Il treno del si

Votare si? Forse. Votare no? Può darsi: Oppure è meglio scegliere il ni e non andare a votare? La risposta non è semplice. La sinistra è divisa come al solito. Zingaretti invita a votare si, ma lo fa sottovoce, senza convinzione, per il quieto vivere. E’ al governo con i promotori del referendum e un no potrebbe creare attriti indesiderati. Ma Prodi voterà no. Mentre Bonaccini, renziano di ritorno, voterà si. Zanda e Speranza, invece, diranno di no. Mentre qualcun altro, ancora più di sinistra, come Paolo Flores d’Arcais , voterà si.

Per un militante o un simpatizzante del Pd è un bel dilemma. Meglio seguire la linea del partito, come una volta, oppure no. Difendere nuovamente la costituzione nata dalla resistenza o cominciare a cambiarla? Il dibattito politico non aiuta a prendere una posizione. I toni sono pacati, quasi dimessi. Anche la bestia, il rotwailer digitale di Salvini qualche volta abbaia ancora, ma non morde più. Non è più un un nemico da cui difendersi, come era successo in Gennaio, in Emilia Romagna, dove in tanti erano andati a votare contro di lui. Del resto in Italia da decenni non si vota per qualcuno, ma contro qualcuno. Salvini era un bersaglio facile da individuare e colpire. Come lo era stato Renzi e, ancora prima, Berlusconi.

Mentre adesso non c’è più un avversario contro cui scagliare il proprio voto. A meno che non si considerino tutti i politici una banda di fannulloni e incapaci, che prendono stipendi favolosi a spese dei contribuenti, come recita la propaganda populista. Un messaggio semplice e diretto facile da diffondere e far credere, ma difficile da smentire. Come una fake new. Anche in questo caso la semplificazione paga.

Mentre se qualcuno volesse fare una scelta informata e consapevole sul quesito referendario si troverebbe davanti una strada in salita. Dovrebbe leggere articoli lunghi e complicati, pieni di riferimenti a leggi elettorali, articoli della costituzione e a politici del passato. Argomenti complessi che, spesso, lasciano il tempo che trovano. Anzi a volte sono controproducenti. Ad esempio quando cercano di dimostrare che il taglio delle poltrone porterebbe ad un risparmio irrisorio di circa cinquanta milioni all’anno, Per un italiano medio che era milionario con la lira ed è stato impoverito dall’euro e dalla crisi cinquanta milioni di euro, che poi equivalgono a cento miliardi di lire, sono una cifra consistente. Forse è anche per questo che il fronte del si, stando ai sondaggi, potrebbe arrivare al’70% o anche più su.

Mentre tra i politici la situazione appare piuttosto diversa. L’entusiasmo iniziale degli annunci acchiappa-voti di un paio di anni fa si è raffreddato. Anche tra i più accesi sostenitori del taglio dei seggi come i grillini. Forse si sono resi conto che l’esito di questo referendum li riguarda direttamente. Infatti potrebbe tagliare a molti di loro il ramo, anzi la poltrona, sulla quale sono comodamente seduti, che già traballava in vista delle prossime elezioni, a causa della perdita di consensi avvenuta negli ultimi due anni. Poi, con la vittoria del si, i posti disponibili si ridurrebbero ulteriormente, suscitando parecchi malumori.

Anche nei partiti di destra la situazione è simile. Infatti ogni giorno da qualche loro esponente arrivano appelli per il no. Sia pure con toni piuttosto sfumati perché ormai il referendum è come un treno in corsa, carico di si, che è impossibile fermare. Quindi non possono fare altro che prepararsi al dopo voto, magari sperando di attenuarne o annullarne gli effetti. Come accadde anni fa con alcuni quesiti referendari regolarmente votati dalla maggioranza degli elettori, ma rimasti lettera morta.

Comunque, nell’attesa che il treno del referendum, arrivi alla meta, all’ultima stazione dell’antipolitica, chi vorrà vincere facile voterà si. Chi si accontenterà di una vittoria virtuale diserterà le urne, poiché questa. probabilmente, sarà la scelta che farà la grande maggioranza degli aventi diritto.

Mentre gli irriducibili di sinistra, quelli abituati da anni alle sconfitte, ma fieri di appartenere ad una minoranza virtuosa, voteranno no. Convinti che valga la pena di combattere anche una battaglia che sembra persa in partenza. Non si mai.

Colori stonati

Il 2 Giugno in Piazza del Popolo ,a Roma, c’era un caleidoscopio di colori. Infatti oltre ai tre della bandierona italiana srotolata sulla folla, c’erano il verde padania, il nerofumo di FDI e l’arancione dei gilet di Pappalardo. Ognuno dei tre voleva farsi notare più degli altri dopo oltre due mesi di oblio.

