Lavaggi

Ai tempi del famigerato virus per rimanere in contatto con amici, parenti e conoscenti si telefona spesso. Nelle lunghe conversazioni che ha avuto ho notato un sentimento abbastanza diffuso: l’incertezza del futuro, la mancanza di prospettive, la paura di essere finiti in un vicolo cieco. In una parola, la depressione. Non sembra ancora una vera e propria patologia, un male oscuro, ma è uno stato d’animo che non è facile lasciarsi alle spalle.

Quindi non basta spiegare a chi ne soffre che le cose vanno meglio e che la realtà è migliore dei numeri nefasti che ogni giorno ci piovono addosso. Non si suscita un briciolo di ottimismo nemmeno dicendo che, forse, il virus sta diventando meno aggressivo come dimostra il calo costante dei ricoveri in ospedale e che in tutto il mondo tanti laboratori stanno già sperimentando dei vaccini che potrebbero essere disponibili tra pochi mesi.

Inutile anche azzardare l’ipotesi, che il virus con l’arrivo del caldo potrebbe andarsene come un normale virus influenzale. Alcuni virologi spiegano così la scarsa diffusione del virus al centro sud. Niente da fare. Chi è depresso continua a vedere nero.

Settimane di esposizione continua a televisione e internet dove si danno continuamente numeri più meno a caso sottolineando, ogni volta, i morti e i feriti della guerra al covid hanno lasciato il segno.

Evidentemente i vari media non si sono limitati a raccomandarci di lavare spesso le mani. Ci hanno lavato anche il cervello.

Festa in famiglia

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Se non fosse arrivato quel maledetto virus oggi ci sarebbero le piazze piene con tanta gente a cantare, ancora una volta, Bella ciao. Sarebbe stata un’occasione per dire un altro no al sovranismo arrembante. A chi lo scorso anno definì il 25 Aprile un derby tra fascisti e comunisti e a tutti quelli come lui.

Invece ci ha pensato il Covid a mettere all’angolo Salvini e i sovranisti e a risvegliare sentimenti che sembravano ormai sopiti.

Infatti oggi anche se le piazze sono vuote, tanti di noi apprezzano più che mai la libertà e la democrazia nate dalla resistenza quel giorno di 75 anni fa.

L’impossibilità di muoversi, di riunirsi, di discutere ci hanno fatto capire quanto siano importanti quei valori. Ormai sembravano solo parole fuori moda ma poi, di colpo, hanno riacquistato il loro pieno significato.

Chiusi in casa sogniamo la libertà che ci sembrava così scontata e banale ma non lo era affatto.

Cerchiamo di non dimenticarlo.

Buon 25 Aprile a tutti.

Parole virali

Maschere

Restate a casa.

Espressione ripetuta fino al parossismo all’esasperazione, alla nausea. Non solo alla tv. Nei paesi passava almeno una volta al giorno una macchina della protezione civile dotata di altoparlante che lo ripeteva continuamente.

Lavatevi spesso le mani

Hanno addirittura girato dei tutorial sul modo più corretto di fare questa semplice operazione. Come farebbe una mamma con il suo bambino. Perché i politici ,come la mamma, ci considerano ancora bambini anche se siamo diventati adulti da decenni .Sarà un segno di affetto oppure di scarsa fiducia verso di noi come dicono certi maligni?

C’é troppa gente in giro

Frase molto usata da certi politici per scaricare sui cittadini le loro colpe. Vedi Lombardia.

Non abbassiamo la guardia.

Ovvero anche se la situazione migliora dovete stare ancora a casa. Viene il sospetto che ci abbiano preso gusto a mantenerci agli arresti domiciliari. Forse perché in questo modo è impossibile ogni protesta di piazza. Ma non pensate male, lo fanno per il nostro bene.

Picco

Il momento di massima diffusione di un’epidemia. Evocato e previsto per settimane, è arrivato e nessuno esperto se ne è accorto. Adesso gli stessi aspettano la seconda ondata. In fondo ognuno ha il diritto ad un’altra possibilità di sbagliare

Mascherine

E’ la parola più frequente, dopo virus, su tutti i giornali. Associata, di volta in volta, a carenza, obbligo di indossarle e relative polemiche sulla loro utilità. Qualcuno ha provato a trasformarle in un oggetto di moda, qualcosa di cool, ma non ha avuto molto successo. Le uniche mascherine che indossiamo con piacere sono quelle di Carnevale.

