Il nero e il blu

Quello che segue è il riassunto di una conversazione che ho avuto con un amico che vive a New York da nove anni.

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Poco più di una settimana fa New York era una città fantasma. I negozi e gli uffici erano chiusi e i marciapiedi, solitamente percorsi da migliaia di persone, quasi deserti. Regnava un silenzio irreale.

Ma alle otto di sera tutti i giorni dalle finestre e dai balconi si levava un applauso scrosciante, lungo e senza fischi. Era rivolto al personale sanitario che lottava, e lotta ancora, contro il corona virus. Ma, purtroppo, nonostante il loro impegno, a volte eroico, l’88 per cento dei malati gravi non ce l’ha fatta. Si trattava di pazienti affetti da altre patologie come ipertensione, diabete o obesità che non si erano curati perché non potevano permettersi un’adeguata e costosa assicurazione sanitaria.

La pandemia ha peggiorato la condizione di gran parte di coloro che appartengono a minoranze etniche che già non se la passavano molto bene da quando è in auge quella ideologia retrograda chiamata America First,.Ultimo atto di un neoliberismo che fissa un prezzo per tutto. Anche per la vita.

La tensione sociale che covava sotto il lockdown era palpabile ed è esplosa con la morte di Floyd. La disoccupazione e le disuguaglianze crescenti hanno alimentato le proteste contro il razzismo che è ancora piuttosto diffuso.

Quando Obama era presidente c’erano stati sono stati parecchi episodi di violenza nei confronti degli afroamericani.

Obama negli ambienti più¹ conservatori era visto come un usurpatore. Lo stesso Trump sosteneva che non fosse nato in America e quindi non avrebbe potuto diventare presidente. Inoltre, visto che di secondo nome fa Hussein, come Saddam, doveva essere per forza musulmano.

Come Trump tanti altri americani non avevano digerito un presidente di colore. Questo aveva risvegliato il loro razzismo latente. Alcuni poliziotti lo sfogavano sui black-people che capitavano loro a tiro di pistola.

Poi con l’arrivo Trump alla casa bianca, gli episodi di violenza razziale erano quasi cessati. Evidentemente molti si sentivano rappresentati da un presidente bianco con tendenze razziste.

Ma ora il virus ha cambiato le carte in tavola. Anche nella polizia. Il fatto che alcuni poliziotti abbiano solidarizzato con chi manifestava per l’omicidio di Floyd, invece di difendere i loro colleghi, è un evento storico che non ha precedenti.

Sembra lontanissimo quel dicembre del 2014 quando al funerale di un agente ucciso da un afroamericano che intendeva così vendicare un ragazzo di colore ucciso dalla polizia nonostante fosse disarmato, le divise blu di questa città avevano voltato simbolicamente le spalle al sindaco De Blasio che aveva criticato le loro violenze.

L’epidemia e la conseguente crisi economica hanno colpito i più poveri e i poliziotti non sono certo ricchi.
Forse hanno pensato che il blu delle loro divise non è molto diverso dal colore della pelle degli afroamericani.

Gli indifferenti

“Facevamo manifestazioni antifasciste quando i fascisti erano rappresentati solo dai nostalgici del MSI. Manifestavamo contro la guerra in Vietnam e i regimi autoritari in lontani angoli del mondo.

Mentre adesso che in Italia c’è un fascismo diffuso e aggressivo che sta crescendo, grazie anche al tacito appoggio di alcune forze politiche, ci limitiamo a indignazioni virtuali e occasionali.

Intanto Liliana Segre riceve continue minacce, a Roma si bruciano librerie e negli stadi si sentono sempre più spesso cori razzisti.

Episodi che, una volta, avrebbero provocato tante manifestazioni di solidarietà e di antifascismo.

Invece adesso, ci limitiamo agli editoriali di condanna di pochi giornali, alle dichiarazioni di circostanza di alcuni politici e a qualche indignato post su facebook o twitter.

Quindi, dopo un paio di giorni, non se ne parla più.

Siamo diventati tutti indifferenti o, peggio, complici? “

Queste parole le ho sentite dire da un vecchio militante di sinistra nostro vicino di casa. Non sono riuscito a trovare una risposta convincente alla sua domanda.