La lotta per la maggiore visibilità sembrava riguardare solo Salvini e Meloni, invece, a sorpresa, nelle cronache dell’evento, oltre all’assenza di precauzioni anti covid, ad avere la meglio è stato l’arancione.

A portarlo in piazza è stato un generale dei carabinieri in congedo che ha il cognome di un cantante, ma non è intonato né nella voce, né negli argomenti. Però ha ancora abbastanza fiato per urlare.

Contro il covid che, secondo lui, non è mai esistito, contro il parlamento che sarebbe abusivo, contro il presidente della Repubblica in quanto usurpatore e anche contro tutti quelli, non meglio identificati, che, in Italia e nel mondo, tramano dietro le quinte.

Se l’’è presa anche con Salvini reo di avergli rubato un’intervista.

L’ex felpato si è consolato con una raffica di selfie, come ai bei tempi.

Mentre la Meloni, non si è scomposta più di tanto. Forse le bastava non essere sopraffatta dal verde padania. Poi, magari, ha pensato che, in fondo, il nero va con tutto e quindi anche con l’arancione. un colore vivace che si fa notare.

Mentre verde, nero e arancione non stanno proprio bene insieme. Uno, probabilmente il verde padania, è di troppo.

Se poi sapesse che questi colori sono tutti e tre insieme sulla bandiera dello Zambia…

Luci della ribalta

I gemelli diversi della politica italiana sono tornati per un giorno sotto le luci della ribalta. L’uno nella veste di imputato e l’altro nel ruolo di avvocato difensore. Uno schema classico visto migliaia di volte nelle serie poliziesche televisive, che riesce sempre ad attirare qualche affezionato spettatore.

Certo, gli osservatori più attenti ritengono che Renzi abbia salvato Salvini dal processo solo per fare l’ennesimo dispetto a Conte. Ma intanto lo spettacolo ha fatto audience e ha ribadito che la sorte del governo dipende ancora da lui.

Mentre Salvini ringrazia e si prepara a festeggiare lo scampato pericolo il 2 Giugno.

Probabilmente a festeggiare sarà da solo, visto che Berlusconi e Meloni si sono sfilati adducendo ragioni socio-sanitarie. Ma non importa.

Se sarà solo si noterà di più. Perché lui e il suo omonimo temono più del Covid, della peste bubbonica e del colera, di diventare irrilevanti.

Torneremo

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Torneremo a trovare amici e parenti. Torneremo a fare shopping, a frequentare i cinema, i teatri, i musei, i ristoranti.

Torneremo a parlare dell’ultimo film che abbiamo visto, a discutere dei finti ultimatum di Renzi, degli inutili proclami di Salvini e della devozione di Conte per la sua poltrona e per padre Pio.

Forse per un po’ guarderemo meno la televisione e faremo meno incursioni su internet visto che in questa quaresima ne abbiamo abusato.

Torneremo a godere delle piccole cose come una passeggiata in centro o in un parco, una cena al ristorante o un fine settimana al mare. Sarà bello tornare alla normalità, riprendere le nostre abitudini e dimenticare questo infausto periodo virale, lasciandoci alle spalle le paure.

Alcune, secondo certi filosofi e teologi, dovremmo sempre averle presenti, ma ci intristirebbero la vita e preferiamo metterle da parte.

Come diceva Troisi in “Non ci resta che piangere”.

Alla sera un frate girava per le strade del paese gridando:”Fratello ricordati che devi morire!” E lui rispondeva: ”Adesso me lo segno, cosi me lo ricordo”.

Matteo più Matteo

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“Si sveglia al mattino e pensa.”Perché non sono più a palazzo Chigi? Quello era il posto perfetto per me e invece adesso sono solo un senatore tra tanti. Devo trovare un modo per tornarci.”
“La scorsa estate Renzi approfittando della sbronza balneare di Salvini ha favorito la nascita del nuovo governo nel quale pensava di avere un ruolo decisivo, ma così non è stato.

Allora si è inventato un partito sperando che quelli di Forza Italia, viste le cattive acque nelle quali si trovavano, salissero sulla sua barca. Ma non è successo.

Così ha pensato di fare opposizione al governo. Opposizione dura e senza sconti. La faccenda della prescrizione è solo un pretesto. infatti quando era al governo è stato un sostenitore della sua abolizione.

Forse fino a qualche giorno fa aveva intenzione di far cadere il governo per poi appoggiare un governo di centro destra, in cambio di una incarico prestigioso, magari quello di presidente del consiglio che Salvini avrebbe potuto  offrirgli se gli avesse dato una mano ad uscire dai suoi guai. Presto dovrà affrontare almeno due processi e se tornasse al governo potrebbe difendersi meglio.

Sembrava un piano perfetto, ma Mattarella si è messo di traverso dichiarando che se cade il governo non ci sono altre maggioranze possibili e quindi si andrebbe al voto in primavera.

