Una poltrona per due

Uno dei tanti interrogativi che aspettano una risposta in questo nuovo anno riguarda il futuro segretario di quello che è rimasto del PD. Tra i candidati alla scomoda poltrona soprattutto due hanno attirato l’interesse dei media: Stefano Bonaccini ed Elly Schlein. 

I giornali di destra che elogiavano Letta, come colui che aveva rimesso in carreggiata il partito, sembrano preferire Bonaccini  forse con la speranza che prosegua sulla via tracciata dal segretario terminale, quella che porta alla sconfitta. Non vogliono che il PD si sciolga, ma che rimanga com’é, un coacervo di correnti litigiose e inconcludenti.

Bonaccini, secondo loro, potrebbe essere l’uomo giusto. Dopo tutto anche se viene dal PCI, si era convertito al renzismo, da cui non ha mai preso le distanze. Fosse ancora del tutto o in parte renziano, come dimostra la sua costante attenzione per le imprese, la scelta della PIcerno come vice e l’accordo con Nardella, per loro andrebbe benissimo, perché, in questo caso, potrebbe presto diventare il curatore fallimentare del partito accompagnandolo in una lenta agonia. Dunque un avversario ideale. 

Ben diverso è il loro atteggiamento nei confronti di Elly Schlein. La considerano una pericolosa sovversiva, una comunista che vuole cambiare lo status quo nel quale loro sguazzano da anni. Dal loro punto di vista è un giudizio del tutto normale quasi ovvio. Ma non sono i soli a pensarla così.

Infatti anche da sinistra piovono critiche. Alcune vengono dall’interno del partito. Altre, invece, sono uscite soprattutto dalla bocca di esponenti della sinistra salottiera che vede la Schlein come la rappresentante di una sinistra radicale post comunista morta e sepolta da anni. La sua intenzione di sciogliere le correnti? Semplicemente patetica. Il fatto che è una donna e una faccia giovane e nuova? Ininfluente. Insomma, una stroncatura in piena regola.   

Magari questi preferirebbero Cuperlo che è uno di loro, anche se qualcuno, ricordando i suoi tentennamenti ai tempi del governo Renzi, pensa che sarebbe più adatto a fare il segretario del PDI, il partito degli indecisi.

Un amico, militante del Pd nonostante tutto, come lui stesso si definisce, sostiene che Bonaccini  rappresenta la discontinuità pur nella continuità. O viceversa. A me è sembrata una definizione simile alle leggendarie convergenze parallele, ma non ho ribattuto.

Mentre ritrovarsi la Schlein come segretario, sempre secondo lui, sarebbe un salto nel vuoto, nell’ignoto e impervio territorio della sinistra.  Per spiegarmi meglio il concetto ha detto: “L’ho sentita dire che bisogna superare il neoliberismo perché ha causato disuguaglianze e crisi economiche, ma non propone un’alternativa. Sostiene anche che bisogna accelerare la transizione verso fonte di energia rinnovabili trascurando l’alto costo economico che questo comporterebbe, soprattutto a carico delle imprese. Inoltre, nonostante vada in giro a dire che in caso di vittoria chiederebbe a tutti di dare una mano, ha dichiarato più volte che Renzi è uno stronzo. Non ha detto proprio così, ma il senso delle sue parole era questo.”

Se questa fosse solo l’opinione di un militante periferico conterebbe poco, ma, a quanto pare, è anche quella di tanti dirigenti del partito che hanno già scelto Bomaccini come segretario anche perché è considerato il probabile vincitore delle primarie. Quindi è meglio affrettarsi a salire sul suo carro.

Intanto i due candidati a chi gli chiede che differenze ci siano tra di loro, non rispondono e si manifestano stima reciproca. Eppure, almeno in teoria, rappresentano le due facce di un partito diviso tra chi ha ormai accettato lo status quo neoliberista e chi vorrebbe cambiarlo.

Per questo è nato il sospetto che alla fine vogliano continuare a far convivere le due anime del partito con lui segretario e lei vice, come hanno fatto in ER fino a poco tempo fa. Forse pensano che, in questo modo, si eviterebbero ulteriori scissioni, ma  c’è il rischio che il partito rimanga com’è, indeciso su tutto e inoffensivo.

