noi che adesso, oltre che con la fame e la guerra, devono convivere anche con il virus.

Ma, evidentemente, l’uomo nero fa ancora paura. E’ sempre un comodo capro espiatorio su cui sfogare la rabbia e la frustrazione accumulate in anni di crisi economica e nove mesi di epidemia. Un bersaglio facile perché tanto non può reagire e, una volta sparito il virus, probabilmente, ricominceremo a colpirlo con violenza. 

Il fuoco del razzismo è ancora vivo, anche se nascosto sotto la cenere dell’emergenza sanitaria. Conosco qualcuno che scherzando, ma non troppo, mi ha confidato che darebbe volentieri il suo 5×1000 al KKK! 

Certo, è un caso limite, ma sono in tanti a non capire che prendersela con i migranti che approdano sulle nostre coste è come prendersela con l’acqua quando c’è un’alluvione.

Forse perché cercare di capire le cause che l’hanno provocata è complicato.

E’ molto più semplice maledire l’acqua.

Complipress

WordPress mi ricorda che due anni fa ho aperto questo blog. Ma dopo qualche settimana avevo lasciato perdere, per poi ricominciare nel luglio dello scorso anno. Avevo intenzione di raccontare fatti e opinioni della periferia e, in parte, l’ho fatto anche se, ogni tanto, un accenno alla politica nazionale, è per me, irresistibile. 

Poi è arrivato il maledetto virus. Quindi avrei dovuto raccontare quello che succedeva qui al nord. Partendo magari dai resoconti quotidiani di mia moglie che è un medico. Avrei dovuto descrivere il silenzio irreale rotto continuamente dal suono  lacerante delle sirene della ambulanze. Farvi sapere che i necrologi del giornale locale che, di solito, occupano una pagina, erano arrivati a riempirne otto. Tra di essi c’era anche quello di mio zio guarito dal covid ma caduto in depressione e morto suicida a causa dell’atmosfera cupa di un paese in lockdown.

L’elenco delle disgrazie sarebbe stato lungo, ma ho preferito non parlarne perché l’atmosfera era già abbastanza pesante ed era meglio non insistere. Inoltre il racconto delle disgrazie non è nelle mie corde. 

Così, una volta messe da parte le cronache locali, ho cominciato a studiare da corsivista, uno dei lavori che mi piacerebbe fare da grande. Temevo che  questa svolta facesse fuggire qualcuno, invece i followers sono aumentati così come i visitatori.

Ultimamente ho trascurato il blog, preso dal lavoro e da impegni famigliari, ma ogni volta che scrivo qualcosa. vi ritrovo sempre tutti.

Un motivo in più per continuare a rimanere in contatto con voi.

Grazie a tutti!

Super Trump

Si dice che i sognatori, gli idealisti e i filosofi abbiano la testa tra le nuvole, perché i loro pensieri volano alti sopra la realtà. Poi ci sono i bambini, i matti e i santi che hanno una visione della realtà talmente chiara ed evidente che, secondo loro, tutti gli altri non possono non condividerla.

Freud scoprì che alcuni, che non sono né bambini, né santi vivono in un mondo tutto loro. Ignorano la realtà che li circonda trovandola particolarmente sgradita. Quindi se ne immaginano un’altra ideale, quasi magica e decisamente per loro più accettabile. In poche parole sono affetti da psicosi.

La stessa diagnosi, resa nota in una lettera aperta al New York Times nel febbraio del 2017, alcuni psichiatri americani l’avevano fatta ad un paziente eccellente: Donald Trump. In particolare mettevano in evidenza la sua insofferenza nei confronti di chi gli faceva notare quanto il suo punto di vista fosse lontano dalla realtà e come, a volte, cercasse di negare o ignorare del tutto avvenimenti a lui sgraditi.

Come è successo in questi mesi durante i quali Trump ha cercato di negare l’esistenza del virus e di minimizzarne gli effetti, nel tentativo di fuggire ancora una volta dalla realtà, ma il virus, alla fine, lo ha raggiunto.