Fase 1
La stiamo ancora vivendo tutti i giorni. L’impressione è che sia come il primo tempo di una partita di calcio dove il tempo ò scaduto, ma l’arbitro sta facendo giocare parecchi, interminabili, minuti di recupero.

Fase 2

Se ne parla da settimane ma ancora niente è stato deciso. Sappiamo solo che potremo di nuovo giocare al lotto ed ad un altro gioco che ci piace molto poco, quello del distanziamento sociale.

Fase 3

Secondo i più ottimisti potrebbe arrivare prima del previsto. Se la fase 1 continua ancora un po’ il virus famigerato potrebbe andarsene o diventare innocuo prima che il governo si decida a dare il via alla fantomatica fase 2.  Magari!

Ho visto cose…

Ho visto illustri virologi litigare in diretta tv. Eminenti scienziati tutti di un pezzo diventare gelatine davanti ad un invito nel salotto di Barbara D’Urso.

Ma bisogna capirli. Fino a qualche settimane fa un virologo o un infettivologo suscitavano timore. Un incontro con loro ci metteva addosso una certa apprensione che ci spingeva a toccare ferro oppure le parti basse.

Adesso, invece, sono star delle tv.

Ma tra i tanti ne ho visto anche uno che non suscitava né timore né apprensione, ma solo qualche dubbio sulla sua competenza. Ovviamente era considerato un super esperto dal governo. Oggi è stato scaricato dall’OMS.

Infine ho visto alcuni esponenti di Forza Italia riprendere in mano le valigie, preparate già da tempo, per il viaggio , piuttosto breve, che li porterà dai banchi dell’opposizione a quelli della maggioranza.

Una notizia che un paio di mesi fa avrebbe fatto discutere a lungo.

Adesso, invece, qualcuno la considera quasi una buona notizia, un segno di ritorno alla normalità.

Un uomo tranquillo

La voce metallica della segreteria telefonica scandì ancora una volta il numero che Mariangela aveva appena chiamato, quello di suo marito Roberto, di professione  ingegnere: Era andato a Padova per lavoro. Sarebbe tornato il giorno dopo, ma lei era ansiosa di riferirgli che, nel fine settimana, sarebbero arrivati da Londra due loro amici, marito e moglie, che non vedevano da qualche anno. Ormai erano quasi le otto di sera e ancora non era riuscita a parlare con lui. Pensò che il suo cellulare fosse scarico e quindi telefonò all’albergo.

Dopo un paio di squilli rispose una voce stentorea:”Hotel della Valle, buonasera!”

“Ehm, vorrei parlare con l’ingegner Rossetti…”

“Rossetti? Un attimo…mi dispiace, ma non posso inoltrare la sua chiamata.”

“Perché mai?”

“L’ingegnere è in camera con sua moglie e non vuole essere disturbato.”

“Come sarebbe a dire? Sua moglie sono io! ”

“Non so che dire…provi a chiamare più tardi” rispose il portiere imbarazzato.

Mariangela rimase immobile con il telefono in mano. Nella sua mente irruppero i più cupi pensieri e le ipotesi più varie.  La risposta del portiere poteva essere la prova che suo marito la tradiva. In quel caso il suo matrimonio quasi perfetto rischiava di saltare. Eppure non aveva sentito alcun campanello d’allarme. Una moglie capisce, sente, se qualcosa non va. Quindi poteva anche trattarsi solo di un equivoco. Perché no!

Per quasi mezz’ora Mariangela prese in considerazione ipotesi e contro ipotesi senza arrivare ad alcuna conclusione. Finché non la chiamò Roberto che, con  voce calma e rassicurante, le spiegò che era stato nella sua camera con la segretaria ed un collega per dare gli ultimi ritocchi al progetto che avrebbero dovuto presentare il giorno dopo. Aveva solo detto al portiere che non voleva essere disturbato, Ma lui, probabilmente, aveva pensato che la segretaria fosse sua moglie.

Mariangela credette, anzi volle credere, ad ogni singola parola di Roberto e considerò chiuso l’incidente.

