L’auto di famiglia

Maggilino azzurro

Un’auto dal vivace colore azzurro si frema davanti ad una scuola. Un bambino si avvicina, apre la portiera posteriore e posa la sua borsa sul sedile. L’uomo alla guida lo guarda perplesso.

Il bambino lo fissa come per ribadire la sua intenzione di salire in macchina. L’uomo al volante lo guarda di nuovo come se non volesse farlo salire. Il bambino allora riprende la sua borsa dispiaciuto. Quella macchina gli piaceva proprio tanto e pur di salirci era disposto a cambiare famiglia. Infatti il signore alla guida non è il suo papà.

Tutto per un’auto azzurra. Certo si tratta di una bella auto, una Golf in uno dei suoi più riusciti travestimenti, ma che un bambino, pur di salirci, sia disposto a cambiare genitori mi sembrava eccessivo.

Ma poi mi sono ricordato di un episodio che mi ha raccontato un’amica tempo fa.
Suo marito aveva avuto alcuni problemi di salute. Niente di grave, ma i suoi malanni erano durati per due o tre settimane.

Un giorno la loro bambina,, di dieci anni, tornò a casa da scuola e, vedendo il papà ancora a letto malato, le disse:”Mamma, cambiamo papà?.”

Ovviamente la piccola, ben dotata di senso dell’umorismo, scherzava.

Tuttavia qualche settimana dopo il papà ha cambiato macchina.

Ne ha comprato una che assomiglia molto a quella dello spot.

Sic transit gloria mundi

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Il primo cavaliere ce lo siamo giocato nel 2011, quando fu disarcionato da Merkel e Sarkosy.

Seguì Supemario Monti il prof che tutti ascoltavano in silenzio prendendo appunti.

Si presentò anche alle lezioni dove fu votato da parecchi suoi allievi. Ma solo qualche mese dopo, alla Bocconi già fingevano di non conoscerlo.

Poi venne Bersani che non vinse e non perse le elezioni del 2013. Non riuscì nemmeno a salire sul palco. Si fermò alle metafore.

Poco dopo arrivò sulla scena Enrico che di cognome faceva Stai Sereno. Ma da allora sereno non è più. E’ diventato rancoroso e poco incline a dimenticare il passato. Gli è rimasto sullo stomaco quel tizio di Firenze che gli ha soffiato la poltrona.

In seguito è emigrato in Francia, meta forse non scelta a caso, visto che da quelle parti son piuttosto permalosi. Infatti non hanno ancora mandato giù la conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare.

Poi irruppe sulla scena Matteo uno il rottamatore fiorentino. Grandi applausi, tifo da stadio, consensi alle stelle. Trionfo alle europee. Ma due anni dopo arrivò implacabile il tonfo elettorale E’ bastato un no per mandarlo a casa.

Al suo posto sul palcoscenico è arrivato Gigetto nostro. Un terzo degli italiani aveva votato per lui, ma, in meno di due anni, hanno cambiato idea. Gli hanno preferito Matteo due, l’aspirante imperatore.

Il quale però già comincia a perdere colpi.

Il primo segnale è venuto dalla sbronza estiva che gli fatto perdere la poltrona e rivelato la sua intenzione di assumere non meglio identificati pieni poteri.

In vino veritas.

Poi si è messo in testa di conquistare Emilia Romagna.

Forse non si è ricordato quello che è successo a Matteo uno, che era convinto di poter strappare il Veneto alla Lega. Ma non andò proprio benissimo. Infatti vinse Zaia con largo margine.

Così anche per Matteo due è arrivata una sconfitta che ha interrotto la sua resistibile ascesa.

A quanto pare, nonostante tutto, la politica non è fatta solo di insulti e bieche sceneggiate da campagna elettorale.

Ma lui se ne frega. Infatti si sta già preparando per l’ennesimo tour elettorale in vista delle elezioni amministrative di primavera.

Se continua così quanto durerà? Ci giocheremo presto anche lui?

Possibile, anzi probabile.

Sic transit gloria mundi.

