I primi e gli ultimi

In un tranquillo venerdì di ferragosto è arrivata una notizia inattesa, capace di distrarci dal tranquillo cazzeggio agostano.

Se n’é andato  Gino Strada, il fondatore di Emergency, uno dei pochi che ancora credeva nella possibilità e nella necessità di cambiare questo mondo violento.

Dove le guerre, anche quelle cosiddette umanitarie, fanno più vittime civli che militari con bombardamenti a tappeto, mine antiuomo e attacchi suicidi. Come ripeteva spesso, non era un pacifista, ma era decisamente contro la guerra. Perché ne conosceva bene i tragici effetti.

Non si limitava ad andare a qualche manifestazione per la pace ma, per tanti anni, si è sporcato le mani con il sangue delle vittime di una assurda e cieca violenza che, con pretesti politici, strategici o religiosi, che quasi sempre nascondono interessi economici, prende di mira sempre gli ultimi, i più poveri e indifesi quelli che hanno avuto la sfortuna di nascere nel posto sbagliato. 

Negli ultimi anni si era reso conto che anche nella ricca e apparentemente pacifica Europa  dove non ci sono guerre, ma continui tagli al welfare e alla sanità, curarsi sta diventando un lusso. 

Aveva capito che gli ultimi stanno aumentando e non hanno nessuna speranza di diventare i primi, ma lui li curava come se lo fossero.

Gemelli quasi diversi

Hanno lo stesso nome e più o meno la stessa età. Hanno partecipato entrambi ad un quiz televisivo.

Entrambi sono scarsi come imitatori: tempo fa uno si lanciava nell’imitazione del Duce mentre l’altro preferiva Fonzie.

Amano fare selfie con chiunque e smanettare sui social.

Una volta diventati segretari hanno portato il loro partito più a destra.

La loro autostima è alta, a volte esagerata. Amano il potere e lo esercitano con molto piacere.

Hanno un bisogno quasi fisico di essere al centro dell’attenzione, sotto la luce dei riflettori e davanti alle telecamere.

Nati per comandare, almeno secondo loro,  cercano di assumere il piglio decisionista del capo, quello che non deve chiedere mai.

Oltre che in sé stessi credono un po’ anche in Dio e nella Madonna. Infatti si dichiarano cattolici praticanti e nel loro pantheon personale mettono entrambi Giovanni Paolo II.

Adesso si ritrovano spesso insieme dalla stessa parte della barricata, di solito contro il governo di cui fanno parte. Come nel caso del ddl Zan e del reddito di cittadinanza. 

Ma qualche differenza comincia a venire alla luce. 

Matteo S., da quando se n’è andato dal Viminale, ha perso il piglio da capitano ed è spesso impegnato in veloci slalom tra posizioni e opinioni  diverse che cambia da un giorno all’altro, come una cravatta. 

Mentre Matteo R. è ancora assolutamente sicuro di sé. Basti pensare alla sicumera con cui si è lanciato contro il RDC con motivazioni che, probabilmente, hanno fatto rabbrividire i suoi colleghi.

Nessun politico, neppure l’altro Matteo, infatti, si sarebbe azzardato a dire che gli italiani devono soffrire e sudarsi il loro magro stipendio: Giusta punizione per non essere riusciti ad emulare Steve Jobs o Jeff Bezos. 

Un’affermazione scaccia-elettori che va decisamente contro la continua ricerca del consenso, la prima preoccupazione dei politici del nuovo millennio. 

Ma lui insiste perché l’importante è esserci, apparire, far in modo che si parli di lui. 

Probabilmente non ha ancora capito il motivo del suo incredibile e inatteso successo e del rapido declino che ne è seguito. 

Adesso cerca in ogni modo di sfuggire all’ irrilevanza, la sua paura più grande, che condivide con l’altro Matteo. Ma, come sostiene la psicanalisi, più si cerca di sfuggire al proprio destino e più gli si va incontro. 

Matteo S, invece, più tranquillo, probabilmente tornerà al Papeete a fare il DJ.