In fondo lei era sempre stata sicura della fedeltà del marito. Pensava fosse troppo tranquillo e attaccato alle sue abitudini per complicarsi la vita con un amante. Non solo. Negli ultimi tempi le sue piccole manie si erano accentuate. Ad esempio, visto che ogni tanto amava cucinare, aveva messo in ordine perfetto la cucina. Le scatole di pasta erano state messe in ordine alfabetico, le pentole e le padelle in ordine di grandezza e i piatti divisi per colore e decorazione. Un uomo del genere non poteva essere un fedifrago!

Qualche settimana dopo, Roberto tornò a casa ,puntuale come sempre, alle sette di sera. Posò la borsa nell’ingresso e andò in camera per mettersi in tenuta da casa. Poco dopo uscì dalla stanza con passo deciso, raggiunse Mariangela in salotto e le chiese a bruciapelo:

“Oggi hai aperto il mio armadio! Perché?”

“Ho solo messo dentro la biancheria pulita…”

“Certo, ma il mio armadio deve rimanere in ordine. Ogni cosa al suo posto.

“Eh, va beh, d’accordo. La prossima volta la biancheria la lascerò sul letto.“

Mariangela quella sera, contrariamente al solito, parlò poco. Cominciò a pensare che in quell’armadio si nascondesse qualcosa che non avrebbe dovuto vedere.

La mattina dopo, non appena Roberto si chiuse la porta alle spalle, si precipitò in camera da letto. Aprì l’armadio e cominciò ad esaminarne il contenuto. Passò in rassegna ii pantaloni, le camicie, la biancheria e le giacche tutte perfettamente allineate ed appese a grucce rigorosamente identiche. Niente di strano, quindi. Mariangela tirò un sospiro di sollievo e si affrettò a richiudere l’armadio. Ma una giacca scivolò dalla sua gruccia e si insinuò tra le due ante. Lei la fece rientrare delicatamente al suo posto e si accorse che in una tasca c’era qualcosa: una chiavetta usb. Pensò subito che quello fosse l’oggetto misterioso che non avrebbe dovuto trovare.

Così corse ad accendere il computer. Ci infilò la chiavetta e, dopo qualche secondo, apparvero una dozzina di fotografie. Gli sfondi erano diversi, ma i protagonisti delle foto erano sempre gli stessi: Roberto ed una donna bionda, probabilmente la famigerata segretaria. Mariangela provò un brivido lungo la schiena e, poco dopo, una vampata di calore. Si sentiva come quando, nel bel mezzo di un bel sogno, si rendeva conto che stava per svegliarsi. Il suo sogno, realizzato, di sposare un uomo gentile, intelligente e introdotto nella buona società avrebbe potuto dissolversi come la nebbia al primo sole del mattino. Ritrovarsi single a quasi quarant’anni era una prospettiva talmente orribile che non valeva la pena di pensarci nemmeno per una frazione di secondo.

Poi, in pochi minuti, passò dal dolore alla rabbia e cominciò subito a pensare ai termini del divorzio. Per saperne di più in materia chiamò subito un’amica avvocato. Quella ebbe un bel da fare per arginare il fiume di parole punteggiato di improperi che uscivano incessantemente dalla bocca della sua amica. Poi, cercò di fare il punto della situazione: e chiese a Mariangela di osservare più attentamente le fotografie per capire chi fosse la donna in compagnia di Roberto. Lei guardò di nuovo quella serie di immagini che erano apparse tutte insieme sullo schermo. Notò che erano piuttosto piccole e che, a causa  della sua incipiente presbiopia, non era riuscita a metterle bene a fuoco.  Occhiali ancora non ne aveva perché la invecchiavano, quindi cercò un modo per ingrandire le foto. Dopo qualche colpo di mouse andato a vuoto, finalmente una fotografia apparve a tutto schermo. Mariangela la osservò incredula e salutò in fretta la sua amica. Poi dalla sua bocca uscì una risata liberatoria. Perché la donna misteriosa che sorrideva di fianco a suo marito, era lei. Roberto aveva riunito in quella chiavetta tutti i selfie che si erano scattati durante le vacanze estive. rigorosamente divisi per luogo, data e ora di scatto.

