Nebbia in Valpadana

Una volta da queste parti, nella pianura padana, la nebbia era di casa.

Una nebbia grassa come il vapore della cottura a fuoco lento della carne di cappone. Sapeva di erba bagnata, di foglie, di rami umidi e di freddo. A volte sembrava avesse uno spessore, una consistenza. Infatti quando era molto fitta, sembrava che si potesse tagliare con il coltello. 

Quando la visibilità, specialmente di notte, era ridotta quasi a zero sembrava di essere in mezzo ad una nuvola senza più nulla intorno. Ti lasciava solo con te stesso, le tue paure, i tuoi fantasmi e i tuoi sogni 

Forse per questo aveva ispirato poeti, scrittori e musicisti. Nella bassa padana vicino al Po, dove era sempre più presente e più fitta, aveva anche una caratteristica più prosaica, ma utile, quella di far maturare i salumi.

Ricordo un anno in cui la nebbia ristagnò per qualche settimana. Così, ogni tanto, andavo in collina. Salivo finché la nebbia si diradava ed appariva finalmente il sole. Allora  scendevo dalla macchina e facevo quattro passi mentre guardavo in basso e vedevo quel mare bianco, pieno di umidità da cui spuntavano qua e la’, come isole, le cime più alte. Uno spettacolo che non mi stancavo mai di ammirare. 

Da anni ormai questa nebbia è sparita insieme ai mulini sul Po, alle amministrazioni rosse e alle feste dell’Unità. Adesso è leggera, evanescente e non ha più l’odore dei pioppi carichi di umidità, ma la puzza dello smog. Infatti si è sposata con la nube marrone che alligna quasi tutto l’anno sulla pianura padana.

Non ha più niente di utile, poetico o leggendario. Fa solo male alla salute. Non è più l’alito del Drago evocato da mago Merlino, ma solo quello del Pil.

Sogni per il nuovo anno

La pandemia sanitaria passerà. Tutte le pestilenze prima o poi finiscono. Ma la pandemia economica e sociale resterà. A meno che la fine di un incubo, simile ad una guerra, non segni l’inizio di una nuova era e la voglia di ricominciare non fornisca la spinta necessaria al cambiamento.

Perché è chiaro che non si può tornare semplicemente indietro nel tempo alla situazione del 2019. Il PIL non può più essere la principale se non l’unica preoccupazione di un governo. Un dio al quale offrire quasi quotidianamente sacrifici umani. Non è più tollerabile, se mai lo è stato.

Ma per adesso non ci sono segnali incoraggianti. C’è chi si è rassegnato, ci rifiuta la realtà e chi vive nel passato. Come quelli che dovrebbero essere di sinistra, che sono divisi tra chi si è convertito da tempo al pensiero unico, chi pensa di essere ancora nel secolo scorso e chi combatte battaglie di retroguardia come quella contro il green pass.

Mentre servirebbe qualcuno che, dopo aver preso atto dello stato delle cose, indicasse se non la strada, almeno la direzione da prendere.  Che proponesse nuovi modi per reagire alle tante ingiustizie, alla perdita dei diritti e della dignità di chi lavora.

Perché anche protestare è diventato difficile. Lo sciopero tradizionale è di diventato un’arma spuntata quando il padrone è una multinazionale o un inafferrabile fondo azionario. Uno dei tanti segnali che rivela, come certificò uno studio di una commissione europea qualche anno fa, che la lotta di classe l’hanno vinta i padroni. Anzi hanno stravinto.

Non solo. Hanno anche cercato di convincerci che dobbiamo rassegnarci ad essere più poveri e a vedere i figli che avranno una vita molto più difficile e incerta dei loro padri. E’ la dura legge del neoliberismo selvaggio, dato per morto tredici anni fa, ma ancora vivo e nocivo.

Però sappiamo bene che niente è per sempre. Quindi adesso più che mai ci sarebbe bisogno di una cultura alternativa di nuove idee e sogni da realizzare o anche solo da inseguire. Perché, come diceva Shakespeare, la vita è fatta della stessa materia della quale sono fatti i sogni e senza di essi la vita è triste e priva di prospettive.

Quindi proviamo a ricominciare a sognare a lottare e a sperare.

Buon anno a tutti, con la testa e con il cuore.

Un incontro inatteso

Qualche giorno fa ho rivisto un amico che non vedevo da prima del Covid. Me lo ricordavo gentile, un pò timido, riservato e con una grande passione per il cinema.  Per prima cosa gli ho chiesto come aveva passato questo brutto periodo.

Così, dopo avermi raccontato brevemente che lui e sua moglie avevano contratto il covid nel marzo dello scorso anno , ma senza gravi conseguenze, si è lanciato in un lunga invettiva contro il governo, i sindacati, i vaccini, il generale sparavaccini, i cinesi, il green pass, i medici e altro ancora.

