Soldi facili

Stava solo cercando una vecchia fattura, quando si imbatté in un file senza nome, ma pieno di numeri, che qualcuno si era dimenticato di cestinare. Al rag. Mario Bianchi, chiamiamolo così, bastò un’occhiata per capire il significato di quelle cifre. Alcuni suoi colleghi della sezione marketing si erano intascati illecitamente qualche decina di migliaia di euro.

In un attimo mille pensieri aggressivi irruppero nella sua mente. Primo tra tutti la possibilità di vendicarsi dei tanti piccoli soprusi che aveva subito dal suo diretto superiore. Lui, infatti, era uno di quelli che si erano spartiti il bottino. Quindi sarebbe bastato mostrare al direttore generale il file accusatorio ed era fatta. L’antipatico e pure incompetente capo ufficio sarebbe stato messo alla porta senza tanti complimenti. Oltretutto smascherare i colpevoli era un atto di giustizia, un atto dovuto!

Ne parlò con il collega della scrivania accanto che lavorava con lui da più di vent’anni. Questi non sembrò sorpreso dalla sua rivelazione. Gli spiegò  che i giochi di prestigio coi quali far sparire soldi dai bilanci dell’azienda e farli riapparire nelle proprie tasche, erano molto diffusi e anche poco rischiosi. Perché da quando l’azienda era stata acquisita da un fondo finanziario internazionale i controlli sull’operato dei dipendenti erano diminuiti. “Ai nuovi padroni produrre utili interessa relativamente. Sono molto più attenti alle quotazioni in borsa e uno scandalo, anche piccolo, le farebbe scendere”- spiegò il collega all’aspirante vendicatore. “Quindi se fai uscire questa storia ti ritroverai contro il nostro esimio capo ufficio e quasi tutto l’ufficio marketing. Magari, alla fine, l’unico ad essere licenziato sarai tu.”

Il rag. Bianchi, dopo aver sentito queste parole, avrebbe voluto gridare al mondo la sua rabbia. Qualcuno che lavorava a pochi metri da lui si arricchiva alle spalle di chi si guadagnava onestamente il magro stipendio, infischiandosene di leggi, regolamenti ed etica professionale.

Ma non disse nulla. Pensò che sarebbe stato inutile e magari anche rischioso. Così,  dopo aver salvato il file scottante su una chiavetta, se l’è portata a casa e l’ha nascosta in un posto sicuro. Non ne ha fatto parola nemmeno con sua moglie.

Ogni tanto apre quel file e se lo rimira pensando che chissà. magari, un giorno potrebbe essergli utile. Quando il mondo cambierà, ma non sarà domani.

Per un pezzo di pane

Avrei voluto andare al mare, come sempre. Di solito ci andiamo tra le fine di Giugno e l’inizio di Luglio, ma quest’anno mia moglie è riuscita ad avere le ferie solo a cavallo di Ferragosto e al mare era tutto pieno. Così siamo andati nel nostro eremo appenninico, la casa costruita dal nonno di mia moglie.

Una grande casa che doveva ospitare lui sua moglie e i loro sette figli. Si trova in un piccolo paese di duecento anime dove l’unica attrattiva è una trattoria aperta da poco. Da qualche anno è arrivata addirittura la fibra, ma noi abbiamo disdetto il telefono fisso da tempo e dobbiamo accontentarci di un debole segnale che entra dalla finestra della cucina. Di solito i miei soggiorni lassù sono noiosi, ma quest’anno in paese c’era una certa agitazione. Infatti quelli dell’unico caseificio hanno deciso di aprire uno spaccio dove vendere direttamente i loro prodotti.

C’è stata l’inaugurazione e la benedizione del parroco con la presenza del sindaco del paese limitrofo che è grande abbastanza da fare comune. I soci del caseificio desideravano comparire sulle pagine che il giornale locale dedica alla cronaca della provincia e hanno chiesto aiuto a me. Ho accettato con piacere visto che non avevo niente altro da fare. Ho contattato la redazione non senza difficoltà e ho spedito l’articolo con relativa foto di gruppo dei soci. Questo succedeva di martedì. La domenica dopo non era stato ancora pubblicato.

Erano tutti delusi e amareggiati e qualcuno, sotto sotto, cominciava a dare la colpa della mancata pubblicazione a me. Allora ho cominciato a spedire email di sollecito al giornale e il glomo dopo l’articolo è stato pubblicato con un certo risalto. Ma c’era una nota stonata.

La firma non era la mia ma quella di un corrispondente da un paese vicino. Alle mie proteste il caporedattore mi ha detto che si è  trattato di un errore dell’impaginatore che vedendo un articolo proveniente da quella zona aveva pensato che fosse del corrispondente abituale. Ho chiesto un’errata corrige, ma mi hanno spiegato che non era possibile perché non sono un loro collaboratore.