PIL over

“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nel continuo accumulo di beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza dei nostri dibattiti o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.

Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Insomma misura tutto, in breve, tranne quello ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.”

Questo è un discorso che Robert Kennedy pronunciò nel marzo del 1968 poche settimane prima di essere assassinato. MI sembra che sia ancora decisamente attuale in un mondo dove il PIL è diventato un totem al quale si sacrifica tutto, anche le vite umane.

Sogno di mezza estate

Qualche giorno fa sono capitato in un paese della bassa padana. Faceva caldo, ma soffiava un vento leggero e tiepido che aveva allontanato la cappa di afa che spesso alligna da quelle parti.

Camminando per una via con le case basse dai color tenui resi ancora più chiari  dal sole che era alto nel cielo mi è sembrato, per qualche istante, di essere vicino al mare.

Come se in fondo alla via ci fosse una spiaggia. Invece c’era il fiume, il grande fiume che tanti racconti ha ispirato nel suo tragitto verso il mare.

Avrei voluto salire su una barca per arrivare dove l’acqua dolce si mischia a quella salata. Poi cavalcare le onde per andare lontano.

Via da questo posto dove la vita è diventata più difficile e complicata.

Ma poi la voce dell’amico che avevo accompagnato mi ha riportato sulla terra ferma e dura. Peccato.

Travagliare

Questo post lo ha scritto un mio giovane amico che, nonostante i miei tentativi di dissuaderlo. insiste nell’insano proposito di voler fare, da grande, il giornalista. Attualmente scrive per qualche giornale on line locale occupandosi di cronaca, ma sogna di arrivare ad un giornale nazionale, Credo che il suo preferito sia il “Fatto Quotidiano” a cui ogni tanto spedisce qualche articolo che però gli rimbalza sempre indietro perché la casella della posta del direttore è sempre piena. Così mi ha chiesto di pubblicarlo qui. Certo, la possibilità che Travaglio o chi per lui, leggano questo post sono piuttosto basse. Il mio blog. nonostante il recente e costante arrivo di nuovi followers non ha certo la visibilità di un giornale. Ma non si mai.

Intanto grazie a tutti voi che mi seguite e buon Agosto.

“I guardiani della controriforma non sono ancora andati in ferie. Sensibili come un sismografo alle scosse anche minime che arrivano dalle parti di palazzo Chigi sono sempre pronti a reagire. Non appena Marco Travaglio ha fatto le sue esternazioni sulle qualità di Draghi è partita una violenta offensiva mediatica.  Nessuno è entrato davvero nel merito, ma tutti lo hanno accusato di lesa maestà. Certo il direttore del Fatto ha parlato dell’ex BCE come se fosse un suo conoscente, una persona qualsiasi e lo ha fatto in modo brusco e sgarbato, ma ha espresso comunque un’opinione, condivisibile o meno, ma legittima. 

Poco dopo il sismografo presidenziale ha registrato un’altra piccola scossa. Due noti e stimati filosofi come Giorgio Agamben e Massimo Cacciari hanno criticato l’introduzione del Green Pass. Entrambi lo hanno definito una misura degna di un regime autoritario come l’ex Urss. 

Quindi i pasdaran di destra e di sinistra si sono subito lanciati in anatemi vari e poi hanno commentato dicendo che affermazioni del genere dimostrerebbero tutta la decadenza e l’obsolescenza di certa sinistra che vive ancora nel novecento.

Forse i due filosofi hanno esagerato per di più usando argomenti che, di solito, usa la destra, ma a nessuno è venuto il dubbio che potrebbero averlo fatto apposta per svegliare le menti annebbiate dal conformismo imperante e dal Covid. 

A quasi tutti gli osservatori, infatti, sembra essere sfuggito un problema di fondo. Vale a dire che per la prima volta dopo 75 anni i cosiddetti poteri forti, le imprese, comprese le multinazionali che sono in italia, le banche e la finanza sono andate direttamente al governo senza la mediazione della politica. I soldi del recovery fuond sono tanti e volevano essere sicuri di ricevere una bella fetta della succulenta torta.