Poco dopo Mariangela, risollevata, rimise a posto la chiavetta. Non si accorse che nell’armadio, ben nascosto sotto alcuni maglioni, c’era un pacchetto avvolto in una carta rossa legata da un nastro giallo. Dentro c’erano due orecchini d’oro a forma di stella. Un regalo che non era destinato a lei.

 

 

Falsa partenza

Quel giorno Giuseppe aveva avuto la solita discussione periodica con la sua compagna. A lui non piaceva abitare in campagna lontano dagli amici dai negozi, dai bar.. Da tutto. Inoltre, ogni giorno, doveva sorbirsi quindici chilometri in macchina per andare al lavoro. Mentre Rosalba amava coltivare fiori, passeggiare per i prati con il cane e fare la casalinga. Giuseppe, invece, avrebbe voluto che lavorasse per far quadrare il bilancio domestico, che si reggeva a stento sul suo magro stipendio da insegnante precario. Ma lei aveva ribadito più volte che il suo lavoro era quello di occuparsi di lui e della casa  Quel giorno aveva anche minacciato di andarsene, ma Giuseppe non aveva dato peso alla cosa ed era andato a fare un lungo giro in città, nel suo habitat naturale. Quando tornò a casa era quasi l’una di notte. La porta cigolò come sempre. La richiuse piano e, subito dopo, sentì un rumore, qualcosa che veniva nella sua direzione. Mentre cercava l’interruttore della luce si sentì toccare una gamba. Fece un sobbalzo come se avesse preso la scossa. Poi allungò una mano e senti qualcosa di umido e caldo: era solo il muso del cane. Gli accarezzò la testa e col braccio urtò una bottiglia di acqua minerale che era sul tavolo facendola cadere sul pavimento dove rimbalzò un paio di volte. Giuseppe la raccolse e si preparò a rispondere a Rosalba, che sicuramente lo avrebbe chiamato entro qualche decimo di secondo. Ma nessuna voce risuonò nell’aria. Giuseppe, si guardò intorno e vide sul tavolo un foglio di carta gialla piegato in due. Lo lesse in fretta mentre sul suo viso appariva lo stupore. Su quel foglio una calligrafia semplice e lineare aveva tracciato poche parole: ”Caro Giuseppe, temo che i nostri punti di vista siano ormai inconciliabili. Quindi ho deciso di andare via. Mi fermo da mia sorella per qualche giorno. Manderò Filippo a prendere il resto della mia roba.

Abbi cura di te e di Tom. Ciao. Rosalba

Giuseppe prese una lattina di birra dal frigo e la aprì.  Mandò giù un sorso e poi lanciò un urlo che risuonò cupo nella casa deserta:” Libero! Finalmente libero! Adesso posso ricominciare a vivere!” Poi cominciò a saltellare per la cucina come se avesse le molle sotto le scarpe. Ma, dopo qualche minuto, un’ombra apparve sulla sua faccia. Pensò che era libero, certo, ma lei. forse, se ne era andata con quel tale Filippo. Lui si era fatto tanti problemi perché ogni tanto andava a bere qualcosa con un’amica e Rosalba, intanto, si vedeva con un altro. Vatti a fidare delle donne!

Ma, forse, lei era convinta che anche lui la tradisse e quindi… Comunque la mettesse, però, a Giuseppe sembrava di averci rimesso, alla fine dei conti.

Però adesso poteva andarsene da quella casa schifosa e tornare alla civiltà. La prima tappa avrebbe potuto farla dai genitori che abitavano in città. Almeno era più vicino al lavoro e a tutti gli amici. Poi avrebbe trovato un’altra sistemazione. Il mattino dopo si alzò presto, fece colazione ed andò a fare il solito giro con Tom, un bastardone dal pelo lungo e dagli occhi grandi, che era molto affezionato a Rosalba.

Più tardi lo portò alla cascina da dove Rosalba lo aveva preso quand’era ancora un cucciolo. Il contadino, dapprima stupito per il ritorno di Tom, disse che lo riprendeva volentieri e anche Tom sembrava contento.. Giuseppe, soddisfatto, di diresse con passo svelto verso casa ma quando arrivò Tom lo aspettava davanti alla porta. Entrarono in casa insieme.

