Sindrome di Stoccolma?

Sembrava fosse stato costretto dalle circostanze e dalle pressioni di Mattarella ad entrare nel governo Draghi. Ma poi, giorno dopo giorno, è diventato più realista del re.

Allo scoppio della guerra in Ucraina è stato uno dei primi a mettersi un elmetto in testa e ad approvare entusiasticamente l’invio di armi e l’aumento delle spese militari Ha votato le sanzioni anti Putin, che fanno più male alla UE che alla Russia, senza battere ciglio.

In poco tempo ha fatto propria la cosiddetta agenda Draghi, ovvero qualche briciola ai poveri caduta dal tavolo dei ricchi.

Eppure veniva dalla scuola della DC che insegnava a dare qualcosa a tutti, anche a chi lavorava per vivere. Ma qualcosa di tangibile, concreto e non una riduzione del fantomatico cuneo fiscale che induce pensieri poco ottimisti se non inquietanti.

Ad esempio la casa. L’INA casa voluta da Fanfani, un progetto per costruire case popolari ma dignitose per i lavoratori, fu un successo e venne apprezzato in Italia e addirittura preso a modello all’estero.

Oggi un politico che proponesse un progetto del genere verrebbe accusato, come minimo, di essere un vetero comunista e uno scialaquatore di denaro pubblico.

Forse lo stesso Letta gli lancerebbe accuse simili, sostenendo che i tempi sono cambiati e bisogna ammettere che anche il super bonus è stato uno sbaglio. Qualcuno potrebbe approfittarne senza averne diritto, come argomentava Draghi. Stesso discorso per il reddito di cittadinanza percepito da gente che non ha i requisiti richiesti e magari non ha neppure alcuna voglia di lavorare.

Non solo. Una volta caduto il governo, in vista delle elezioni  Letta, segretario di un partito che dovrebbe avere qualche reminiscenza di sinistra, intende scegliere i suoi alleati in base alla loro fedeltà al governo neoliberista uscente e senza dubbio di destra. Persino Brunetta va bene. E pensare che qualche anno fa concludeva i comizi col pugno chiuso.

A questo punto una domanda sorge spontanea: Letta ha mostrato il suo vero volto? Oppure è stato rapito da Draghi e dalla sua banda di migliori e adesso è vittima della sindrome di Stoccolma?

Il campo dei miracoli

Dunque  Draghi se n’è andato sbattendo la porta. Indignato per la pochezza dei politici che non hanno apprezzato la sua grandezza.

Adesso, ci vorrà un po’ di tempo, ma non troppo, per elaborare il lutto causato dalla grave perdita, soprattutto economica. Infatti come ci hanno spiegato con viva preoccupazione, i giornali nelle ultime settimane, un governo in carica solo per occuparsi dell’ordinaria amministrazione non potrà distribuire i soldi del Pnrr. Toccherà al prossimo governo e chissà in che mani finirà quella valanga di soldi. Sicuramente in mani meno esperte e meno amiche di banche ed imprese di quelle di Draghi il super banchiere.

Tra i tanti in lutto per dipartita di Draghi c’é n’é uno che sembra più inconsolabile degli altri: Enrico Letta. Ha dichiarato che passerà la campagna elettorale a denunciare i  congiurati che lo hanno tradito. Quindi niente più alleanza con Conte.

Meglio Di Maio che ha dimostrato di essere fedele a Draghi oltre che alla sua poltrona di ministro degli esteri. 

Mentre gli è venuto qualche dubbio su una possibile alleanza con Renzi. Quel cognome gli ricorda qualcosa di spiacevole. E poi anche lui, il senatore di Rignano, ha dichiarato che non entrerebbe mai in un’alleanza che comprendesse i 5stelle.

Ma non è detto che vada così. Infatti nel caso che si presentasse alle urne da solo avrebbe buone probabilità di non essere eletto. Quindi gli converrebbe entrare in qualche campo, largo o stretto che sia.