Chissà cosa ne pensano i potenziali elettori, soprattutto quelli che dai tempi di D’Alema aspettano ancora un segretario che dica qualcosa di sinistra.

Ai gazebo l’ardua sentenza.

La scatola

La confusione regna sovrana in casa PD. Il più confuso sembra essere Letta, segretario terminale. Ha dichiarato che farà opposizione a quelli che, invece di fare opposizione al governo, non perdono occasione per fare opposizione all’opposizione.

Tradotto voleva dire che si opporrà al duo liberal kitsch Renzi-Calenda. Aveva cercato di dividerli offrendo a Calenda un numero spropositato di seggi. Sapeva che Renzi da solo avrebbe avuto  poche probabilità di essere rieletto. Ma Calenda con un ennesima giravolta aveva disdetto l’accordo già sottoscritto. 

Quindi, se prima ne odiava uno, adesso li odia entrambi. Povero Letta.

Renzi è diventato la sua bestia nera. Se non arriva presto qualcuno a prendere il suo posto rischia di finire come l’ispettore capo Dreyfus che odiava Clouseau fino alla pazzia nei film della Pantera Rosa.

Al congresso di Marzo mancano ancora quattro mesi e, nel frattempo, deve comunque fare il segretario. Impresa non facile. Infatti dopo la batosta elettorale, sembra che stia facendo il facente funzione di se stesso.

La sua ultima iniziativa è stata quella di convocare iscritti, simpatizzanti e passanti per tre sabati per  discutere su come riempire di idee la scatola della sinistra, o meglio, quello che è rimasto della sinistra. Si è accorto anche lui che il PD attuale è proprio questo: una scatola vuota.

Ma quel che è peggio, è che nessuno sa cosa metterci dentro.

Poltrone e sofà

Dunque la nuova legislatura è cominciata con il botto, anzi con una rissa durante la quale l’ex Cav è stato ferito nell’orgoglio.

Lui che è abituato a comandare non poteva certo accettare un no come risposta ad una sua richiesta. Per di più da una donna, che non fa parte della sua allegra compagnia e che, oltre a tutto,  gli ha rubato la scena.

Quindi si è parecchio inbufalito. Ha messo nero su bianco quello che pensava della Meloni e ha ordinato ai suoi di non votare. Naturalmente lei non ha gradito e ha fatto sapere che  non intendeva ricevere ordini dall’ex cavaliere pur rischiando la sconfitta alla prima uscita. Ma al momento della votazione sono spuntati, come per magia, 19 voti in più che hanno consentito l’elezione di La Russa al primo tentativo. 

Superata la sorpresa gli addetti ai lavori hanno subito sospettato di Renzi. Sarebbe stato lui, infatti, insieme ai senatori di Iv ed ai suoi seguaci rimasti nel PD, ad offrire alla Meloni l’aiutino di cui aveva bisogno, intravvedendo la possibilità di tornare protagonista. Infatti se il Cav si sfilasse davvero, lui e i suoi diventerebbero decisivi per la tenuta della maggioranza e potrebbero farla cadere in qualunque momento. Magari per far tornare Draghi o chi per lui. Come vorrebbero banche ed imprese. 

Quindi Renzi, che da tempo tenta di accreditarsi come valido interlocutore presso banche ed imprese, avrebbe colto l’occasione al volo mettendo le mani avanti ancora prima che nasca il governo. Almeno così dicono i commentatori più maliziosi.

Chissà se la Meloni ha gradito l’aiutino. Sicuramente potrebbe farle comodo visto che la convivenza con Salvini e l’ex Cav potrebbe trasformarsi in una corsa ad ostacoli.

Era appena riuscita a far dimenticare il Viminale a Salvini  che l’ex Cav si è messo di traverso. Pare, infatti, che, per la Ronzulli, potrebbe anche accontentarsi di una seggiola, ma sulla poltrona della giustizia sembra irremovibile. La vorrebbe per la Casellati e non sembra disposto a cambiare idea. Qualche ora fa pare abbia dichiarato di aver raggiunto il suo scopo. Chissà!