Quella sera Giuseppe andò in città e passò a salutare il suo amico Antonio che fu molto sorpreso per la improvvisa partenza di Rosalba.

-Avrei giurato che non vi sareste mai separati. Sembravate così affiatati – commentò.

A quelle parole Giuseppe avvertì una specie di nodo alla gola. Forse che, passata l’euforia della libertà, sentiva già la mancanza di Rosalba?

Pensò fosse solo un momento di inevitabile nostalgia e cercò di affogarla in una pinta di birra scura. Alla fine, almeno, era più allegro. Rimase con Antonio fino a tardi e poi si diresse lentamente verso casa. La porta si aprì dopo un solo giro di chiave. Eppure, di solito, chiudeva con tre o quattro giri. Ma, forse, non ricordava bene. Entrò, comunque, guardingo. Accese la luce e subito Tom gli andò incontro. Quando il cane smise di fargli festa si diresse verso la camera e inciampò in un piccolo zainetto rosa. Forse l’aveva dimenticato Rosalba nella fretta di andarsene oppure… Giuseppe si diresse velocemente verso la camera da letto, spalancò la porta e sotto le coperte vide Rosalba che gli indirizzò uno sguardo un po’ assonnato ed un rimprovero banale:

-E’ questa l’ora di tornare a casa?

-Ma, ma…cosa ci fai tu qui ?, balbettò lui.

-Beh, ho cambiato idea. Non mi andava di lasciarti. Mi sento

ancora legata a te, rispose lei.

-Quindi non sei andata con Filippo…

Chi?

-Filippo, non si chiama così la tua nuova fiamma?

. Ah, ah, ah! Tu pensavi che… Ah Ah! Filippo è il marito di mia sorella!

-Che stupido che sono stato, sospirò Giuseppe. che, nonostante tutto, si sentì sollevato da quella notizia.

-Per questa volta ti perdono sussurrò Rosalba, poi lanciò a Giuseppe uno sguardo che a lui sembrò implorante, ma, in realtà esprimeva tranquillità e sicurezza. Rosalba lo tradusse subito in parole:

-Non mi dici bentornata? Speravi che non tornassi più?

-Beh, no…speravo che tornassi, ma…

-Allora potresti anche darmi un bacio di benvenuto.

Giuseppe, dopo un attimo di incertezza, si avvicinò al letto.

Rosalba aprì le braccia, Giuseppe si chinò, lei lo strinse forte e lo baciò sulla bocca. Giuseppe ricambiò, suo malgrado, ma non troppo, il bacio e l’abbraccio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Festa con sorpresa

Invece del solito post ho pensato di pubblicare questo mio vecchio racconto appena ritrovato nei meandri della memoria del computer.  Buona lettura.  

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                      Festa con sorpresa

Giorgio si era innamorato. Ogni tanto gli succedeva. Quando riusciva a parlare per più di cinque minuti con una ragazza, di solito non tanto alta, minuta e con un bel sorriso, se ne invaghiva immediatamente. Questa si chiamava Jenny e aveva anche dei bellissimi occhi grigio-azzurri. Giorgio pensò che quegli occhi potessero scrutargli anche l’anima. Ne era rimasto folgorato. E non solo per il suo aspetto. 

Jenny aveva confidato a Giorgio i suoi progetti per il futuro. Dopo la maturità aveva intenzione di iscriversi ad architettura per poi lavorare nell’impresa edile di famiglia. Poi avrebbe voluto sposarsi, avere almeno due figli e andare ad abitare in un certo palazzo antico nel centro storico, dove abitavano i nonni. Giorgio rimase sorpreso e ammirato da quel programma di vita così preciso. Lui riusciva a stento a mettere in fila le cose da fare un giorno per l’altro. Pensò che Jenny fosse, senza alcun dubbio, la ragazza giusta per lui. Quindi avrebbe dovuto farglielo saper al più presto.

Decise di invitarla a cena quel sabato sera. Aveva pensato che, dopo aver mangiato e bevuto, avrebbero anche potuto appartarsi in macchina in un certo posto tranquillo fuori città. 

