American food valley

Dall’America in principio era arrivata la coca-cola: ma quello sciroppo per la tosse inventato da un farmacista di Atlanta, non ci aveva convinto del tutto. Preferivamo il vino o la birra.

Poi sono arrivati i fast food che attirano soprattutto ragazzi che, per moda o per golosità, si fanno uno spuntino ogni tanto. Gli adulti non sono accorsi in massa. Ma, qualche volta, un giro tra i panini lo fanno anche loro.

Soprattutto i più poveri che si consolano con un hot dog o un hamburger non potendosi permettere una cena al ristorante.

Succede qui, nella Food Valley.

Dove, negli ultimi decenni, anche la produzione di generi alimentari è cambiata. Le coltivazioni intensive aumentano e anche la produzione dei prodotti più tipici. sta diventando sempre più industriale.

Ad esempio, tanti anni fa il fidanzato di mia zia faceva il custode in un prosciuttificio. Il suo compito principale era quello di aprire e chiudere un centinaio di finestre per fare entrare la quantità d’aria necessaria a far maturare i prosciutti.

Adesso sarebbe disoccupato. Infatti le finestre dei prosciuttifici rimangono sempre chiuse. A garantire la giusta temperatura e un adeguato grado di umidità ci pensano degli impianti di condizionamento che potrebbero climatizzare un intero quartiere e sono senz’altro più efficienti del mio mancato zio. Ci ha guadagnato la quantità, mentre la qualità si è livellata ed offre un prodotto medio senza più punte di eccellenza, ma in grado di generare maggiori profitti.

Evidentemente la mentalità, molto americana, del guadagno prima di tutto ha fatto proseliti anche qui. Portandosi dietro anche qualche pezzo di cultura popolare e religiosa proveniente da oltre oceano.

Infatti da anni ormai abbiamo aggiunto Halloween all’elenco delle feste comandate, anche se non sappiamo ancora bene cosa sia.

Inoltre stanno sorgendo chiese battiste, apostoliche ed evangeliche. Certo sono frequentate da stranieri, ma potrebbero essere un indizio, anche se piccolo, del fatto che, anche da queste parti, sta mettendo radici l’etica protestante. Quella che, come sosteneva Max Weber, è alla base dello spirito del capitalismo. Ovvero la convinzione che il successo negli affari sia un segno della grazia di Dio.

L’ultima evoluzione di questa idea si chiama neoliberismo.

La dottrina che seguono certi dirigenti delle multinazionali, ormai entrate da tempo nel settore agroalimentare. Sembra siano convinti che le ricchezze accumulate dai più ricchi prima o poi arriveranno, con una sorta di effetto cascata, anche ai più poveri. Che, però stanno aspettando invano da decenni questa manna dal cielo, mentre le loro condizioni di lavoro, nel frattempo, dagli anni ottanta ad oggi, sono peggiorate e il potere di acquisto dei loro stipendi è diminuito. Come in America.

Comunque sia, però, su una cosa abbiano tenuto duro nonostante tutto: il menù.

Come è successo ad un mio amico che, qualche mese fa, stava organizzando una cena aziendale per clienti di riguardo e si è visto proporre da un albergo-ristorante a cinque stelle un menù a base di bistecche texane e vino della Napa Valley.

Per un abitante della Food Valley era decisamente troppo e ha subito cambiato ristorante.

Commentando quell’episodio ha detto:”Ci stiamo americanizzando e non facciamo niente per nasconderlo.”