Dapprima ho pensato che fosse stato contagiato dal complottismo poiché ne aveva citato alcune tesi, ma è stato regolarmente vaccinato insieme alla moglie. Qualche dubbio sulla reale efficacia dei vaccini e sulla gestione della pandemia da parte di Draghi  e compagnia sono in parecchi ad averne. Ma lui esponeva le sue tesi con molta enfasi, quasi con rabbia.

Ho subito pensato che fosse vittima di un effetto collaterale del Covid, ma poi ho capito che la sua rabbia aveva un’altra origine.  Infatti mi ha raccontato che circa sei masi fa ha perso il lavoro. Lavorava nell’amministrazione di un’impresa metalmeccanica che ha chiuso i battenti.

Da allora è in cassa integrazione a zero ore che finirà alla fine dell’anno. Dopo di che l’unica entrata mensile di famiglia sarà lo stipendio, non certo esagerato, di sua moglie che fa l’insegnante. Possibilità di trovare un altro lavoro ce ne sono poche per lui e per la ventina di persone che lavoravano nella stessa ditta.

”Tutti parlano di resilienza, di ripartenza ed esultano per un punto in più di PIL, ma la realtà è questa, Il resto è solo propaganda, “ ha sbottato alla fine del suo sfogo.

Questo incontro mi è tornato subito in mente quando ho saputo degli episodi di guerriglia urbana che hanno avuto luogo a Roma.  Dove, ancora una volta, la destra fascistoide ha soffiato con violenza sui carboni ardenti della crisi economica e sociale che si nasconde sotto la cenere della pandemia.

Il Green Pass è solo un pretesto per far rumore e notizia e raccogliere consensi tra i più disagiati e arrabbiati. Come, del resto faceva, già da tempo, nelle periferie dimenticate dalla politica. Ma il governo dei migliori sembra non saperlo. 

PIL over

“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nel continuo accumulo di beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza dei nostri dibattiti o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.

Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Insomma misura tutto, in breve, tranne quello ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.”

Questo è un discorso che Robert Kennedy pronunciò nel marzo del 1968 poche settimane prima di essere assassinato. MI sembra che sia ancora decisamente attuale in un mondo dove il PIL è diventato un totem al quale si sacrifica tutto, anche le vite umane.

Aiuto, siamo diventati leghisti

“E’ vero siamo diventati leghisti. L’ennesimo sondaggio ci inchioda alle nostre responsabilità. Dove abitano meno di 60.000 anime la lega rompe gli argini e dilaga.

Mentre nelle città più affollate stenta ad affermarsi. Così tutti a buttare la croce addosso a noi di periferia. Non capiscono che non siano propriamente leghisti. Vale a dire che non andiamo in giro in camicia verde e neppure ci sogniamo di andare in pellegrinaggio a Pontida, o di adorare il dio Po. Semplicemente votiamo per la lega, ma abbiamo i nostri buoni motivi per farlo.

Le nostre condizioni di vita e di lavoro sono peggiorate negli ultimi anni. Ci sono laureati a pieni voti che stentano a trovare lavoro e se hanno la fortuna di trovarlo sono costretti ad accettare contratti atipici e stipendi da operaio. Mentre chi non ha avuto l’opportunità di studiare si ritrova in ambienti di lavoro dove i diritti sindacali sopravvivono solo nei ricordo dei più anziani.

Ci sono posti di lavoro dove le pause sono solo un paio al giorno e di otto minuti ciascuna. A chi lavora per le agenzie di lavoro interinale o per la tante finte coop del nord va ancora peggio.

Gli anziani, che ormai sono tanti, sperimentano ogni giorno come anche la salute sia diventata un lusso. Infatti a volte le attese per un esame anche di routine sono lunghe. Così sono costretti a rivolgersi alle strutture private, regolarmente convenzionate con l’ausl, e pagare prezzi salati.

Questo succede anche nelle ultime regioni governate dalla sinistra dove si preferisce mettere l’accento sui numeri dell’economia che, magari, sono in momentanea crescita. Ma il prezzo che dobbiamo pagare noi per pochi punti percentuali è molto, troppo alto e non vogliamo più pagarlo.

Quindi ,visto che la sinistra si preoccupa da anni soprattutto delle imprese noi, dapprima abbiamo cercato di manifestare il nostro disagio disertando le urne e poi votando cinque stelle e per la lega. Volevamo far capire alla sinistra che doveva tornare ad occuparsi dei problemi veri, della vita reale e non quella virtuale del pil o dello spread.”

Questo è il riassunto dei discorsi che ho sentito tra amici, conoscenti e colleghi di lavoro. Posso solo aggiungere che quelli del PD insistono sui dati economici. Come fanno i cosiddetti spin doctor di Bonacini che, poi sono gli stessi che hanno così ben consigliato Renzi.

Come si dice, errare è umano ma perseverare è da stupidi.