La scatola

La confusione regna sovrana in casa PD. Il più confuso sembra essere Letta, segretario terminale. Ha dichiarato che farà opposizione a quelli che, invece di fare opposizione al governo, non perdono occasione per fare opposizione all’opposizione.

Tradotto voleva dire che si opporrà al duo liberal kitsch Renzi-Calenda. Aveva cercato di dividerli offrendo a Calenda un numero spropositato di seggi. Sapeva che Renzi da solo avrebbe avuto  poche probabilità di essere rieletto. Ma Calenda con un ennesima giravolta aveva disdetto l’accordo già sottoscritto. 

Quindi, se prima ne odiava uno, adesso li odia entrambi. Povero Letta.

Renzi è diventato la sua bestia nera. Se non arriva presto qualcuno a prendere il suo posto rischia di finire come l’ispettore capo Dreyfus che odiava Clouseau fino alla pazzia nei film della Pantera Rosa.

Al congresso di Marzo mancano ancora quattro mesi e, nel frattempo, deve comunque fare il segretario. Impresa non facile. Infatti dopo la batosta elettorale, sembra che stia facendo il facente funzione di se stesso.

La sua ultima iniziativa è stata quella di convocare iscritti, simpatizzanti e passanti per tre sabati per  discutere su come riempire di idee la scatola della sinistra, o meglio, quello che è rimasto della sinistra. Si è accorto anche lui che il PD attuale è proprio questo: una scatola vuota.

Ma quel che è peggio, è che nessuno sa cosa metterci dentro.

Redde rationem

Tanto tuonò che piovve, dicono da queste parti. Dopo tanti sondaggi e tante chiacchiere inutili è arrivato il giorno del “redde rationem”. 

Lo sapevano tutti che la politica di Letta era sbagliata. Tranne lui, naturalmente. Non ha capito che dopo tanti anni di crisi e due anni di Covid, alla gente non interessa lo ius soli o lo ius scholae,  il cuneo fiscale e altre amenità del genere. Ma ha bisogno di sicurezza economica, stabilità politica e, soprattutto, di soldi per arrivare alla fine del mese. 

Invece il PD ha approvato, ad esempio, senza  alcuna esitazione, l’aumento delle spese militari, soldi che potevano essere usati diversamente. Ha appoggiato acriticamente il governo Draghi che non era gradito agli italiani come tutti volevano farci credere. 

Letta voleva addirittura continuare il suo lavoro, seguendo gli appunti della sua famosa agenda che non è esattamente di sinistra perché prevede, tra l’altro, di distribuire la maggior parte dei fondi europei a banche ed imprese, soprattutto medie e grandi. Lasciando agli altri solo gli spiccioli perché bisogna far tornare i conti. A spese dei più poveri, come sempre. 

Nessuno, tanto meno Letta e soci, sembra ricordarsi che la crisi economica e sociale ormai cronica è stata causata dal sistema neoliberista economico-finanziario, quello morto di infarto per indigestione di titoli tossici nel 2008 e diventato poi un fantasma che si aggira ancora oggi  per l’occidente. Si sono tutti allineati da tempo al pensiero unico. E la crisi continua. 

Tutto questo, ed altro ancora, è risultato particolarmente indigesto a molti potenziali elettori. Al punto che parecchi di loro non si sono limitati ad astenersi, ma hanno votato contro il PD. Probabilmente anche scegliendo la Meloni. Infatti nelle cosiddette regioni rosse c’è stato un aumento dei votanti, che però non si è tradotto in voti per il PD. Infatti, solo in Emilia Romagna è ancora il primo partito. 

Ma, dopo tutto, era nato morto e adesso è arrivato il momento di celebrarne finalmente il funerale.

Intanto ci ritroveremo tra poco con il governo più di destra della storia recente.

Alcuni si consolano pensando che la nascita del governo non sarà una passeggiata visto che Lega e Forza Italia  sono ormai ridotti ai minimi termini, ma vogliono ugualmente un posto al sole. Anche il suo percorso sarà pieno di ostacoli non facili da superare. Chissà quanto durerà. 

Altri sottolineano l’inaspettata rimonta di Conte che molti vedono come un futuro alleato della sinistra. Se, nel prossimo futuro, ci sarà ancora una sinistra.

Questa è una sintesi, sia pure approssimativa, delle reazioni al risultato elettorale e alla sconfitta annunciata del PD di amici e conoscenti. 

Ormai ogni risvolto, ogni piega nascosta è stata discussa, analizzata e interpretata. 

C’é solo un aspetto che ancora sfugge anche ai più autorevoli studiosi. Nemmeno loro hanno capito chi ha votato per Calenda.