Quindi non potevano fidarsi di uno come Conte, appena arrivato in politica. Così hanno chiamato Mario Draghi, un loro uomo di fiducia che  maneggia miliardi da quarant’anni e non ha mai dato neppure un centesimo ai poveri che, come noto, non hanno neppure il bancomat. Infatti ha già cominciato a prendere provvedimenti popolari come aumentare benzina e bollette, ridare il vitalizio a Formigoni e soci e prossimamente abolire quota 100. 

Qualcuno in teoria, ad esempio la vecchia maggioranza giallo.rossa potrebbe opporsi a tutto questo, ma è troppo impegnata in discussioni e beghe interne nelle quali si dibattono  in particolare il PD ed il M5S.  

Insomma, quello che vediamo accadere oggi era già successo cento anni fa e non è stata una bella esperienza.”

Stupore?

Da tempo mi sono appassionato alle teorie complottiste e alla scia di fake news che si portano dietro. 

Sono partito dalla pizzeria di Washington, dove una setta di pedofili con a capo Hilary Clinton teneva prigionieri dei bambini in attesa di venderli a qualche maniaco. 

Poi ho conosciuto le teorie sul 5G nocivo per la salute e per la privacy. 

Quindi con l’arrivo del covid sono andato scoprendo gli oscuri progetti di BiIll Gates che, con la complicità dei governi occidentali, ci sta infilando un microchip sotto pelle tramite i vaccini che contengono materiale metallico allo stato liquido o semi solido. Un intruglio micidiale che, una volta inoculato, si solidifica e diventa un chip vero proprio che permetterà a Gates e soci di controllarci 24 ore su 24. 

La rete è piena di video dove qualcuno si attacca calamite o monetine sul sito dell’iniezione che renderebbe il braccio magnetico. Qualcuno ci scherza e qualcun altro ci crede. Molti si stupiscono.

Ma non ‘c’è da stupirsi più di tanto perché sono molti di più quelli che credono alle promesse elettorali dei politici. Almeno finché non rimangono delusi e voltano le spalle al politico che li ha illusi. Prima di farsi illudere da qualcun altro.

I complottisti, invece, non rischiano di essere delusi. Ogni giorno si danno di gomito tra di loro, compiacendosi di aver capito ciò che agli altri sfugge e continua a sfuggire.

Come fanno spesso i radical chic e simili che adesso, per motivi ignoti a a noi tutti, considerano il governo attuale il migliore possibile. 

Quindi niente di nuovo sotto il sole e sotto il covid.

Giochi tricolori

Le olimpiadi di Tokio anche senza la presenza degli  spettatori sono sempre un grande spettacolo, che inizia, come sempre, con la sfilata degli atleti di tutte le nazionalità trasmessa a reti unificate.

Le tute degli atleti italiani, come sempre, sono state disegnate da uno stilista, in questo caso Giorgio Armani. Quindi era lecito aspettarsi che avesse conferito agli outfit degli atleti la sobria eleganza e quel tocco personale mai scontato che ha sempre caratterizzato le sue creazioni.

Invece, abbiamo visto sfilare atleti infagottati in larghe tute bianche con un enorme tricolore rotondo sul davanti, che assomiglia ad una pizza. Nonostante la camminata agile e svelta, gli azzurri, come in tanti hanno scritto sui social, sembravano dei Teletubbies, i famosi pupazzi animati per bambini. 

Ma il particolare che più ha attirato l’attenzione è il tricolore rotondo. L’intenzione dello stilista pare fosse quella di unire il tricolore al sol levante ma, secondi alcuni, è diventata una pacchiana ed esagerata esibizione di patriottismo che non rimarrà isolata.

Lo si è visto già dopo la prima medaglia d’oro conquistata in uno sport, il takewondo, sconosciuto ai più. In altri tempi, avrebbe avuto solo un paio di colonne sui giornali e pochi secondi in tv, invece ha conquistato le prime pagine di giornali e telegiornali che dedicano incessantemente i titoli di apertura alle imprese degli azzurri.