In tanti anni passati a scrivere per giornali e riviste una cosa del genere non mi era mai successa.

In compenso. però, ho ricevuto da uno dei soci del caseificio un sostanzioso omaggio: una micca di pane fatto in casa.

PIL over

“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nel continuo accumulo di beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza dei nostri dibattiti o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.

Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Insomma misura tutto, in breve, tranne quello ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.”

Questo è un discorso che Robert Kennedy pronunciò nel marzo del 1968 poche settimane prima di essere assassinato. MI sembra che sia ancora decisamente attuale in un mondo dove il PIL è diventato un totem al quale si sacrifica tutto, anche le vite umane.

Andata e ritorno

Questo è la versione riveduta, corretta e abbreviata di un mio vecchio racconto. Uno di quelli che, secondo una teoria d’oltre atlantico un vecchio redattore di una casa editrice , una di quelle a cui a suo tempo lo avevo mandato, forse legge ogni tanto di nascosto. Chissà!

Buona Domenica.

Quella sera, Giuseppe aveva avuto la solita discussione periodica con la sua compagna. A lui non piaceva abitare in campagna lontano dagli amici dai negozi, dai bar.. Da tutto. Inoltre, ogni giorno, doveva sorbirsi quasi quindici chilometri in macchina per andare al lavoro. Mentre Angela amava coltivare fiori, passeggiare per i prati con il cane e fare la casalinga. Giuseppe, invece, avrebbe voluto che lavorasse per far quadrare il bilancio domestico, che si reggeva a stento sul suo magro stipendio da insegnante precario. Ma lei aveva ribadito più volte che il suo lavoro era quello di occuparsi di lui e della casa  Quel giorno aveva anche minacciato di andarsene, ma Giuseppe non aveva dato peso alla cosa ed era andato a fare un lungo giro in città, nel suo habitat naturale.

Quando tornò a casa era quasi l’una di notte. La porta cigolò come sempre. La richiuse piano e, subito dopo, sentì un rumore, qualcosa che veniva nella sua direzione. Mentre cercava l’interruttore della luce si sentì toccare una gamba. Fece un sobbalzo come se avesse preso la scossa. Poi allungò una mano e senti qualcosa di umido e caldo: era solo il muso del cane. Gli accarezzò la testa e col braccio urtò una bottiglia di acqua minerale che era sul tavolo facendola cadere sul pavimento dove rimbalzò un paio di volte. Giuseppe la raccolse e si preparò a rispondere ad Angela, che, sicuramente, lo avrebbe chiamato entro qualche decimo di secondo. Ma nessuna voce risuonò nell’aria.

Giuseppe, si guardò intorno e vide sul tavolo un foglio di carta gialla piegato in due. Lo lesse in fretta mentre sul suo viso appariva lo stupore. Su quel foglio una calligrafia semplice e lineare aveva tracciato poche parole: ”Caro Giuseppe, temo che i nostri punti di vista siano ormai inconciliabili. Quindi ho deciso di andare via. Mi fermo da mia sorella per qualche giorno. Manderò Filippo a prendere il resto della mia roba. Abbi cura di te e di Tom. Ciao. Angela”

Giuseppe prese una lattina di birra dal frigo e la aprì.  Mandò giù un sorso e poi lanciò un urlo che risuonò cupo nella casa deserta:” Libero! Finalmente libero! Adesso posso ricominciare a vivere!” Poi cominciò a saltellare per la cucina come se avesse le molle sotto le scarpe. Ma, dopo qualche minuto, un’ombra apparve sulla sua faccia. Pensò che era libero, certo, ma lei. forse, se ne era andata con quel tale Filippo. Lui si era fatto tanti problemi perché ogni tanto andava a bere qualcosa con un’amica e Angela, intanto, si vedeva con un altro. Vatti a fidare delle donne! Ma, forse, lei era convinta che anche lui la tradisse e quindi… Comunque la mettesse a Giuseppe sembrò di averci rimesso, alla fine dei conti.

Però adesso poteva andarsene da quella casa schifosa e tornare alla civiltà. La prima tappa avrebbe potuto farla dai genitori che abitavano in città. Almeno era più vicino al lavoro e a tutti gli amici. Poi avrebbe trovato un’altra sistemazione. Il mattino dopo si alzò presto, fece colazione ed andò a fare il solito giro con Tom, un bastardone dal pelo lungo e dagli occhi grandi, che era molto affezionato ad Angela.

Più tardi lo portò alla cascina da dove lo avevano preso quand’era ancora un cucciolo con l’intenzione di lasciarlo la. Il contadino, dapprima stupito per il ritorno di Tom, disse che lo riprendeva volentieri e anche Tom, che correva su e giù per l’aia sembrava contento. Giuseppe, soddisfatto, di diresse con passo svelto verso casa ma quando arrivò Tom lo aspettava davanti alla porta. Entrarono in casa insieme. Quella sera Giuseppe andò in città e passò a salutare il suo amico Antonio che fu molto sorpreso per la improvvisa partenza di Angela.