Precisione tedesca

Era il 14 settembre del 1943. Gianni aveva appena iniziato il servizio militare. Come molti altri era rimasto in caserma, perché così aveva ordinato il comandante.
Improvvisamente, di notte, arrivarono i tedeschi che li caricarono su due camion e poi su un treno merci che li portò lontano, da qualche parte a nord.. Gianni aveva solo 19 anni.  Era un contadino e non si era mai allontanato molto da casa. Era solo andato qualche volta in città Adesso, invece, era a qualche migliaio di chilometri di distanza. In una regione chiamata Pomerania, dove era stato chiuso in una camerata fredda e umida.
Quella mattina, all’alba, la voce gutturale del guardiano del campo ordinò ai prigionieri di andare al lavoro. Tutti si alzarono, si coprirono in qualche modo ed uscirono in fila indiana. Percorsero solo qualche decina di metri per arrivare alla grande baracca dove era stata allestita una fabbrica di armi. Ad ognuno era stato assegnato un compito preciso: montare un pezzo di un’arma. Per Gianni quello era il secondo giorno di lavoro. Il giorno prima gli avevano spiegato che avrebbe dovuto montare il calcio ai fucili e gli avevano spiegato come fare. Appena arrivato alla sua postazione Gianni cominciò il suo lavoro. Incastro’ il calcio del primo fucile e lo fissò con le viti. Poi arrivò il secondo fucile, quindi il terzo e così via. Il lavoro era semplice, ma le sue mani grosse e già un pò callose facevano fatica maneggiare quelle viti così piccole. Mentre stava montando l’ennesimo fucile si accorse di essere osservato. Era il sorvegliante della fabbrica, che, con il cronometro in mano, controllava i tempi di lavorazione di ognuno. Gianni allora cercò di aumentare il ritmo. Intanto il sorvegliante, un tipo magro con gli occhiali e lo sguardo pungente, era sempre dietro di lui. Poi disse una frase in tedesco. Gianni di quella frase capi solo “schnell”, una delle poche parole di cui aveva imparato il significato. Un brivido corse veloce lungo la sua schiena. Temeva, come tutti, di essere condotto in una baracca senza finestre che si trovava in fondo al campo. Correva voce che vi venissero rinchiusi quelli che non facevano bene il loro lavoro o che cercavano di scappare. Gianni avrebbe voluto aumentare ancora il ritmo di lavoro, ma le mani gli tremavano. Il sorvegliante ripeté la frase di prima. Gianni cercò di spiegargli, a gesti, che non avrebbe potuto lavorare ad un ritmo maggiore di quello che stava tenendo. Il sorvegliante allora chiamò una delle guardie che si avvicinò a grandi passi. Gianni si sentì perduto. Pensò che quella guardia avrebbe potuto portarlo nella famigerata baracca in fondo al campo. Il sorvegliante scambiò poche parole con la guardia che poi si rivolse a Gianni in un italiano approssimativo e gli spiegò che il suo ritmo di lavoro era troppo veloce. Avrebbe dovuto montare un calcio di fucile in due minuti mentre lui lo faceva in un minuto e mezzo. Non andava bene. La qualità delle armi avrebbe potuto risentirne. Precisione tedesca.
Questo episodio è l’unico che Gianni raccontava ogni tanto. Tralasciava sempre di parlare del freddo, della fame che aveva patito e delle patate, quasi sempre crude, che uno degli addetti alla cucina riusciva a passargli di nascosto. Infatti non me lo raccontò lui, ma un veronese, suo compagno di prigionia che una volta andammo a trovare. A lui non dispiaceva ricordare anche i momenti più drammatici di quel tragico periodo. Gianni, invece, non ne parlava volentieri. Pensava che fossero poca cosa se confrontati con le sevizie e le umiliazioni subite da migliaia e migliaia di uomini, donne e bambini che poi a casa non tornarono più. Lui invece tornò, sfinito, ridotto pelle e ossa, ma vivo. Ogni volta che ricordo tutto questo penso sempre che se Gianni fosse finito nella baracca senza finestre, non sarei nato. Perché Gianni era mio padre.

Vietato fumare

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Il fumo fa male, è risaputo. Infatti da quindici anni è vietato fumare nei locali aperti al pubblico. Anche l’inquinamento fa male. Se ne è parlato molto in questi giorni di alta pressione e alti valori di sostanze inquinanti nell’aria.

Tra di esse, a quanto pare, ci sarebbero anche le sostanze venefiche contenute nel fumo di sigarette, sigari e pipe.