Lui però non demorde e cerca ancora di fuggire. Infatti è uscito dall’ospedale dopo pochi giorni, a quanto pare contro il parere dei medici, ed è tornato alla Casa Bianca da dove ha sparato tweet a raffica in cui sostiene che un virus cinese non può dominare la vita degli americani. Ha anche ricominciato a fare comizi dal balcone senza mascherina imitato dagli astanti.

Qualcuno ha avanzato l’ipotesi che la sua malattia sia stata solo una sceneggiata messa in scena per movimentare la campagna elettorale ,mostrando un presidente supereroe che sfida indomito il virus e lo sconfigge in poche ore.

Ma che sia vero o no, poco importa perché Trump, crede davvero in quello che dice e fa, correndo inconsapevolmente il rischio di essere vittima della nemesi che spesso colpisce chi si ostina ad andare contro la realtà delle cose. Ma intanto fa spettacolo e audience.

Mentre i democratici stanno a guardare e noi aspettiamo la prossima puntata.

Le legge del ma

E’ vero che nella vita anche nei momenti più felici può spuntare come una nube all’orizzonte un ma a rovinare la festa. Anche se, per fortuna, non succede spesso. Invece sui giornali succede tutti i giorni. Fateci caso.

Molti giornali hanno smesso di scrivere che il governo cadrà domani o, al massimo, dopo domani. Allora sono passati al ma. Ad esempio, non perdono occasione per dire che il governo va avanti, ma non decide. E se decide qualcosa come nel caso della gestione delle autostrade e prende la strada della partecipazione statale, arriva puntuale un ma, anzi due. Uno per dire che è un passo indietro. Un altro per spiegare che non è giusto togliere il pane di bocca ai privati.

Il ma diventa un giudizio politico e un boccone indigesto per molti lettori.

Poi c’è un altro argomento dove il ma imperversa da mesi ed è nei resoconti quotidiani sull’andamento dell’epidemia pieni di numeri, che ormai sono meno significativi dei sondaggi di Pagnoncelli. Quasi sempre c’è un ma nel titolo. Ad esempio: calano le vittime, ma aumentano i contagiati, o viceversa. Oppure diminuiscono i contagi, ma a causa del minore numero di tamponi. O ancora. Sempre più spesso succede che ci siano regioni a zero nuovi casi e zero vittime, ma ce ne sono altre dove i casi aumentano. Magari solo di una o due unità. Non importa.

L’importante è piazzare un bel ma.

Effetti collaterali

Tra i tanti effetti collaterali della quarantena a me è capitato questo. La gattina era in lista alla clinica veterinaria per la sterilizzazione. Ma il virus ha bloccato tutto. Quindi due mesi dopo sono mati tre gattini.  Quello rosso sembra il suo preferito.

tre più uno

Mente quello qui sotto è il neo papà quando ha appreso la notizia del lieto evento. Incredulo e perplesso.  Buona domenica a tutti.

Matisse

Lavaggi

Ai tempi del famigerato virus per rimanere in contatto con amici, parenti e conoscenti si telefona spesso. Nelle lunghe conversazioni che ha avuto ho notato un sentimento abbastanza diffuso: l’incertezza del futuro, la mancanza di prospettive, la paura di essere finiti in un vicolo cieco. In una parola, la depressione. Non sembra ancora una vera e propria patologia, un male oscuro, ma è uno stato d’animo che non è facile lasciarsi alle spalle.

Quindi non basta spiegare a chi ne soffre che le cose vanno meglio e che la realtà è migliore dei numeri nefasti che ogni giorno ci piovono addosso. Non si suscita un briciolo di ottimismo nemmeno dicendo che, forse, il virus sta diventando meno aggressivo come dimostra il calo costante dei ricoveri in ospedale e che in tutto il mondo tanti laboratori stanno già sperimentando dei vaccini che potrebbero essere disponibili tra pochi mesi.

Inutile anche azzardare l’ipotesi, che il virus con l’arrivo del caldo potrebbe andarsene come un normale virus influenzale. Alcuni virologi spiegano così la scarsa diffusione del virus al centro sud. Niente da fare. Chi è depresso continua a vedere nero.