“Avrei giurato che non vi sareste mai separati. Sembravate così affiatati “- commentò. A quelle parole Giuseppe avvertì una specie di nodo alla gola. Forse che, passata l’euforia della libertà, sentiva già la mancanza di Angela? 

Pensò fosse solo un momento di inevitabile nostalgia e cercò di affogarla in una pinta di birra scura. Alla fine, almeno, era più allegro. Rimase con Antonio fino a tardi e poi si diresse lentamente verso casa. La porta si aprì dopo un solo giro di chiave. Eppure, di solito, chiudeva con tre o quattro giri. Ma, forse, non ricordava bene. Entrò, comunque, guardingo. Accese la luce e subito Tom gli andò incontro. Quando il cane smise di fargli festa si diresse verso la camera e inciampò in un piccolo zainetto rosa. Forse l’aveva dimenticato Angela nella fretta di andarsene oppure…

Giuseppe aprì piano la porta della camera e sotto le coperte vide Angela che gli indirizzò uno sguardo un po’ assonnato ed un rimprovero banale:

-E’ questa l’ora di tornare a casa? 

-Ma, ma…cosa ci fai tu qui ?, balbettò lui.

-Beh, ho cambiato idea. Non mi andava di lasciarti. Mi sento ancora legata a te, rispose lei.

-Quindi non sei andata con Filippo…

Chi?

-Filippo, non si chiama così la tua nuova fiamma?

. Ah, ah, ah! Tu pensavi che… Ah Ah! Filippo è il marito di mia sorella!

-Che stupido che sono stato, sospirò Giuseppe. che, nonostante tutto, si sentì sollevato da quella notizia.

-Per questa volta ti perdono sussurrò Angela, poi lanciò a Giuseppe uno sguardo che a lui sembrò implorante, ma, in realtà esprimeva tranquillità e sicurezza. Angela lo tradusse subito in parole:

-Non mi dici bentornata? Speravi che non tornassi più?

-Beh, no…speravo che tornassi, ma…

-Allora potresti anche darmi un bacio di benvenuto.

Giuseppe, dopo un attimo di incertezza, si avvicinò al letto.

Angela aprì le braccia, Giuseppe si chinò, lei lo strinse forte e lo baciò sulla bocca. Giuseppe ricambiò, suo malgrado, ma non troppo, il bacio e l’abbraccio.

Bonaccia d’agosto

Tra due settimane o poco più sarà Ferragosto. 

L’anno scorso, sembra un secolo fa, siamo andati al mare felici pensando che, dopo una primavera trascorsa in casa, il covid fosse scomparso. Invece era solo andato in ferie. 

Infatti in settembre era rientrato in città insieme a noi, dopo aver passato parecchie notti in discoteca.

Mentre, un anno prima, in discoteca c’era andato Salvini che, in preda ad euforia alcolica, si era giocato la poltrona di ministro dell’interno e il governo giallo-verde.

In seguito era nato, faticosamente, il nuovo governo giallo-rosso, Mazinga per gli amici. 

Quest’anno, invece, andremo in ferie con un governo multicolore, ma dai toni piuttosto scuri. Quasi neri.

Il virus è ancora ta noi e la prospettiva immediata ,politica o virale che sia, non sembra affatto rosea. 

A meno che la bonaccia d’agosto non ci faccia una sorpresa. Speriamo gradita.

Raccontano…

Per anni ci hanno raccontato che saremmo diventati tutti più poveri. Eravamo diventati troppo ricchi e vivevamo al di sopra delle nostre possibilità. Quindi avremmo dovuto smetterla di fare la bella vita. Soprattutto i più giovani che avrebbero dovuto adeguarsi ad un tenore di vita più morigerato di quello dei loro genitori. 

Ci hanno raccontato che, comunque, bisognava fare buon viso a cattiva sorte e lasciarsi andare ad una decrescita che avrebbe potuto essere felice anche se non del tutto indolore. 

Perché comunque anche per decrescere bisogna darsi da fare, magari accettando lavori sottopagati e precari senza discutere.

Invece, negli ultimi tempi, pare che alcuni preferiscano passare le giornate sul divano, magari comprato con il reddito di cittadinanza.

Ci hanno raccontato che le leggi dell’economia neoliberista, che governa l’occidente e non solo, sono intoccabili e sacre come quelle scolpite da Dio in persona sulle tavole della legge.

Se qualcosa va storto è perché le abbiamo interpretate male.

Ci hanno raccontato che un licenziamento non è un problema, ma un’opportunità che ci può permettere di fare nuove ed interessanti esperienze di lavoro. 