Dall’altra parte il PD ha fatto una magra figura, come è successo altre volte. Ma una in più non farà poi una gran differenza.

Anche nel sedicente terzo polo, come nel primo, pare ci sia maretta. Renzi sembra intenzionato a disertare le consultazioni per il nuovo governo. Il motivo non si sa. Ma si suppone che la convivenza con un altro che, come lui, non perde occasione per mettersi in mostra cominci a risultare difficile. Del resto lui e Calenda si sono uniti e lasciati già altre volte. Il mondo è troppo piccolo per tutti e due. Figuriamoci un partito. 

Comunque sia per adesso noi spettatori possiamo solo aspettare la prossima puntata e allacciarci le cinture perché ci sono sicuramente turbolenze in arrivo.

Questo è solo l’inizio dell’ennesima riedizione della tragicomica commedia, che è diventata la politica italiana. Infinita come le promozioni di poltrone e sofà.

Lo spettacolo è assicurato, ma il nostro futuro è incerto.

Redde rationem

Tanto tuonò che piovve, dicono da queste parti. Dopo tanti sondaggi e tante chiacchiere inutili è arrivato il giorno del “redde rationem”. 

Lo sapevano tutti che la politica di Letta era sbagliata. Tranne lui, naturalmente. Non ha capito che dopo tanti anni di crisi e due anni di Covid, alla gente non interessa lo ius soli o lo ius scholae,  il cuneo fiscale e altre amenità del genere. Ma ha bisogno di sicurezza economica, stabilità politica e, soprattutto, di soldi per arrivare alla fine del mese. 

Invece il PD ha approvato, ad esempio, senza  alcuna esitazione, l’aumento delle spese militari, soldi che potevano essere usati diversamente. Ha appoggiato acriticamente il governo Draghi che non era gradito agli italiani come tutti volevano farci credere. 

Letta voleva addirittura continuare il suo lavoro, seguendo gli appunti della sua famosa agenda che non è esattamente di sinistra perché prevede, tra l’altro, di distribuire la maggior parte dei fondi europei a banche ed imprese, soprattutto medie e grandi. Lasciando agli altri solo gli spiccioli perché bisogna far tornare i conti. A spese dei più poveri, come sempre. 

Nessuno, tanto meno Letta e soci, sembra ricordarsi che la crisi economica e sociale ormai cronica è stata causata dal sistema neoliberista economico-finanziario, quello morto di infarto per indigestione di titoli tossici nel 2008 e diventato poi un fantasma che si aggira ancora oggi  per l’occidente. Si sono tutti allineati da tempo al pensiero unico. E la crisi continua. 

Tutto questo, ed altro ancora, è risultato particolarmente indigesto a molti potenziali elettori. Al punto che parecchi di loro non si sono limitati ad astenersi, ma hanno votato contro il PD. Probabilmente anche scegliendo la Meloni. Infatti nelle cosiddette regioni rosse c’è stato un aumento dei votanti, che però non si è tradotto in voti per il PD. Infatti, solo in Emilia Romagna è ancora il primo partito. 

Ma, dopo tutto, era nato morto e adesso è arrivato il momento di celebrarne finalmente il funerale.

Intanto ci ritroveremo tra poco con il governo più di destra della storia recente.

Alcuni si consolano pensando che la nascita del governo non sarà una passeggiata visto che Lega e Forza Italia  sono ormai ridotti ai minimi termini, ma vogliono ugualmente un posto al sole. Anche il suo percorso sarà pieno di ostacoli non facili da superare. Chissà quanto durerà. 

Altri sottolineano l’inaspettata rimonta di Conte che molti vedono come un futuro alleato della sinistra. Se, nel prossimo futuro, ci sarà ancora una sinistra.

Questa è una sintesi, sia pure approssimativa, delle reazioni al risultato elettorale e alla sconfitta annunciata del PD di amici e conoscenti. 

Ormai ogni risvolto, ogni piega nascosta è stata discussa, analizzata e interpretata. 