Sembra ne sia convinto Giuseppe Sala il sindaco di Milano che ha intenzione di proibire il fumo per strada. A cominciare dalle fermate dei mezzi pubblici e dallo stadio di San Siro.

Un eventuale provvedimento di questo genere è sembrato eccessivo anche a molti non fumatori.

Il sospetto è che il sindaco abbia preso alla lettera un esempio portato in una intervista al Corriere dal direttore del CNR. Dove diceva che vietare la circolazione ai vecchi e più inquinanti mezzi di trasporto era come far smettere di fumare due fumatori in una stanza dove ce sono dieci.

Sala ha pensato che far smettere di fumare tutti i fumatori eliminerebbe del tutto il fumo dalla stanza.

Una soluzione semplice e a costo zero, bastava pensarci.

Realtà e finzione

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C’é qualcosa di surreale in questa asfissiante campagna elettorale emiliano-romagnola. Anzi, quasi tutto.
La realtà, quella vera, è assente. Quella raccontata negli studi televisivi è immaginaria, ricostruita secondo il punto di vista del politico di turno. La buona o cattiva amministrazione della giunta uscente sembra non interessare a nessuno. Tutta l’attenzione è dedicata ai sentimenti, alle sensazioni e alle contrapposizioni ideologiche ormai vuote di idee. Le telecamere non mostrano lo stato delle cose, ma la sua percezione. Come succede con la temperatura. Quella effettiva, reale, misurabile con un termometro, non interessa quasi più.
Tutto questo assomiglia, in brutto, ad un film di Fellini. Lui che aveva immaginato l’Italia come un grande circo e la ricostruiva in studio, avrebbe avuto tanti spunti da sviluppare e mettere in scena. Un tizio con la felpa e il cappellino della Ferrari che arringa la folla con fare truce e minaccioso sarebbe stato per lui un personaggio perfetto. Così come la sua prestanome, la candidata fantasma. Mentre il suo avversario, barbuto, sicuro di se, sembra un domatore di bestie feroci. Quello che infila la testa nella bocca di un leone pur sapendo di correre un grosso rischio perché il leone è vero, seppure addomesticato. Ma fa parte dello spettacolo. Quello di un circo pieno di politici, giornalisti e pseudo esperti travestiti da clown, nani ed acrobati. In riva ad un mare fatto di teli gonfiati dall’aria emessa da grossi ventilatori, dove nuotano tante schede elettorali a forma di sardina. Tutto talmente finto da sembrare vero.
Fellini, a volte, alla fine di un film, faceva una carrellata indietro con la MDP per mostrare al pubblico che si trattava di una finzione, magari di un sogno ad occhi aperti. Mentre le telecamere del circo mediatico una carrellata del genere non la fanno mai.

Suspense

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Dicono che la merce più venduta in questi anni di crisi sia la paura. Ma c’è un altro ingrediente che nei menù quotidiani della tv non manca mai ed è la suspense. A volte finta a volte verosimile.

Mutuata dalla valanga di gialli, polizieschi e thriller che ci arrivano in casa 24 ore su 24, si trova dovunque.

Nelle telecronache calcistiche, dove il risultato è in bilico finché l’arbitro non fischia la fine. Anche se una delle squadre sta vincendo tre a zero. Oppure nelle gare di formula uno dove l’inseguitore ha sempre la possibilità di raggiungere e superare il battistrada anche se questo ha un giro di vantaggio. Mentre nelle gare di atletica, vista la loro brevità, ci si limita a pronosticare insistentemente un testa a testa.

Lo stesso accade quando si tratta di politica e di elezioni in particolare. Se ne comincia a parlare mesi e mesi prima e con sondaggi pagati a caro prezzo, alla mano, si pronostica un risultato sul filo del rasoio, al fotofinish, all’ultimo voto e via prevedendo. Molti sono convinti che la suspense aumenti l’audience e la usano fino al parossismo e allo sfinimento di lettori e telespettatori.

Delle elezioni in Emilia Romagna, ad esempio, hanno cominciato a parlare e a sputare sondaggi in ottobre.

Ormai da queste parti più dell’audience sta aumentando la voglia di andare a votare per porre fine allo strazio e soprattutto dimostrare che non sarà un testa a testa.
Alla faccia delle teste vuote dei pseudo esperti che dicono sempre le stesse cose con le stesse parole.