La sinistra è d’accordo, ma fa sapere che licenziare le persone con un sms o una email non sta bene. E’ contro le regole del bon ton.

Ci hanno raccontato che destra e sinistra sono categorie novecentesche ormai superate. Però possiamo scegliere il tipo di destra che vogliamo.

Ci hanno raccontato che una laurea è un certificato di disoccupazione. Meglio fare altro. Ad esempio l’idraulico. Un artigiano che ha sempre parecchio lavoro e parecchi soldi.

Quindi chi è nato povero non deve affannarsi a studiare inutilmente. E’ meglio che vada a lavorare. 

Ci hanno raccontato che  non ci sono più operai. 

Forse perché sono meno numerosi di una volta e sono impegnati in turni diurni e notturni, quindi si vedono poco in giro.

Mentre non ci hanno raccontato che non ci sono più i padroni. 

Almeno non quelli di una volta, che avevano l’ufficio al primo piano della palazzina dell’amministrazione. Adesso sono nascosti nelle scatole cinesi di fondi di investimento internazionali con sede in qualche remoto paradiso fiscale. Quindi per i loro dipendenti è diventato difficile anche protestare.

Ci hanno raccontato che era arrivato l’Unto del Signore, un uomo del fare capace di risolvere i nostri problemi in un attimo.. Ci abbiamo creduto, na poi abbiamo scoperto che non era vero. I problemi che voleva risolvere erano i suoi, non i nostri. 

Ci hanno raccontato che adesso ne è arrivato un altro che non ha problemi personali e sicuramente si occuperà dei nostri.

Qualcuno però comincia ad avere dei dubbi. Perché il signore in questione non ha né l’aspetto né i modi del comandante in capo o del generale. 

Sembra piuttosto un soldato, al massimo un luogotenente, dell’esercito neo liberista. Uno abituato ad eseguire gli ordini di qualcuno, ma sicuramente non i nostri.

Intanto il racconto continua e qualcuno ci crede.

Conte o Conti?

Dopo il vaffa, chissà se definitivo, di Grillo a Conte la nascita del nuovo partito dell’ex avvocato degli italiani sembra ancora più probabile.

Il “Con Te” suggerito dall’ Economist e ripreso da il Giornale.it, invece, non sembra molto attendibile. Qualcuno potrebbe aver confuso Giuseppe Conte con Carlo Conti che fa la pubblicità ad una assicurazione che si chiama anch’essa “Con Te”.

Mai fidarsi degli inglesi e dei giornali di destra.

Magari aveva ragione un mio amico che, per Il nuovo partito, aveva suggerito un nome evocativo come Democrazia Italiana.

Molto in linea con lo stile neodemocristiano di Giuseppe Conte.

UAP

Gli ufologi di tutto il mondo hanno esultato quando nientemeno che l’ex presidente Barack Obama ha dichiarato che gli UAP (Unidentified Aerial Phenomena),adesso li chiamano così, esistono, anche se non sappiamo esattamente cosa siano. Da quel momento si è aperto un vero e proprio vaso di Pandora.

Gli ufologi, da sempre considerati gente con la testa fra le nuvole, vedevano finalmente riconosciuto un fenomeno che loro osservavano da anni.

Poi, come se non bastasse, è arrivato il certificato di autenticità di un filmato, ripreso nel 2019 da un aereo militare usa, in cui si dovrebbe vedere un ufo in libera uscita che viene catturato dal sistema di puntamento dell’aereo. Il video ha avuto subito milioni di visualizzazioni anche se non si vede molto, anzi praticamente niente.

Ma il risalto dato dai media ad un argomento così popolare é bastato per rievocare i classici del genere come Area 51, le astronavi aliene cadute a Roswell, gli extraterrestri che assomigliavano a ET ecc…Sembravamo vicini ad incontri ravvicinati del terzo tipo.

Invece, la tanto attesa relazione dell’intelligence americana sull’argomento, anticipata dal New York Times, ha gettato molta acqua sul fuoco dell’entusiasmo ufologico.

Infatti non parla di alieni venuti a curiosare sulla terra a bordo dei loro dischi volanti, ma di uomini e scienziati, soprattutto russi e cinesi, che starebbero mettendo a punto oggetti volanti in grado di raggiungere velocità ipersoniche.

Insomma uno scenario da guerra fredda. che sembrerebbe ribadire la necessità di finanziare le cosiddette guerre stellari di cui già parlava Reagan quarant’anni fa e che sono state rilanciate da Trump. Insomma, vecchia politica. Niente di nuovo sotto il sole e nei cieli.

Quindi ai tanti appassionati ufologi non resta che la fede, quella che aveva anche Fox Molder, che nel suo ufficio aveva un poster con la foto di un disco volante e la scritta:” I want to bieleve!”