C’é solo un aspetto che ancora sfugge anche ai più autorevoli studiosi. Nemmeno loro hanno capito chi ha votato per Calenda.

Braccialetti e dispetti

Ieri all’ora dell’aperitivo ho incontrato un amico che non vedevo Ida qualche settimana. Per lui è stato un periodo denso di impegni perché, oltre al suo lavoro, si occupa di politica essendo un attivista del PD. Ultimamente aveva un aspetto dimesso, la faccia smunta e l’espressione un po’ triste. Il minimo che possa capitare ad un iscritto al PD.

Ieri, invece, era euforico. Sorrideva e la sua faccia aveva ripreso colore. Ho subito pensato che fosse sollevato per la fine della campagna elettorale più brutta ed inutile di sempre, ma lui ha precisato che il motivo della sua contentezza era tutt’altro. Quindi scandendo le parole e soppesando le frasi ha iniziato il suo racconto.

“A metà Aprile insieme a mia moglie Paola sono andato a Roma. Il giorno della partenza dovevo passare a prenderla dal parrucchiere. In ritardo come al solito, sono passato da casa di corsa a prendere la mia valigia e soprattuto quella di Paola grande e piena come se dovessimo stare a Roma un mese invece di quattro giorni. Ricordo che sono entrato in casa, ho preso le valigie e, mentre stavo chiudendo le finestre della camera, ho visto sul comò un numero imprecisato di bracciali, non d’oro, ma quelli tipo Pandora ai quali Paola tiene molto. Allora ho pensato che non potevo lasciarli nella camera da letto perché quello è il primo posto dove i ladri entrano in cerca di un bottino. Così li ho infilati in una borsa di plastica con l’intenzione di metterli in cucina insieme al pane e alla pasta. Ma non c’era posto e allora ho cambiato nascondiglio. Almeno così mi sembrava di ricordare.

Qualche giorno dopo il ritorno a casa, Paola mi ha chiesto dove fossero i braccialetti ed io distrattamente ho risposto che erano nella dispensa.  Invece non c’erano. Anche dopo affannose ricerche dei braccialetti nessuna traccia. Allora mi è venuto un dubbio atroce. Mi sembrava di ricordare di aver messo la borsina dei gioielli nel sacchetto del pane. Ma quando siamo tornati il pane era di sicuro ormai secco e magari l’avevo buttato senza accorgermi che dentro c’erano i gioielli.

Paola l’aveva presa male. Le  avevo detto più volte che ero pronto a ricomprarglieli, ma lei diceva che quei modelli non si trovavano più essendo usciti di produzione. Insomma una perdita irrimediabile.

Per farla breve questo è stato un motivo di litigi e musi lunghi per mesi. Una volta mi ha anche accusato di non volerle bene. Secondo lei avevo buttato nella spazzatura i suoi braccialetti senza rendermene conto, ma, inconsciamente, volevo farle un dispetto. In seguito le ho regalato qualche nuovo gioiello e sembrava che la faccenda fosse chiusa, invece era come il fuoco sotto la cenere, pronto a divampare di nuovo.”

A questo punto ho pensato che l’euforia del mio amico dipendesse dal fatto di aver ottenuto il divorzio, ma non ho avuto il coraggio di chiederlo. Intanto lui ha proseguito il suo racconto.

“Oggi pomeriggio, un paio d’ore fa, quando sono tornato a casa, Paola mi ha chiesto di andare a prendere dei cuscini che aveva comprato  tempo fa, per vedere se stavano bene sul nuovo divano. Sono andato in taverna ho aperto l’armadio e ho preso la grossa borsa con dentro i cuscini. Ne ho tirato fuori un paio e ho visto che sotto c’era una piccola borsa di plastica blu con dentro cinque piccole scatole bianche. Le ho subito aperte affannosamente e mi sono apparsi uno dopo l’altro tutti i  famigerati gioielli scomparsi. Avrei voluto lanciare un urlo come quello di Tarzan, ma mi è rimasto in gola.