Mentre dall’altra parte Salvini pensa di essersi vendicato di Conte che lo cacciò dopo il Papeete.  Ma non ha pensato che dopo le elezioni ,probabilmente, la Meloni prenderà la guida del cdx e lui sarà un suo subalterno.

Mentre il vecchio Caimano sfuggito ai medici e alle badanti lancia promesse vecchie di quasi trent’anni che non fanno nemmeno più ridere.

Insomma i politici hanno già cominciato ad invitarci nel loro campo dei miracoli dove basta seminare un voto per vedere crescere, come per magia, un albero della cuccagna. Ma alle favole, ormai, non credono più nemmeno i bambini.

Operazione bis

Dicono che mercoledì scatterà l’operazione bis. Che non è quella del supermercato dove prendi due e paghi uno. Ma  vuol dire che prenderemo il Draghi bis e continueremo a pagare care bollette, benzina, alimentari e tasse. Anche Draghi stesso non sembra entusiasta di concedere il bis. Infatti chi lo conosce dice che preferirebbe lasciare la compagnia perché lui è un uomo di valore, non come quelle mezze seghe dei politici che non ubbidiscono ai suoi ordini e continuano a litigare tra di loro e a fare giochetti infantili come degli scolari indisciplinati. Ma lui è prima di tutto un servitore dello stato e visto che Mattarella lo ha invitato e restare, rifarà un governo con o senza Conte e soci.

Anche l’ex avvocato del popolo ha qualche problema. In teoria passare all’opposizione, potrebbe far aumentare i suoi scarsi consensi, visto che l’opposizione praticamente non esiste. Certo ritrovarsi in compagnia di Dibba e della Meloni sarebbe imbarazzante, ma non di più che stare insieme a Brunetta e alla Gelmini. 

Ma nel Pd, che in teoria dovrebbe essere suo alleato alle prossime elezioni, c’è chi è contrario al suo addio a Draghi. In particolare Franceschini che lo ha avvertito in modo perentorio. Se lascerà il governo dovrà dire addio anche all’alleanza con il PD. Ma Franceschini  ex DC sembra mosso anzitutto dal timore di perdere la sua adorata poltrona di ministro dei beni culturali che aveva ottenuto con il governo Renzi e mantenuta con Gentiloni. Quindi persa momentaneamente con il Conte 1, ma poi prontamente riconquistata con il Conte 2 e mantenuta con Draghi. Quindi magari  basterà assicurargli che la manterrà a vita e cambierà idea.

Ma quello che preoccupa di più il Conte di Volturara è un altro che si oppone alla sua partenza, quello che, a suo tempo, era il suo secondo santo in paradiso dopo padre Pio: Sergio Mattarella. Infatti finora non ha sfiduciato il governo né ritirato i suoi ministri. Ha solo alzato la voce per dare un segno di vita in vista delle prossime elezioni. Sta ancora pensando se fare le valigie o no.

Mentre per noi elettori spettatori se Draghi concederà il bis non cambierà molto. Anzi niente. Se invece, rinunciasse allora ci ritroveremmo subito in campagna elettorale. con la consueta noiosa sfilata dei soliti noti che non hanno niente da dire, ma vogliono dirlo lo stesso. Ma al CDX , dicono i sondaggi, tanto basterebbe per  vincere.

Mentre dall’altra parte, l’idea del campo largo con dentro Renzi e Calenda suscita sentimenti contrastanti. Risate, incredulità, disapprovazione e anche curiosità. Che Letta, alla fine, si sia davvero dimenticato ’“Enrico stai sereno?” Eppure, a suo tempo, sembrava che intendesse lavare l’onta con il sangue di Renzi…

Figure e figuracce

La guerra fa tante vittime, militari e soprattutto civili, purtroppo. Ma anche qualche politico finisce per risentire del fragore della battaglia anche se non vi partecipa attivamente. Non rischia certo la vita, ma molto spesso, con le sue iniziative rischia di peggiorare l’immagine che aveva dato di se. A cominciare da chi era già scivolato in basso e ha colto l’occasione per cadere ancora più giù. Primo tra tutti l’ex capitano che, da persecutore di migranti, si è trasformato in ambasciatore di pace e protettore dei profughi. Ma un sindaco con buona memoria gli ha rinfacciato i suoi trascorsi putiniani. Ultimo autogol di una ormai lunga serie. 