Scomparsi

In questa noiosa campagna elettorale oltre alle solite classiche promesse come la diminuzione delle tasse e il ponte sullo stretto non c’è molto. A parte la nostalgia suicida di Letta per il governo Draghi spiccano le assenze. Infatti ci sono argomenti ,pure importanti, di cui nessuno parla più. 

Ad esempio la guerra in Ucraina che solo poche settimane fa era sulle prime pagine di tutti i giornali e sulla  bocca di tutti politici, è improvvisamente scomparsa con l’inizio della campagna elettorale. 

Adesso parlano solo del problema dell’approvvigionamento del gas. In questi giorni stavano pensando di mettere un tetto al suo prezzo, ma Putin ha chiuso i rubinetti del gasdotto rendendo quindi del tutto inutile la discussione.

Mentre nessuno parla dello scandaloso prezzo del gasolio che costa più della benzina pur essendo un prodotto di scarto della raffinazione, nonché il punto di partenza per l’aumento dei prezzi anche dei beni di prima necessità. 

Altro argomento scomparso è quello doloroso e scandaloso della sicurezza sul lavoro. Sui giornali si legge ogni tanto qualche frettolosa cronaca dell’ennesima tragedia, ma dai politici nemmeno una parola. 

Forse perché in una campagna elettorale basata su una totale mancanza di idee e proposte, stonerebbe come un filo logico  in un discorso di Calenda. 

Non si sente più parlare nemmeno dei lavoratori precari come, ad esempio, i riders che avevano fatto tanto discutere tempo fa.

E’ scomparso anche un tema che appassionava molto fino a qualche anno fa: la legge elettorale. Tutti volevano cambiarla mentre adesso sono molto impegnati, non si sa con quali risultati, a cercare di capire quella in vigore che sembra piuttosto astrusa.

Oltre agli argomenti anche alcune persone sono scomparse dalla scena. Ad esempio Mattia Santori il fondatore del movimento delle Sardine.

Appena sono apparse sulla scena sembravano poter dare vita ad un movimento di giovani e, per di più, di sinistra. Una ventata d’aria fresca nelle polverose stanze del PD e dintorni. Non sembrava vero. Infatti non lo era.

Nate dall’opposizione a Salvini e alla sua sciagurata politica si sono rivelate utili soprattutto alla rielezione a presidente dell’Emilia Romagna di Stefano  Bonaccini che, per sdebitarsi, ha offerto a Santori una poltrona da assessore nella giunta comunale di Bologna. Nel tempo libero coltiva la cannabis in casa. Tutto qui.

Infine, oltre ai temi e alle persone scomparse, c’è da segnalare anche un ritorno. A Roma sono  tornati i cinghiali. Chissà per chi voteranno. 

Mentre noi  elettori, forse, tenteremo l’ennesimo azzardo. Speriamo non votando la Meloni.

Da soli o in compagnia

Nel 2007 quando nacque il PD dopo un parto lungo e travagliato, Veltroni decise di correre da solo. Chiamando a raccolta gli elettori di sinistra e chiedendo loro di non disperdere i voti, ma di dare un voto utile, rivelatosi poi inutile, arrivò al 34%. Oggi con il cosiddetto campo largo e lo stesso appello al voto utile, Letta e soci, secondo i sondaggi, potrebbero ottenere più o meno lo stesso risultato. Quindi, allora come oggi, vale la chiosa di Altan, che disegnò un Veltroni in tuta da jogging che esclamava:”Io corro da solo!” È un altro gli rispondeva:”Cerca di non arrivare secondo!”

Sindrome di Stoccolma?

Sembrava fosse stato costretto dalle circostanze e dalle pressioni di Mattarella ad entrare nel governo Draghi. Ma poi, giorno dopo giorno, è diventato più realista del re.

Allo scoppio della guerra in Ucraina è stato uno dei primi a mettersi un elmetto in testa e ad approvare entusiasticamente l’invio di armi e l’aumento delle spese militari Ha votato le sanzioni anti Putin, che fanno più male alla UE che alla Russia, senza battere ciglio.

In poco tempo ha fatto propria la cosiddetta agenda Draghi, ovvero qualche briciola ai poveri caduta dal tavolo dei ricchi.

Eppure veniva dalla scuola della DC che insegnava a dare qualcosa a tutti, anche a chi lavorava per vivere. Ma qualcosa di tangibile, concreto e non una riduzione del fantomatico cuneo fiscale che induce pensieri poco ottimisti se non inquietanti.

Ad esempio la casa. L’INA casa voluta da Fanfani, un progetto per costruire case popolari ma dignitose per i lavoratori, fu un successo e venne apprezzato in Italia e addirittura preso a modello all’estero.