Poi ho preso il  malloppo e sono salito velocemente in casa. Ho detto a Paola: ”Oltre ai cuscini ho trovato qualcos’altro.” Poi le ho mostrato la busta con i braccialetti e sono uscito dalla stanza. Un  attimo dopo ho sentito un urlo di gioia. Poi Paola mi ha  raggiunto, mi ha abbracciato e mi ha chiesto scusa per tutte le cattiverie che mi aveva detto. 

E’ per questo che stasera sono contento. Almeno per qualche giorno potrò vantare un credito con Paola. Quando mai mi ricapiterà una soddisfazione, seppure piccola, come questa? Probabilmente mai. Nemmeno se il PD vincesse le elezioni.”

Ma in questa storia la politica non  c’entra niente e neanche lo stress da PD del mio amico. Credo che sia uno dei tanti indizi che la pandemia ha lasciato un segno, una traccia profonda nelle nostre vite. Ci ha reso più vulnerabili, irascibili e insicuri. Tornare come prima non sarà affatto facile.

Scomparsi

In questa noiosa campagna elettorale oltre alle solite classiche promesse come la diminuzione delle tasse e il ponte sullo stretto non c’è molto. A parte la nostalgia suicida di Letta per il governo Draghi spiccano le assenze. Infatti ci sono argomenti ,pure importanti, di cui nessuno parla più. 

Ad esempio la guerra in Ucraina che solo poche settimane fa era sulle prime pagine di tutti i giornali e sulla  bocca di tutti politici, è improvvisamente scomparsa con l’inizio della campagna elettorale. 

Adesso parlano solo del problema dell’approvvigionamento del gas. In questi giorni stavano pensando di mettere un tetto al suo prezzo, ma Putin ha chiuso i rubinetti del gasdotto rendendo quindi del tutto inutile la discussione.

Mentre nessuno parla dello scandaloso prezzo del gasolio che costa più della benzina pur essendo un prodotto di scarto della raffinazione, nonché il punto di partenza per l’aumento dei prezzi anche dei beni di prima necessità. 

Altro argomento scomparso è quello doloroso e scandaloso della sicurezza sul lavoro. Sui giornali si legge ogni tanto qualche frettolosa cronaca dell’ennesima tragedia, ma dai politici nemmeno una parola. 

Forse perché in una campagna elettorale basata su una totale mancanza di idee e proposte, stonerebbe come un filo logico  in un discorso di Calenda. 

Non si sente più parlare nemmeno dei lavoratori precari come, ad esempio, i riders che avevano fatto tanto discutere tempo fa.

E’ scomparso anche un tema che appassionava molto fino a qualche anno fa: la legge elettorale. Tutti volevano cambiarla mentre adesso sono molto impegnati, non si sa con quali risultati, a cercare di capire quella in vigore che sembra piuttosto astrusa.

Oltre agli argomenti anche alcune persone sono scomparse dalla scena. Ad esempio Mattia Santori il fondatore del movimento delle Sardine.

Appena sono apparse sulla scena sembravano poter dare vita ad un movimento di giovani e, per di più, di sinistra. Una ventata d’aria fresca nelle polverose stanze del PD e dintorni. Non sembrava vero. Infatti non lo era.

Nate dall’opposizione a Salvini e alla sua sciagurata politica si sono rivelate utili soprattutto alla rielezione a presidente dell’Emilia Romagna di Stefano  Bonaccini che, per sdebitarsi, ha offerto a Santori una poltrona da assessore nella giunta comunale di Bologna. Nel tempo libero coltiva la cannabis in casa. Tutto qui.

Infine, oltre ai temi e alle persone scomparse, c’è da segnalare anche un ritorno. A Roma sono  tornati i cinghiali. Chissà per chi voteranno. 

Mentre noi  elettori, forse, tenteremo l’ennesimo azzardo. Speriamo non votando la Meloni.