Intanto quasi tutti gli altri politici sono scesi sul piede di guerra indossando prontamente un elmetto, naturalmente a stelle e strisce. Siamo più filo americani di settant’anni fa. Perfino Enrico Letta con i suoi modi da curia vescovile ha approvato senza indugio l’invio di armi al fronte e l’aumento delle spese militari sorprendendo e lasciando perplessi molti dei suoi già pochi estimatori.

Al senatore a cinque stelle Vito Petrocelli è andata molto peggio. Il suo rifiuto di votare i cosiddetto decreto Ucraina e le sue dichiarazioni troppo filo russe gli sono costai l’espulsione dai cinque stelle e la possibilità di perdere la presidenza della commissione esteri del senato.

Anche fuori dai palazzi c’è chi non se la passa molto bene. Ad esempio il prof. Alessandro Orsini, che viene continuamente accusato di intelligenza col nemico.

Ma è in buona compagnia. Anche papa Francesco è stato accusato da Ernesto Galli della Loggia, prima di essere filo russo e poi di non aver assunto una posizione chiara. Tutto per aver auspicato la pace e non la guerra.

Dopo di lui la vittima più illustre di questo conflitto è senz’altro il gran ragioniere Draghi. Tutti dicevano che era il nostro garante in Europa, ma, evidentemente, a Bruxelles nessuno lo sapeva. Infatti lo hanno ignorato. Allora lui, per dare un segno della sua presenza, ha pensato bene di chiamare Putin per chiarire la faccenda del pagamento in rubli del gas che viene dalla Russia.

Ma poi, nella successiva conferenza stampa, ha ammesso di non aver capito bene come stanno le cose. Brutta figura per uno che, da sempre, fa il banchiere e al denaro dovrebbe dare del tu. Questa dichiarazione, insieme ad altre non proprio felici, come quella che quest’estate dovremo scegliere tra la pace e il condizionatore acceso, a qualcuno potrebbe far venire un sospetto.

Ci siamo giocati un altro Supermario?

Analfabetismi

Ieri mattina sono andato a fare la terza dose. Prima di entrare bisogna compilare un modulo con i dati personali: nome, cognome, data di nascita, codice fiscale ecc. Mentre lo compilavo un signore di circa settant’anni mi ha chiesto se lo potevo aiutare.

Pensavo che avesse dimenticato gli occhiali e invece ho scoperto che aveva difficoltà a leggere e scrivere. Mentre gli compilavo il modulo mi ha detto che era l’ultimo di cinque fratelli, aveva fatto solo la quarta elementare e poi era stato costretto ad andare a lavorare.

Poi, mentre aspettavamo il nostro turno, mi ha raccontato il resto della sua storia. A sedici anni era venuto al nord dalla Sicilia negli anni sessanta e aveva fatto il muratore per più di quarant’anni. Adesso è in pensione e vive qui con la moglie. Con lei ha avuto tre figli, tutti diplomati, ha precisato con orgoglio. 

Ascoltando la sua storia vi è tornato in mente un saggio di Tullio De Mauro. Dove si spiegava che un terzo degli italiani è praticamente analfabeta. Mentre un altro terzo, pur sapendo leggere e scrivere, non è in grado di capire il contenuto dell’editoriale di un giornale. Il saggio risale ai primi anni del terzo millennio, ma credo che la situazione non sia molto cambiata.

Anche oggi chi è al potere ha tutto l’interesse a mantenerci ignoranti. La varie controriforme della scuola ne sono la prova più evidente.