Oggi un politico che proponesse un progetto del genere verrebbe accusato, come minimo, di essere un vetero comunista e uno scialaquatore di denaro pubblico.

Forse lo stesso Letta gli lancerebbe accuse simili, sostenendo che i tempi sono cambiati e bisogna ammettere che anche il super bonus è stato uno sbaglio. Qualcuno potrebbe approfittarne senza averne diritto, come argomentava Draghi. Stesso discorso per il reddito di cittadinanza percepito da gente che non ha i requisiti richiesti e magari non ha neppure alcuna voglia di lavorare.

Non solo. Una volta caduto il governo, in vista delle elezioni  Letta, segretario di un partito che dovrebbe avere qualche reminiscenza di sinistra, intende scegliere i suoi alleati in base alla loro fedeltà al governo neoliberista uscente e senza dubbio di destra. Persino Brunetta va bene. E pensare che qualche anno fa concludeva i comizi col pugno chiuso.

A questo punto una domanda sorge spontanea: Letta ha mostrato il suo vero volto? Oppure è stato rapito da Draghi e dalla sua banda di migliori e adesso è vittima della sindrome di Stoccolma?

Il campo dei miracoli

Dunque  Draghi se n’è andato sbattendo la porta. Indignato per la pochezza dei politici che non hanno apprezzato la sua grandezza.

Adesso, ci vorrà un po’ di tempo, ma non troppo, per elaborare il lutto causato dalla grave perdita, soprattutto economica. Infatti come ci hanno spiegato con viva preoccupazione, i giornali nelle ultime settimane, un governo in carica solo per occuparsi dell’ordinaria amministrazione non potrà distribuire i soldi del Pnrr. Toccherà al prossimo governo e chissà in che mani finirà quella valanga di soldi. Sicuramente in mani meno esperte e meno amiche di banche ed imprese di quelle di Draghi il super banchiere.

Tra i tanti in lutto per dipartita di Draghi c’é n’é uno che sembra più inconsolabile degli altri: Enrico Letta. Ha dichiarato che passerà la campagna elettorale a denunciare i  congiurati che lo hanno tradito. Quindi niente più alleanza con Conte.

Meglio Di Maio che ha dimostrato di essere fedele a Draghi oltre che alla sua poltrona di ministro degli esteri. 

Mentre gli è venuto qualche dubbio su una possibile alleanza con Renzi. Quel cognome gli ricorda qualcosa di spiacevole. E poi anche lui, il senatore di Rignano, ha dichiarato che non entrerebbe mai in un’alleanza che comprendesse i 5stelle.

Ma non è detto che vada così. Infatti nel caso che si presentasse alle urne da solo avrebbe buone probabilità di non essere eletto. Quindi gli converrebbe entrare in qualche campo, largo o stretto che sia.

Mentre dall’altra parte Salvini pensa di essersi vendicato di Conte che lo cacciò dopo il Papeete.  Ma non ha pensato che dopo le elezioni ,probabilmente, la Meloni prenderà la guida del cdx e lui sarà un suo subalterno.

Mentre il vecchio Caimano sfuggito ai medici e alle badanti lancia promesse vecchie di quasi trent’anni che non fanno nemmeno più ridere.

Insomma i politici hanno già cominciato ad invitarci nel loro campo dei miracoli dove basta seminare un voto per vedere crescere, come per magia, un albero della cuccagna. Ma alle favole, ormai, non credono più nemmeno i bambini.

Operazione bis

Dicono che mercoledì scatterà l’operazione bis. Che non è quella del supermercato dove prendi due e paghi uno. Ma  vuol dire che prenderemo il Draghi bis e continueremo a pagare care bollette, benzina, alimentari e tasse. Anche Draghi stesso non sembra entusiasta di concedere il bis. Infatti chi lo conosce dice che preferirebbe lasciare la compagnia perché lui è un uomo di valore, non come quelle mezze seghe dei politici che non ubbidiscono ai suoi ordini e continuano a litigare tra di loro e a fare giochetti infantili come degli scolari indisciplinati. Ma lui è prima di tutto un servitore dello stato e visto che Mattarella lo ha invitato e restare, rifarà un governo con o senza Conte e soci.

Anche l’ex avvocato del popolo ha qualche problema. In teoria passare all’opposizione, potrebbe far aumentare i suoi scarsi consensi, visto che l’opposizione praticamente non esiste. Certo ritrovarsi in compagnia di Dibba e della Meloni sarebbe imbarazzante, ma non di più che stare insieme a Brunetta e alla Gelmini. 