Un’esplosione di patriottismo che , probabilmente, continuerà fino alla fine:

Quando qualcuno, come è successo dopo la vittoria agli europei di calcio, ci spiegherà che le medaglie conquistate dagli atleti azzurri sono state non solo il risultato del loro impegno e della loro bravura, ma anche del respiro e della credibilità internazionale del governo in carica. In particolare del suo atletico presidente.

Andata e ritorno

Questo è la versione riveduta, corretta e abbreviata di un mio vecchio racconto. Uno di quelli che, secondo una teoria d’oltre atlantico un vecchio redattore di una casa editrice , una di quelle a cui a suo tempo lo avevo mandato, forse legge ogni tanto di nascosto. Chissà!

Buona Domenica.

Quella sera, Giuseppe aveva avuto la solita discussione periodica con la sua compagna. A lui non piaceva abitare in campagna lontano dagli amici dai negozi, dai bar.. Da tutto. Inoltre, ogni giorno, doveva sorbirsi quasi quindici chilometri in macchina per andare al lavoro. Mentre Angela amava coltivare fiori, passeggiare per i prati con il cane e fare la casalinga. Giuseppe, invece, avrebbe voluto che lavorasse per far quadrare il bilancio domestico, che si reggeva a stento sul suo magro stipendio da insegnante precario. Ma lei aveva ribadito più volte che il suo lavoro era quello di occuparsi di lui e della casa  Quel giorno aveva anche minacciato di andarsene, ma Giuseppe non aveva dato peso alla cosa ed era andato a fare un lungo giro in città, nel suo habitat naturale.

Quando tornò a casa era quasi l’una di notte. La porta cigolò come sempre. La richiuse piano e, subito dopo, sentì un rumore, qualcosa che veniva nella sua direzione. Mentre cercava l’interruttore della luce si sentì toccare una gamba. Fece un sobbalzo come se avesse preso la scossa. Poi allungò una mano e senti qualcosa di umido e caldo: era solo il muso del cane. Gli accarezzò la testa e col braccio urtò una bottiglia di acqua minerale che era sul tavolo facendola cadere sul pavimento dove rimbalzò un paio di volte. Giuseppe la raccolse e si preparò a rispondere ad Angela, che, sicuramente, lo avrebbe chiamato entro qualche decimo di secondo. Ma nessuna voce risuonò nell’aria.

Giuseppe, si guardò intorno e vide sul tavolo un foglio di carta gialla piegato in due. Lo lesse in fretta mentre sul suo viso appariva lo stupore. Su quel foglio una calligrafia semplice e lineare aveva tracciato poche parole: ”Caro Giuseppe, temo che i nostri punti di vista siano ormai inconciliabili. Quindi ho deciso di andare via. Mi fermo da mia sorella per qualche giorno. Manderò Filippo a prendere il resto della mia roba. Abbi cura di te e di Tom. Ciao. Angela”

Giuseppe prese una lattina di birra dal frigo e la aprì.  Mandò giù un sorso e poi lanciò un urlo che risuonò cupo nella casa deserta:” Libero! Finalmente libero! Adesso posso ricominciare a vivere!” Poi cominciò a saltellare per la cucina come se avesse le molle sotto le scarpe. Ma, dopo qualche minuto, un’ombra apparve sulla sua faccia. Pensò che era libero, certo, ma lei. forse, se ne era andata con quel tale Filippo. Lui si era fatto tanti problemi perché ogni tanto andava a bere qualcosa con un’amica e Angela, intanto, si vedeva con un altro. Vatti a fidare delle donne! Ma, forse, lei era convinta che anche lui la tradisse e quindi… Comunque la mettesse a Giuseppe sembrò di averci rimesso, alla fine dei conti.

Però adesso poteva andarsene da quella casa schifosa e tornare alla civiltà. La prima tappa avrebbe potuto farla dai genitori che abitavano in città. Almeno era più vicino al lavoro e a tutti gli amici. Poi avrebbe trovato un’altra sistemazione. Il mattino dopo si alzò presto, fece colazione ed andò a fare il solito giro con Tom, un bastardone dal pelo lungo e dagli occhi grandi, che era molto affezionato ad Angela.