Così possono farci credere, per esempio, che la pandemia è finita, che l’unico cattivo è Putin mentre tutti gli altri sono buoni. Oppure che Draghi è un’eccellenza italiana, che Di Maio è il ministro degli esteri, che Letta è il segretario del PD, che Papa Francesco è comunista e che gli asini volano.

Parole

Ci sono parole e espressioni che caratterizzano periodo storici e cicli politici. Magari brutte e apparentemente innocue, ma  spesso rivelatrici del clima politico dell’epoca. Ad esempio durante il ventennio berlusconiano si sentiva spesso dire bipartisan. In particolare quando c’era un disaccordo tra governo e opposizione.

In teoria voleva dire che c’era bisogno di un confronto per arrivare ad una soluzione condivisa. Ma, in pratica, significava che l’opposizione avrebbe dovuto essere d’accordo con l’operato del governo.

Altra espressione ricorrente di giornali e tv,, soprattutto quando al governo c’era la sinistra, era un aggettivo: risicata, che era riferito alla maggioranza di governo che, di solito, al senato aveva pochi voti in più dell’opposizione. Di conseguenza c’era sempre il pericolo, ma più spesso, l’auspicio, che qualcuno staccasse la spina al governo. Capitò anche al governo Monti di sentirsi rivolgere questa infelice espressione che non piacque al pur compassato professore il quale fece notare che lui non era un elettrodomestico.

Poco più di due settimane fa, durante la mancata elezione di un nuovo capo dello stato si sentiva parlare quasi tutti i giorni di alto profilo. Vale a dire che il candidato alla presidenza avrebbe dovuto avere un curriculum esagerato, inattaccabile, inossidabile. Ma non l’hanno trovato e hanno riciclato Mattarella. Forse volevano mantenere il loro basso profilo.

Tutte queste espressioni e questi termini hanno vissuto il loro momento di notorietà e poi sono caduti in disuso. Ma c’è n’é un altro che si sente dire da anni e minaccia di durare ancora a lungo: larghe intese, ovvero tutti i partiti insieme al governo appassionatamente.   

In pratica un’ammucchiata, come sostennero alcuni commentatori dell’epoca del governo Letta. Mentre oggi, stranamente, la stessa formula di governo la chiamano tutti governo Draghi. Oppure semplicemente maggioranza.

Ma c’è un motivo.  Parecchi, infatti vorrebbero non solo che durassero fino al prossimo anno, ma anche oltre. Certo a dirlo esplicitamente è stato Calenda le cui previsioni sono molto meno attendibili di un qualsiasi oroscopo.

Tuttavia al raduno del suo micro partito sonno andati tutti. Mentre normalmente anche un semplice suo invito a cene veniva ignorato. Questa volta, invece si sono presentati Letta, Giorgetti e Tajani e, almeno a parole, sembra siano disponibili a stare insieme anche la prossima legislatura, magari ancora con Draghi premier, ma senza i cinque stelle. Mentre Draghi non ha molta voglia nemmeno di arrivare al prossimo anno e i cinque stelle nessuna di essere tagliati fuori.

Insomma chi evoca le larghe intese sembra che non abbia larghe vedute.

Tanto rumore per nulla

Così dopo tante discussioni, vertici e incontri non è cambiato niente. Ma sono tutti contenti.

I partiti perché hanno evitato la paralisi e guadagnato tempo e molti dei loro esponenti rimarranno sulle loro poltrone ancora per almeno un anno. Draghi perché spera di salire al Quirinale al prossimo giro, magari nel 2023, quando finirà la legislatura.

Nel frattempo i vari partiti rimarranno insieme, sia pure non proprio appassionatamente, in questo governo che assomiglia sempre di più al mostro di Frankenstein.

L’unico a non essere felice è il povero Mattarella costretto a rimanere al suo posto mentre si preparava a diventare senatore a vita, un ruolo decisamente meno impegnativo di quello di presidente.