Ma nel Pd, che in teoria dovrebbe essere suo alleato alle prossime elezioni, c’è chi è contrario al suo addio a Draghi. In particolare Franceschini che lo ha avvertito in modo perentorio. Se lascerà il governo dovrà dire addio anche all’alleanza con il PD. Ma Franceschini  ex DC sembra mosso anzitutto dal timore di perdere la sua adorata poltrona di ministro dei beni culturali che aveva ottenuto con il governo Renzi e mantenuta con Gentiloni. Quindi persa momentaneamente con il Conte 1, ma poi prontamente riconquistata con il Conte 2 e mantenuta con Draghi. Quindi magari  basterà assicurargli che la manterrà a vita e cambierà idea.

Ma quello che preoccupa di più il Conte di Volturara è un altro che si oppone alla sua partenza, quello che, a suo tempo, era il suo secondo santo in paradiso dopo padre Pio: Sergio Mattarella. Infatti finora non ha sfiduciato il governo né ritirato i suoi ministri. Ha solo alzato la voce per dare un segno di vita in vista delle prossime elezioni. Sta ancora pensando se fare le valigie o no.

Mentre per noi elettori spettatori se Draghi concederà il bis non cambierà molto. Anzi niente. Se invece, rinunciasse allora ci ritroveremmo subito in campagna elettorale. con la consueta noiosa sfilata dei soliti noti che non hanno niente da dire, ma vogliono dirlo lo stesso. Ma al CDX , dicono i sondaggi, tanto basterebbe per  vincere.

Mentre dall’altra parte, l’idea del campo largo con dentro Renzi e Calenda suscita sentimenti contrastanti. Risate, incredulità, disapprovazione e anche curiosità. Che Letta, alla fine, si sia davvero dimenticato ’“Enrico stai sereno?” Eppure, a suo tempo, sembrava che intendesse lavare l’onta con il sangue di Renzi…

Figure e figuracce

La guerra fa tante vittime, militari e soprattutto civili, purtroppo. Ma anche qualche politico finisce per risentire del fragore della battaglia anche se non vi partecipa attivamente. Non rischia certo la vita, ma molto spesso, con le sue iniziative rischia di peggiorare l’immagine che aveva dato di se. A cominciare da chi era già scivolato in basso e ha colto l’occasione per cadere ancora più giù. Primo tra tutti l’ex capitano che, da persecutore di migranti, si è trasformato in ambasciatore di pace e protettore dei profughi. Ma un sindaco con buona memoria gli ha rinfacciato i suoi trascorsi putiniani. Ultimo autogol di una ormai lunga serie. 

Intanto quasi tutti gli altri politici sono scesi sul piede di guerra indossando prontamente un elmetto, naturalmente a stelle e strisce. Siamo più filo americani di settant’anni fa. Perfino Enrico Letta con i suoi modi da curia vescovile ha approvato senza indugio l’invio di armi al fronte e l’aumento delle spese militari sorprendendo e lasciando perplessi molti dei suoi già pochi estimatori.

Al senatore a cinque stelle Vito Petrocelli è andata molto peggio. Il suo rifiuto di votare i cosiddetto decreto Ucraina e le sue dichiarazioni troppo filo russe gli sono costai l’espulsione dai cinque stelle e la possibilità di perdere la presidenza della commissione esteri del senato.

Anche fuori dai palazzi c’è chi non se la passa molto bene. Ad esempio il prof. Alessandro Orsini, che viene continuamente accusato di intelligenza col nemico.

Ma è in buona compagnia. Anche papa Francesco è stato accusato da Ernesto Galli della Loggia, prima di essere filo russo e poi di non aver assunto una posizione chiara. Tutto per aver auspicato la pace e non la guerra.

Dopo di lui la vittima più illustre di questo conflitto è senz’altro il gran ragioniere Draghi. Tutti dicevano che era il nostro garante in Europa, ma, evidentemente, a Bruxelles nessuno lo sapeva. Infatti lo hanno ignorato. Allora lui, per dare un segno della sua presenza, ha pensato bene di chiamare Putin per chiarire la faccenda del pagamento in rubli del gas che viene dalla Russia.

Ma poi, nella successiva conferenza stampa, ha ammesso di non aver capito bene come stanno le cose. Brutta figura per uno che, da sempre, fa il banchiere e al denaro dovrebbe dare del tu. Questa dichiarazione, insieme ad altre non proprio felici, come quella che quest’estate dovremo scegliere tra la pace e il condizionatore acceso, a qualcuno potrebbe far venire un sospetto.

Ci siamo giocati un altro Supermario?