Settimane di esposizione continua a televisione e internet dove si danno continuamente numeri più meno a caso sottolineando, ogni volta, i morti e i feriti della guerra al covid hanno lasciato il segno.

Evidentemente i vari media non si sono limitati a raccomandarci di lavare spesso le mani. Ci hanno lavato anche il cervello.

Le mani sulla pizza

Pizza

Ieri sera sono andato a mangiare una pizza con un paio di amici in un locale dove andiamo spesso. Il locale, solitamente pieno, era semi deserto.

Il titolare, che conosciamo da tempo, ci ha detto che da quando è arrivato il virus la clientela è molto diminuita. Loro si sono adeguati alle disposizioni del governo diminuendo i tavoli ed aumentando la distanza tra di essi. Non solo. Hanno anche abbassato i prezzi.

“Ma nonostante il nostro impegno e quello di Di Maio, ha detto il pizzaiolo, la clientela è sempre scarsa. Ce ne vorrebbero tanti come lui che invitassero qualcuno a mangiare un buona pizza, meglio se con le mani, in un locale pieno di gente “

Il primo bacio

Nell’ultima settimana in tv è cambiato tutto tranne una cosa: la pubblicità. Continuano a passare i soliti spot che reclamizzano dolci, detersivi, materassi, automobili e, naturalmente, rimedi contro i sintomi dell’influenza. Che adesso sembrano ancora più inutili di prima.

Ma c’è n’é uno che meriterebbe l’Oscar come peggior spot tra quelli fuori luogo. Soprattutto perché fuori luogo lo era già prima dell’arrivo del famigerato virus.

La scena, che dura solo pochi secondi, vede un tizio con un berretto di lana in testa, il naso rosso e intasato che viene baciato sulla bocca da una ragazza e si lamenta perché, avendo il naso chiuso per i raffreddore e la bocca chiusa dal bacio della ragazza, non riesce a respirare.

Quello che lascia perplessi è il gesto della ragazza che è cosi presa da quel tizio che, anche col naso libero non deve essere un gran che e, oltre a tutto, sembra non apprezzare la sua iniziativa.

Mentre lei, pur di baciarlo, probabilmente per la prima volta, sfida il virus dell’influenza. Evidentemente è spinta da una grande passione visto che non ha saputo aspettare qualche giorno finché al tizio si liberasse il naso. Certo se lo potrebbe liberare subito con l’apposito spray, ma il virus rimarrebbe e quasi certamente lo passerebbe alla focosa e incosciente ragazza.

Dopo di che dovrebbero essere messi entrambi in quarantena. Insieme allo spot naturalmente.

Viaggi virali

In questi giorni virali stiamo riscoprendo quanto sia diventato facile andare in giro per il mondo. Soprattutto grazie ai voli low cost.

Per lavoro o per turismo, basta prendere un aereo per arrivare in poche ore in Cina, alle Mauritius, o nelle sempre ambite Maldive. Qualcuno, per distinguersi, è andato a sciare addirittura in Pakistan.

Ma la facilità di spostamento ci porta, a volte, a sottovalutare i pericoli che si possono correre una volta arrivati a destinazione. Ad esempio un nostro amico era andato in vacanza in Florida, a Miami, ed era rimasto coinvolto in una sparatoria tra narcos e polizia. Per fortuna se l’è cavata solo con una gran paura.

Ma c’è anche chi il rischio se va a cercare. Qualche anno fa i turisti stanchi delle solite mete, sceglievano di passare le vacanze nello Yemen, dove il rischio di essere rapiti era piuttosto alto. Infatti si diceva che il rapimento, di solito breve e incruento, facesse parte del pacchetto vacanza.

Tuttavia anche allontanarsi da casa solo di qualche decina di chilometri può essere pericoloso. Ne sa qualcosa un signore che dal suo paesino di collina in Emilia si è spinto fino a Codogno per andare a ballare la salsa, divertirsi e passare qualche ora in buona compagnia.

Ma poi è tornato a casa in compagnia del famigerato virus.

La nonna diceva che la cosa migliore è sempre stare a casa. Ma certo non in quarantena.