Quindi cominciò a scrivere un messaggio su whatsapp, ma poi pensò che era un mezzo troppo freddo per chiedere a una ragazza il primo appuntamento. Quindi, dopo qualche minuto di preparazione, telefonò a Jenny. Dopo pochi convenevoli stava per proporle una cena a due. Ma lei lo anticipò. Quella sera doveva andare alla festa di compleanno di una sua compagna di classe, una certa Antonella, che conosceva anche Giorgio. Lui, sorpreso e dispiaciuto, riuscì solo a biascicare che non sapeva niente della festa.

A Jenny sembrò che volesse andarci e, visto che era una delle organizzatrici dell’evento, provvide subito ad invitarlo. Lui esitò per qualche secondo, ma poi, allettato dall’idea di rivedere Jenny, seppure in compagnia, accettò. Appuntamento alle dieci in una villa in collina. Arrivò in anticipo sul suo Maggiolino anni 70, regalo vintage di papà per il suo diciottesimo compleanno.

C’era tanta gente, ma non Jenny. Alle dieci e quarantadue non si era ancora vista. Arrivò circa tredici minuti dopo, ma non da sola. Era arrampicata su un ragazzo alto con la barba e i capelli lunghi biondicci. Jenny fece le presentazioni e Giorgio apprese che quel tale si chiamava Steve, ed era un americano venuto in Italia a studiare archeologia. Jenny lo definì suo amico, ma l’atteggiamento che aveva verso di lui non lasciava spazio ad alcun dubbio. Quello era, o stava per diventare, il suo ragazzo, anzi, il suo amichetto, come sibilò tra se Giorgio, con disprezzo e una punta di amarezza. Incazzato e deluso, pensò che era stato vittima di un caso di sfiga internazionale. Un tizio era venuto da un altro continente per rompere i coglioni proprio a lui.

Poco dopo decise di andarsene. La vista di Jenny insieme a Steve gli era insopportabile. Ma mentre si dirigeva verso l’uscita si imbatte in un’amica che non vedeva da anni. Se la ricordava con qualche chilo di troppo, brufolosa e simpatica. Mentre la ragazza che aveva davanti aveva la pelle liscia, le forme giuste, un bel sorriso ed era ancora simpatica. Giorgio si fermò a parlare con lei. per qualche minuto. Pensò che non era niente male e, magari, un giorno o altro, l’avrebbe chiamata per invitarla ad uscire con lui. Ovviamente non prima di averle chiesto se era già impegnata

Ma quella sera non aveva voglia di approfondire la sua conoscenza. Doveva mandare giù il rospo che aveva in gola e cominciò a bere. Prima uno spumante, poi un prosecco e quindi tutto quello che trovò in giro. Più tardi tirò su anche una riga di coca, gentilmente offerta dal fratello della festeggiata. Poi più niente. I suoi ricordi di quella serata si fermano qui.

Il mattino dopo ritrovarono il Maggiolino in una stradina secondaria con due ruote nel fosso. Dentro c’era Giorgio assonnato e un po’ confuso, ma illeso. Qualcuno notò sul lunotto della macchina un vecchio adesivo un po’ sbiadito, ma ancora leggibile. C’era scritto: ”Non seguitemi, mi sono perso anch’io.”

Smemorati

Secondo un diffuso luogo comune gli italiani hanno la memoria corta. Elettori o politici che siano. Infatti gli elettori tendono a dimenticare le malefatte dei politici. Mentre i politici non si ricordano mai le malefatte che loro stessi hanno commesso.

In questo giorni di malattia, ad esempio, i politici, nei loro discorsi, citano spesso i medici che rischiano la vita per salvarne altre. Lanciano lodi altisonanti a tutti gli operatori del SSN.
Si sono dimenticati i tagli che hanno fatto alla sanità pubblica favorendo sfacciatamente e, talvolta illegalmente, quella privata.

Non si ricordano nemmeno che quei medici dai quali adesso potrebbe dipendere la loro vita hanno atteso dieci anni per avere il rinnovo del contratto di lavoro.

Ma è tutta acqua passata. D’ora in poi per la sanità pubblica italiana cambierà tutto. Ci saranno nuove assunzioni, più posti letto, più soldi, ricchi premi e cotillons.

Hanno paura. Sanno che gli elettori perdonano, il virus no.