Da soli o in compagnia

Nel 2007 quando nacque il PD dopo un parto lungo e travagliato, Veltroni decise di correre da solo. Chiamando a raccolta gli elettori di sinistra e chiedendo loro di non disperdere i voti, ma di dare un voto utile, rivelatosi poi inutile, arrivò al 34%. Oggi con il cosiddetto campo largo e lo stesso appello al voto utile, Letta e soci, secondo i sondaggi, potrebbero ottenere più o meno lo stesso risultato. Quindi, allora come oggi, vale la chiosa di Altan, che disegnò un Veltroni in tuta da jogging che esclamava:”Io corro da solo!” È un altro gli rispondeva:”Cerca di non arrivare secondo!”

Pensieri fuori dal comune

Queste elezioni comunali com annesso referendum non hanno suscitato molto interesse. Anche i vari commentatori a gettone hanno dimostrato scarso entusiasmo. Si sono quasi tutti limitati a sottolineare la tenuta del CDX dove si è presentato unito e le difficoltà dove era diviso. Come se il CDX fosse ancora quello degli anni novanta.

Ma hanno dovuto comunque registrare almeno un cambiamento, il sorpasso di FDI sulla Lega. Da qui parole di elogio, ma non troppe, per la Meloni, e imbarazzo quando parlano di Salvini, che dal Papeete in poi, non ne ha azzeccata una nemmeno per sbaglio. Il fallimento clamoroso di un referendum ormai scaduto da tempo è solo l’ultimo infortunio di una lunga serie. Tutti sanno che ormai è sulla rampa di lancio, pronto per essere lanciato fuori dalla segreteria della Lega. Vorrebbero che uscisse presto di scena, ma nessuno ha il coraggio di dirlo.

Temono che la continua perdita di consensi della Lega, alle prossime elezioni politiche, potrebbe non essere compensata dai crescenti consensi per FDI. Infatti parecchi elettori di FI, ormai orfani di Berlusconi. potrebbero non gradire l’estremismo della Meloni e rimanere a casa diminuendo così i voti del CDX anche se si presentasse unito. Ma si tratta di cose che si pensano, ma non si dicono.

Mentre quello che politici e derivati non riescono nemmeno a pensare, è la costante, disperata ricerca di facce nuove degli elettori stanchi di partiti  senza idee e dei soliti inamovibili noti.

Un atteggiamento forse più evidente a  sinistra. Ma, ogni volta che succede, tutti manifestano stupore e incredulità. Come nel caso  del risultato a sorpresa di Damiano Tommasi, un ex calciatore che a Verona ha surclassato i due del CDX e minaccia di vincere il ballottaggio.

A destra temono di perdere, mentre a sinistra,  temono di vincere con un candidato che non è un politico e per di più ha avuto l’accortezza di non farsi vedere insieme ad esponenti del PD. 

Comunque vada per il PD e per gli altri partiti non sarà un successo. Ma loro faranno finta di niente. 

Mediocrità

Non so voi, ma io vorrei parlare d’altro. Dopo due anni di pandemia trasmessa a reti unificate 24 ore su 24, sarebbe bello ricominciare a parlare delle nostre vite, delle nostre aspettative, e della mediocrità dei nostri governanti. Ad esempio in Giugno ci saranno le elezioni comunali in diverse città e i partiti cercano faticosamente candidati. Il metodo è diverso da sinistra a destra. Dalle parti del PD usano ancora il metodo inaugurato con la nomina di Veltroni a segretario: vai avanti tu che ci scappa da ridere. A destra, invece, fedeli alla linea ecologica. spesso riciclano personaggi già noti al pubblico e alle cronache giudiziarie.

Prima la pandemia e adesso la guerra hanno relegato queste notizie sui giornali locali. Sembra che sia passato un secolo da quando i partiti erano in campagna elettorale permanente e in tutti i talk show si parlava di tutto tranne che dei problemi, nazionali o locali. Si preferiva rilanciare e commentare le sparate quotidiane della Lega sui migranti per stimolare il nostro razzismo latente.

Si enfatizzava un problema per nascondere la mancanza di idee. Da queste parti si segue ancora questo schema. Fino a tre settimane fa i giornali locali erano pieni di resoconti sulle malefatte delle cosiddette baby gang. Bande di adolescenti che si azzuffavano tra di loro, rompevano vetrine, si rincorrevano per le vie del centro, spacciavano droga, minacciavano i passanti e via delinquendo. I giornali locali avevano pubblicato varie lettere di associazioni e cittadini terrorizzati. 