Anche noi cittadini non siamo troppo felici di vedere che non cambierà nulla. Almeno fino alle prossime elezioni che probabilmente vincerà il cdx che, poco dopo, potrebbe eleggere presidente uno dei suoi prestigiosi esponenti. Circola già un nome, quello del dimenticabile Tremonti. O, magari, anche peggio, chissà.

Ma non fatelo a sapere a Letta e compagnia, potreste rovinargli la festa.

Raggio di sole

Nei vari salotti televisivi serpeggia ancora una certa preoccupazione. Facce scure  e pensierose, sorrisi tirati.  Come lunedì pomeriggio mentre stavano arrivando gli exit poll e poi le prime proiezioni. Il cdx era stato sconfitto al primo turno a Milano, Napoli e Bologna ed era piuttosto malmesso anche in altre città.

Quando all’improvviso dal cielo cupo è arrivato un raggio di sole. Ovvero la Raggi era data alla pari con Gualtieri. Una parità perfetta che vedeva entrambi al 25,1%. A questa notizia qualche faccia ha ripreso colore ed è spuntato qualche sorriso. Il motivo è semplice. Come qualcuno ha subito spiegato con malcelato piacere, la sindaca uscente sarebbe stata  il miglior avversario possibile per Michetti che, al ballottaggio, ne avrebbe fatto un sol boccone.

Ma l’ipotesi è durata poco. Infatti la percentuale di Gualtieri ha cominciato a salire arrivando la 27% e lasciando la Raggi al 19%. Quindi si profilava il rischio che l’unica vittoria di rilievo del cdx potesse rimanere quella calabrese, già ottenuta al primo turno.

Così mentre Salvini faceva autocritica, cosa rara, tutti si chiedevano, e continuano a chiedersi, come sia potuto accadere. Eppure l’italia elettoralmente è un paese orientato a destra. Per un candidato di destra basta promettere soldi a chi ne ha già tanti e ricchi premi a coltillons ai poveri per aggiudicarsi la vittoria.

Ma stavolta i candidati erano talmente scarsi che hanno portato a casa solo un magro bottino di voti. Questa è la tesi più diffusa. Poi c’è anche chi spiega la mala parata con l’assenza dalla contesa del fu cavaliere Silvio e dei suoi potenti mezzi, che stavolta non è sceso in campo. 

Comunque sia qualcuno, come Molinari, direttore di Repubblica, comincia a temere che sia cambiate l’aria e che alle prossime politiche PD e M5S insieme potrebbero anche vincere. Quindi  ha già messo le mani avanti cominciando a tessere le lodi di Letta e dei suoi compagni del PD, pur sottolineando che hanno avuto vita facile. Forse troppo. Infatti era un’impresa veramente difficile riuscire a perdere queste elezioni.

Magari andrà meglio o peggio la prossima volta.

Intanto sullo stesso giornale altri aspettano fiduciosi l’implosione del cx. Il ragionamento è che, da anni, il cx cerca di imitare il cdx e quindi perché non dovrebbe farlo anche questa volta trasformando questa vittoria elettorale in una schiarita effimera come il raggio di sole romano di lunedì? 

Alle correnti l’ardua sentenza.

Sintomi

Da più di un anno sentiamo continuamente parlare di asintomatici  e sintomatici. 

Quelli che, al contatto con il virus, non accusano nessun sintomo e quelli che, invece, li manifestano, gravi o lievi che siano. 

Il covid ha contagiato, ovviamente, anche la politica provocando sintomi  evidenti e certo non lievi che, negli ultimi tempi, si sono aggravati.

Anzitutto con l’assunzione al ruolo di primo ministro di un ex vice direttore della Goldman Sachs che ha riesumato personaggi autorevoli come Brunetta, Gelmini, Carfagna e Salvini. 

Poi è arrivato l’ingaggio di un generale per sconfiggere il covid, che tratta gli italiani come coscritti. 

In seguito si sono riaccese le polemiche e le difficoltà ad approvare finalmente il ddl Zan con un corollario di opinioni databili approssimativamente al 1100 A C.. Il silenzio della sinistra ha spinto un cantante ad improvvisarsi oppositore. 