Ma Renzi insiste a comportarsi da oppositore.  Potrebbe anche aver deciso di rischiare il tutto per tutto. Male che vada una manciata di deputati e senatori potrebbe ottenerli. Quindi potrebbe formare un gruppo unico con i sopravvissuti di Forza Italia ed entrare nel nuovo eventuale governo a guida leghista. Sempre, naturalmente, in cambio di una carica importante.
Forse i due Mattei si sono già messi d’accordo. In fondo hanno tante cose in comune. Chissà!”

Queste considerazioni le ho sentite fare da un attivista del PD qualche sera fa. Probabilmente si tratta di fantapolitica oppure di considerazioni azzardate venute alla luce con i fumi dell’alcool, ma nella situazione in cui siamo e visto quello che è successo prima, tutto è possibile.

Ad esempio, chi avrebbe mai detto che Conte sarebbe diventato un punto di riferimento per la sinistra?

Il porto delle nebbie

“Forse stiamo uscendo dalla nebbia. Eravamo a poche miglia dalla costa, ma non vedevamo il faro.  Poi abbiamo sentito suonare il nautofono e  adesso sappiamo da che parte è il porto.
Ci sentivamo soli in mezzo al mare sulle nostre barchette, mentre adesso abbiamo visto altre barche che navigavano vicino a noi. E sono tante. Speriamo che siano abbastanza.”

Un amico aspirante scrittore ha descritto così la manifestazione delle sardine di Rimini, dopo averne letto la cronaca.

Esprime un sentimento finora piuttosto diffuso di isolamento e incredulità di fronte all’onda sovranista che si è abbattuta sul nostro paese. Poi il rassicurante sollievo di condividere idee e sentimenti con altri. Soprattutto per chi si sente periferico e trascurato dalla politica.

La nebbia della sua metafora mi ha fatto venire in mente la asfissiante propaganda che quotidianamente i media ci rovesciano addosso. Non solo quella diretta e spesso bieca di giornali e tv orientate a destra, ma anche quella, non si sa bene se involontaria o meno, che fanno anche certi esponenti della sinistra. Che non perdono occasione per affermare candidamente che Salvini è bravo, bello e intelligente. Ricco non si può dire per via dei 49 milioni misteriosamente spariti.

Non solo. Noti editorialisti, sempre più o meno di sinistra, ci fanno sapere, con allarmante frequenza, che potrebbe far cadere il governo in qualsiasi momento, perché ci sarebbero una quindicina di parlamentari a cinque stelle pronti a seguirlo.

Tutti i giorni o quasi, spunta un sondaggio che certifica il suo inarrestabile successo. Ormai dato per inevitabile come una perturbazione che si avvicina inesorabile.
In poche parole dopo averci spiegato per settimane e mesi che il suo ritorno al potere sarebbe una iattura ci dicono che è praticamente inevitabile.

Il movimento delle sardine sta riuscendo forse a diradare la nebbia di questa propaganda a scuoterci dalla conseguente rassegnazione e a farci ricordare che nessuno è invincibile né, tantomeno, eterno. Soprattutto in politica.

Giochi di ruolo

Se la vita è una commedia, la politica non fa eccezione.

Ma nelle commedie vere, teatrali o cinematografiche, i ruoli vengono assegnati secondo le capacità, le attitudini e anche l’aspetto fisico degli attori.

In politica, invece, i personaggi e i loro interpreti sono decisi secondo logiche di corrente, di alleanze, di interessi imperscrutabili ai più.

Il risultato è che, molto spesso, il politico non è preparato a ricoprire il ruolo gli è stato assegnato. Tuttavia, una volta che l’ha ottenuto, non si comporta come un attore che studia e cerca di entrare il più possibile nei panni del suo personaggio ma, si limita ad identificarsi completamente con lui senza nessuna preparazione, convinto che l’abito faccia il monaco.

Del resto quando sei seduto su una comoda e prestigiosa poltrona e tutti ti chiamano presidente o ministro finisci per crederci davvero. Anche se non hai la competenza e l’esperienza necessarie. Con risultati discutibili.

Ad esempio, nel precedente governo Conte pensava di essere il primo ministro invece era una specie di Arlecchino servitore di due padroni. Salvini si sentiva ministro dell’interno, primo ministro e presidente della repubblica, ma sembrava il direttore del Minculcop. Mentre Toninelli pensava di essere il ministro dei trasporti. Invece sembrava un bambino che gioca con una automobilina a pedali sognando di guidarne una vera auto.

Nel nuovo governo, invece, Conte, dopo aver allontanato il padrone più prepotente. è ancora più convinto di essere il primo ministro e non più un avvocato di provincia. Di Maio è diventato ministro degli esteri anche se non ha ancora chiaro cosa siano gli esteri. Mentre Gualtieri che pensava di essere un professore di storia si è ritrovato ministro dell’economia.

E Zingaretti? Lui pensa solo di essere segretario di un partito.

Di quale ancora non si sa