Qualcuno aveva paragonato addirittura la città al Bronx e invocava la linea dura, da parte delle forze dell’ordine. Ovvero la galera per i giovani teppisti italiani e un bel foglio di via per i ragazzi stranieri che, a quanto pare, farebbero parte in gran  numero delle bande. Qualcuno, ogni tanto, provava a dire che, prima di tutto, bisognerebbe capire i motivi del fenomeno, ma, di solito, veniva immediatamente zittito se non insultato.

Insomma la tendenza era quella di soffiare sul fuoco ed ingigantire il fenomeno. In tempi normali, forse, non sarebbe andata così, ma le elezioni comunali si avvicinavano e quindi la tendenza sembrava destinata a durare. Con la destra che proponeva il pugno di ferro e la sinistra che stava a guardare. Ogni tanto le baby gang tornano nelle cronache, ma più di rado. La guerra le ha fatte passare in secondo piano.

Ma non appena finirà, probabilmente, torneranno protagoniste, almeno fino alle elezioni. Dopo di che, le loro allarmanti imprese faranno la fine dei cinghiali che, qualche mese fa, avevano invaso Roma e che il giorno dopo le elezioni erano improvvisamente spariti.

Tuttavia il disagio giovanile resterà e i ragazzi continueranno ad essere considerati un problema e non una risorsa. 

Quindi dopo la guerra e la pandemia torneremo a fare i conti con la mediocrità dei politici che non ha proprio niente di aureo.

Affari di corna

Il secondo lunedì nero per il cdx, ancora più nero del primo, ha cambiato il clima politico. In tv non si parla d’altro. Si fanno acute e sofferte analisi sulla sconfitta con evidente preoccupazione. Quando si trattava di analizzare una delle tante sconfitte del cx il clima era disteso, si susseguivano sorrisi, risatine e battute, come quando, tra amici, si parla delle corna di un conoscente.

Ma qui il cornuto è il cdx tradito dagli elettori che, in parte, hanno votato per gli altri, oppure hanno preferito rimanere a casa piuttosto che dare il proprio appoggio ai suoi improbabili candidati. I commentatori sono preoccupati perché i loro editori sono quasi tutti vicini al cdx e temono che non sia più in grado di vincere. La situazione sembra più grave del previsto.

A Roma scommettevano che Raggi e Calenda avrebbero tolto voti al cx. Prevedevano un testa a testa tra Gualtieri e Michetti, invece è finita 60 a 40. A Torino stesso risultato. Non solo. Hanno perso con un risultato non molto diverso anche a Cosenza  dove i giochi sembravano fatti. Brutto segno.

Allora tutti a dire che c’è bisogno di una rifondazione, di una ripartenza e il pensiero va subito a colui il cdx se l’era inventato, Berlusconi ex cavaliere Silvio.

Qualcuno spera ancora che possa rimetterlo insieme. Peccato che ormai, quando appare in pubblico, sembri appena uscito dal museo delle cere. Gli anni passano, la verve non è più la stessa e le sue leggendarie barzellette non fanno più ridere. Lui che garantiva per tutti i suoi improbabili alleati non sembra in grado di fermare la corsa sfrenata di Salvini e Meloni verso l’estrema destra.

Ma alternative non ce ne sono. Un altro con i suoi soldi e le sue tv in Italia non c’è. Inoltre in un’Italia in fondo ancora democristiana, a molti era sembrato l’erede della DC, come anche a qualcuno del PD.

I suoi fedelissimi lo vorrebbe addirittura al posto di Mattarella. Certo, sarebbe uno spasso. Ve l’immaginate lui che organizza cene eleganti al Quirinale? Oppure che fa le corna in una foto con un altro capo di stato come ai tempi d’oro? Sarebbe un gran finale per uno che si è sempre fatto prima di tutto gli affari suoi.

I nostri affari, invece, non se li è ancora fatti nessuno.