Più tardi lo portò alla cascina da dove lo avevano preso quand’era ancora un cucciolo con l’intenzione di lasciarlo la. Il contadino, dapprima stupito per il ritorno di Tom, disse che lo riprendeva volentieri e anche Tom, che correva su e giù per l’aia sembrava contento. Giuseppe, soddisfatto, di diresse con passo svelto verso casa ma quando arrivò Tom lo aspettava davanti alla porta. Entrarono in casa insieme. Quella sera Giuseppe andò in città e passò a salutare il suo amico Antonio che fu molto sorpreso per la improvvisa partenza di Angela.

“Avrei giurato che non vi sareste mai separati. Sembravate così affiatati “- commentò. A quelle parole Giuseppe avvertì una specie di nodo alla gola. Forse che, passata l’euforia della libertà, sentiva già la mancanza di Angela? 

Pensò fosse solo un momento di inevitabile nostalgia e cercò di affogarla in una pinta di birra scura. Alla fine, almeno, era più allegro. Rimase con Antonio fino a tardi e poi si diresse lentamente verso casa. La porta si aprì dopo un solo giro di chiave. Eppure, di solito, chiudeva con tre o quattro giri. Ma, forse, non ricordava bene. Entrò, comunque, guardingo. Accese la luce e subito Tom gli andò incontro. Quando il cane smise di fargli festa si diresse verso la camera e inciampò in un piccolo zainetto rosa. Forse l’aveva dimenticato Angela nella fretta di andarsene oppure…

Giuseppe aprì piano la porta della camera e sotto le coperte vide Angela che gli indirizzò uno sguardo un po’ assonnato ed un rimprovero banale:

-E’ questa l’ora di tornare a casa? 

-Ma, ma…cosa ci fai tu qui ?, balbettò lui.

-Beh, ho cambiato idea. Non mi andava di lasciarti. Mi sento ancora legata a te, rispose lei.

-Quindi non sei andata con Filippo…

Chi?

-Filippo, non si chiama così la tua nuova fiamma?

. Ah, ah, ah! Tu pensavi che… Ah Ah! Filippo è il marito di mia sorella!

-Che stupido che sono stato, sospirò Giuseppe. che, nonostante tutto, si sentì sollevato da quella notizia.

-Per questa volta ti perdono sussurrò Angela, poi lanciò a Giuseppe uno sguardo che a lui sembrò implorante, ma, in realtà esprimeva tranquillità e sicurezza. Angela lo tradusse subito in parole:

-Non mi dici bentornata? Speravi che non tornassi più?

-Beh, no…speravo che tornassi, ma…

-Allora potresti anche darmi un bacio di benvenuto.

Giuseppe, dopo un attimo di incertezza, si avvicinò al letto.

Angela aprì le braccia, Giuseppe si chinò, lei lo strinse forte e lo baciò sulla bocca. Giuseppe ricambiò, suo malgrado, ma non troppo, il bacio e l’abbraccio.

Bonaccia d’agosto

Tra due settimane o poco più sarà Ferragosto. 

L’anno scorso, sembra un secolo fa, siamo andati al mare felici pensando che, dopo una primavera trascorsa in casa, il covid fosse scomparso. Invece era solo andato in ferie. 

Infatti in settembre era rientrato in città insieme a noi, dopo aver passato parecchie notti in discoteca.

Mentre, un anno prima, in discoteca c’era andato Salvini che, in preda ad euforia alcolica, si era giocato la poltrona di ministro dell’interno e il governo giallo-verde.

In seguito era nato, faticosamente, il nuovo governo giallo-rosso, Mazinga per gli amici. 

Quest’anno, invece, andremo in ferie con un governo multicolore, ma dai toni piuttosto scuri. Quasi neri.

Il virus è ancora ta noi e la prospettiva immediata ,politica o virale che sia, non sembra affatto rosea. 

A meno che la bonaccia d’agosto non ci faccia una sorpresa. Speriamo gradita.