Analfabetismi

Ieri mattina sono andato a fare la terza dose. Prima di entrare bisogna compilare un modulo con i dati personali: nome, cognome, data di nascita, codice fiscale ecc. Mentre lo compilavo un signore di circa settant’anni mi ha chiesto se lo potevo aiutare.

Pensavo che avesse dimenticato gli occhiali e invece ho scoperto che aveva difficoltà a leggere e scrivere. Mentre gli compilavo il modulo mi ha detto che era l’ultimo di cinque fratelli, aveva fatto solo la quarta elementare e poi era stato costretto ad andare a lavorare.

Poi, mentre aspettavamo il nostro turno, mi ha raccontato il resto della sua storia. A sedici anni era venuto al nord dalla Sicilia negli anni sessanta e aveva fatto il muratore per più di quarant’anni. Adesso è in pensione e vive qui con la moglie. Con lei ha avuto tre figli, tutti diplomati, ha precisato con orgoglio. 

Ascoltando la sua storia vi è tornato in mente un saggio di Tullio De Mauro. Dove si spiegava che un terzo degli italiani è praticamente analfabeta. Mentre un altro terzo, pur sapendo leggere e scrivere, non è in grado di capire il contenuto dell’editoriale di un giornale. Il saggio risale ai primi anni del terzo millennio, ma credo che la situazione non sia molto cambiata.

Anche oggi chi è al potere ha tutto l’interesse a mantenerci ignoranti. La varie controriforme della scuola ne sono la prova più evidente.

Così possono farci credere, per esempio, che la pandemia è finita, che l’unico cattivo è Putin mentre tutti gli altri sono buoni. Oppure che Draghi è un’eccellenza italiana, che Di Maio è il ministro degli esteri, che Letta è il segretario del PD, che Papa Francesco è comunista e che gli asini volano.

Parole

Ci sono parole e espressioni che caratterizzano periodo storici e cicli politici. Magari brutte e apparentemente innocue, ma  spesso rivelatrici del clima politico dell’epoca. Ad esempio durante il ventennio berlusconiano si sentiva spesso dire bipartisan. In particolare quando c’era un disaccordo tra governo e opposizione.

In teoria voleva dire che c’era bisogno di un confronto per arrivare ad una soluzione condivisa. Ma, in pratica, significava che l’opposizione avrebbe dovuto essere d’accordo con l’operato del governo.

Altra espressione ricorrente di giornali e tv,, soprattutto quando al governo c’era la sinistra, era un aggettivo: risicata, che era riferito alla maggioranza di governo che, di solito, al senato aveva pochi voti in più dell’opposizione. Di conseguenza c’era sempre il pericolo, ma più spesso, l’auspicio, che qualcuno staccasse la spina al governo. Capitò anche al governo Monti di sentirsi rivolgere questa infelice espressione che non piacque al pur compassato professore il quale fece notare che lui non era un elettrodomestico.

Poco più di due settimane fa, durante la mancata elezione di un nuovo capo dello stato si sentiva parlare quasi tutti i giorni di alto profilo. Vale a dire che il candidato alla presidenza avrebbe dovuto avere un curriculum esagerato, inattaccabile, inossidabile. Ma non l’hanno trovato e hanno riciclato Mattarella. Forse volevano mantenere il loro basso profilo.

Tutte queste espressioni e questi termini hanno vissuto il loro momento di notorietà e poi sono caduti in disuso. Ma c’è n’é un altro che si sente dire da anni e minaccia di durare ancora a lungo: larghe intese, ovvero tutti i partiti insieme al governo appassionatamente.   

In pratica un’ammucchiata, come sostennero alcuni commentatori dell’epoca del governo Letta. Mentre oggi, stranamente, la stessa formula di governo la chiamano tutti governo Draghi. Oppure semplicemente maggioranza.

Ma c’è un motivo.  Parecchi, infatti vorrebbero non solo che durassero fino al prossimo anno, ma anche oltre. Certo a dirlo esplicitamente è stato Calenda le cui previsioni sono molto meno attendibili di un qualsiasi oroscopo.

Tuttavia al raduno del suo micro partito sonno andati tutti. Mentre normalmente anche un semplice suo invito a cene veniva ignorato. Questa volta, invece si sono presentati Letta, Giorgetti e Tajani e, almeno a parole, sembra siano disponibili a stare insieme anche la prossima legislatura, magari ancora con Draghi premier, ma senza i cinque stelle. Mentre Draghi non ha molta voglia nemmeno di arrivare al prossimo anno e i cinque stelle nessuna di essere tagliati fuori.

Insomma chi evoca le larghe intese sembra che non abbia larghe vedute.