C’era una volta

C’era una volta il 25 Aprile. Era la festa di tutti tranne che dei fascisti che se ne stavano in fondo a destra a ricordare i bei tempi del Duce. Poi un tizio di Arcore ha pensato bene di farli uscire dal loro angoletto perché gli sarebbero serviti per vincere le elezioni e tutelare i suoi interessi.

Nelle sue televisioni cominciò così una campagna di revisionismo storico senza precedenti. La Resistenza fu ben presto ridotta a guerra civile, a derby tra fascisti e comunisti, come dichiarò il futuro DJ del Papeete nel 2018.

I partigiani da combattenti per la libertà diventarono feroci assassini assetati di sangue che uccidevano chiunque non la pensasse come loro. Dispiace ricordare che uno dei più accaniti sostenitori di questa tesi è stato Giampaolo Pansa, che raccontò decine e decine di crimini commessi dai partigiani rossi, però senza fare né nomi né cognomi, ma solo soprannomi.

Ancora oggi, ogni tanto, si sente ripetere che il Duce fece anche cose buone. Con il risultato che il 25 Aprile da festa di tutti è diventata una ricorrenza divisiva. Orribile espressione che rivela come l’antifascismo sia stato ridotto a semplice opinione da esprimere solo in presenza di un contraddittore con idee opposte. Per rispettare la par condicio, naturalmente.

Dopo due anni di pandemia e manifestazioni virtuali, sembrava difficile riuscire nel solito gioco di sminuire il significato della ricorrenza. Ma poi è arrivata la guerra e la censura.

Quindi non si possono avere dubbi sull’accostamento tra la resistenza e ucraina a quella italiana e non si possono esprimere idee pacifiste. Altrimenti si viene subito accusati di intelligenza col nemico.

A proposito di pacifisti ,ieri sui giornali più diffusi non c’era una riga sulla marcia di Assisi. La guerra deve continuare.

Gemelli quasi diversi

Hanno lo stesso nome e più o meno la stessa età. Hanno partecipato entrambi ad un quiz televisivo.

Entrambi sono scarsi come imitatori: tempo fa uno si lanciava nell’imitazione del Duce mentre l’altro preferiva Fonzie.

Amano fare selfie con chiunque e smanettare sui social.

Una volta diventati segretari hanno portato il loro partito più a destra.

La loro autostima è alta, a volte esagerata. Amano il potere e lo esercitano con molto piacere.

Hanno un bisogno quasi fisico di essere al centro dell’attenzione, sotto la luce dei riflettori e davanti alle telecamere.

Nati per comandare, almeno secondo loro,  cercano di assumere il piglio decisionista del capo, quello che non deve chiedere mai.

Oltre che in sé stessi credono un po’ anche in Dio e nella Madonna. Infatti si dichiarano cattolici praticanti e nel loro pantheon personale mettono entrambi Giovanni Paolo II.

Adesso si ritrovano spesso insieme dalla stessa parte della barricata, di solito contro il governo di cui fanno parte. Come nel caso del ddl Zan e del reddito di cittadinanza. 

Ma qualche differenza comincia a venire alla luce. 

Matteo S., da quando se n’è andato dal Viminale, ha perso il piglio da capitano ed è spesso impegnato in veloci slalom tra posizioni e opinioni  diverse che cambia da un giorno all’altro, come una cravatta. 

Mentre Matteo R. è ancora assolutamente sicuro di sé. Basti pensare alla sicumera con cui si è lanciato contro il RDC con motivazioni che, probabilmente, hanno fatto rabbrividire i suoi colleghi.

Nessun politico, neppure l’altro Matteo, infatti, si sarebbe azzardato a dire che gli italiani devono soffrire e sudarsi il loro magro stipendio: Giusta punizione per non essere riusciti ad emulare Steve Jobs o Jeff Bezos. 

Un’affermazione scaccia-elettori che va decisamente contro la continua ricerca del consenso, la prima preoccupazione dei politici del nuovo millennio. 

Ma lui insiste perché l’importante è esserci, apparire, far in modo che si parli di lui. 

Probabilmente non ha ancora capito il motivo del suo incredibile e inatteso successo e del rapido declino che ne è seguito. 

Adesso cerca in ogni modo di sfuggire all’ irrilevanza, la sua paura più grande, che condivide con l’altro Matteo. Ma, come sostiene la psicanalisi, più si cerca di sfuggire al proprio destino e più gli si va incontro. 

Matteo S, invece, più tranquillo, probabilmente tornerà al Papeete a fare il DJ.

Fuoco lento

L’anno scorso in questi giorni stava ancora andando in onda il seguito di: “Una vacanza al Papeete”.

Tutto era cominciato ai primi del mese a Milano Marittima. Dove l’uomo che non doveva chiedere mai, aveva fatto l’errore di chiedere le elezioni molto anticipate, I suoi avversari avevano colto al volo l’occasione per liberarsi di lui.

Primo fra tutti Conte che dopo avergli appoggiato una mano sulla spalla gli aveva detto tutto quello che, di negativo, pensava di lui.

Poi era cominciata la telenovela della nascita del nuovo governo con incertezze, indecisioni e colpi scena. Insomma era stato un ferragosto caldo, caldissimo, quasi di fuoco.

Mentre adesso la notizia politicamente più eccitante è quella che i grillini hanno deciso, un’altra volta, di allearsi con il PD alle elezioni amministrative.

Noi, intanto, stiamo pigramente preparando qualche grigliata sotto il solleone, ma senza fretta. A fuoco lento.

Buon ferragosto a tutti!