Mentre Letta, a braccetto con Salvini, si schierava dalla parte di Israele. 

Intanto si manifestava un altro inquietante sintomo: il ripristino del vitalizio ai condannati in via definitiva. Quindi Formigoni e soci riavranno i loro settemila euro al mese che pagheremo noi.

Infine la nomina ad ambasciatore italiano a Singapore di un neo fascista.

Notizia che fa il paio con la richiesta di estradizione, inoltrata alla Francia  qualche settimana fa, di alcuni ex terroristi rossi. 

Con tutti i problemi che avevamo, e ancora abbiamo, qualcuno ha pensato bene di rispolverare storie tragiche, di quaranta anni fa, per ricordarci che l’armadio della sinistra è pieno di scheletri.

Alla luce di tutti questi sintomi la diagnosi è facile. Abbiamo un governo di destra senza se e senza ma. Ma tutto questo Letta non lo sa.

Circolo vizioso

Se ne parla quasi più sui social che su giornali e tv. Forse perché l’argomento è scomodo e non fa audience, quindi meglio limitarsi e brevi resoconti, senza approfondire troppo. Allora, nel tentativo di saperne di più, ho chiesto aiuto ad un collega che da anni si occupa di medio-oriente. Questa è la sintesi della sua analisi.

Dopo la scomparsa di Arafat il fondamentalismo islamico di Hamas ha preso l posto dell’OLP assumendo il ruolo di difensore della causa palestinese e facendo proseliti grazie anche a forme di welfare, a volte macabre, come quella di aiutare le famiglie dei martiri, oppure caricatevoli offrendo assistenza medica e aiuti economici ai più bisognosi.

Ma intanto predica la lotta senza quartiere ai nemici israeliani. Una lotta impari senza nessuna probabilità di successo e anzi sempre controproducente. Infatti i lanci di razzi alla cieca su Israele non fanno che provocare vittime tra i civili e risposte violente che causano lutti e rovine. Inoltre, in questo momento, consentono a Netanyhau di risollevarsi dai guai giudiziari e dal calo di consensi, presentandosi, ancora una volta, come difensore della patria minacciata dai terroristi.

Non solo. I bombardamenti e la caccia all’uomo per le strade di Gaza fanno aumentare l’odio verso Israele e rafforzano il consenso dei palestinesi verso Hamas che sembrava in calo.

Purtroppo Hamas è il nemico ideale per la destra israeliana e viceversa.

E’ un circolo vizioso e sanguinoso dal quale non sembra esserci una via ‘d’uscita. Tranne forse una che potrebbe venire  dalla possibile sconfitta di Hamas alle prossime elezioni. Erano in programma per Luglio ma, a causa della pandemia, e, dicono, anche dal timore di Hamas di perderle, sono state rimandate a data da destinarsi.

Quando si andrà votare le cose, forse, cambieranno. Ma è solo un’ipotesi. Altrimenti, secondo alcuni studiosi, non rimarrebbe che sperare nella demografia. Sostengono che i cittadini arabi di Israele, di religione islamica e anche cattolica che, attualmente, sono circa il 20% della popolazione, essendo più prolifici degli ebrei potrebbero diventare un giorno la maggioranza della popolazione. Ma chissà quando.

Nel frattempo fa male vedere i palestinesi già vittime del covid subire anche le rappresaglie dell’esercito israeliano. Mentre l’occidente, una volta soldale con loro, adesso si schiera compatto dalla parte di Israele.

Fa specie anche sapere che Letta, segretario di un partito che dovrebbe essere di sinistra, solidarizza con Salvini che invoca il diritto alla legittima difesa di Israele che, per difendersi fa strage di civili, compresi donne, vecchi e bambini

E pensare che una volta quasi tutto l’occidente era solidale con il popolo palestinese. Anche un uomo non certo di sinistra come Andreotti era dalla parte di Arafat e dell’OLP.

I tempi sono cambiati e non in meglio. Per nessuno.