Braccialetti e dispetti

Ieri all’ora dell’aperitivo ho incontrato un amico che non vedevo Ida qualche settimana. Per lui è stato un periodo denso di impegni perché, oltre al suo lavoro, si occupa di politica essendo un attivista del PD. Ultimamente aveva un aspetto dimesso, la faccia smunta e l’espressione un po’ triste. Il minimo che possa capitare ad un iscritto al PD.

Ieri, invece, era euforico. Sorrideva e la sua faccia aveva ripreso colore. Ho subito pensato che fosse sollevato per la fine della campagna elettorale più brutta ed inutile di sempre, ma lui ha precisato che il motivo della sua contentezza era tutt’altro. Quindi scandendo le parole e soppesando le frasi ha iniziato il suo racconto.

“A metà Aprile insieme a mia moglie Paola sono andato a Roma. Il giorno della partenza dovevo passare a prenderla dal parrucchiere. In ritardo come al solito, sono passato da casa di corsa a prendere la mia valigia e soprattuto quella di Paola grande e piena come se dovessimo stare a Roma un mese invece di quattro giorni. Ricordo che sono entrato in casa, ho preso le valigie e, mentre stavo chiudendo le finestre della camera, ho visto sul comò un numero imprecisato di bracciali, non d’oro, ma quelli tipo Pandora ai quali Paola tiene molto. Allora ho pensato che non potevo lasciarli nella camera da letto perché quello è il primo posto dove i ladri entrano in cerca di un bottino. Così li ho infilati in una borsa di plastica con l’intenzione di metterli in cucina insieme al pane e alla pasta. Ma non c’era posto e allora ho cambiato nascondiglio. Almeno così mi sembrava di ricordare.

Qualche giorno dopo il ritorno a casa, Paola mi ha chiesto dove fossero i braccialetti ed io distrattamente ho risposto che erano nella dispensa.  Invece non c’erano. Anche dopo affannose ricerche dei braccialetti nessuna traccia. Allora mi è venuto un dubbio atroce. Mi sembrava di ricordare di aver messo la borsina dei gioielli nel sacchetto del pane. Ma quando siamo tornati il pane era di sicuro ormai secco e magari l’avevo buttato senza accorgermi che dentro c’erano i gioielli.

Paola l’aveva presa male. Le  avevo detto più volte che ero pronto a ricomprarglieli, ma lei diceva che quei modelli non si trovavano più essendo usciti di produzione. Insomma una perdita irrimediabile.

Per farla breve questo è stato un motivo di litigi e musi lunghi per mesi. Una volta mi ha anche accusato di non volerle bene. Secondo lei avevo buttato nella spazzatura i suoi braccialetti senza rendermene conto, ma, inconsciamente, volevo farle un dispetto. In seguito le ho regalato qualche nuovo gioiello e sembrava che la faccenda fosse chiusa, invece era come il fuoco sotto la cenere, pronto a divampare di nuovo.”

A questo punto ho pensato che l’euforia del mio amico dipendesse dal fatto di aver ottenuto il divorzio, ma non ho avuto il coraggio di chiederlo. Intanto lui ha proseguito il suo racconto.

“Oggi pomeriggio, un paio d’ore fa, quando sono tornato a casa, Paola mi ha chiesto di andare a prendere dei cuscini che aveva comprato  tempo fa, per vedere se stavano bene sul nuovo divano. Sono andato in taverna ho aperto l’armadio e ho preso la grossa borsa con dentro i cuscini. Ne ho tirato fuori un paio e ho visto che sotto c’era una piccola borsa di plastica blu con dentro cinque piccole scatole bianche. Le ho subito aperte affannosamente e mi sono apparsi uno dopo l’altro tutti i  famigerati gioielli scomparsi. Avrei voluto lanciare un urlo come quello di Tarzan, ma mi è rimasto in gola.

Poi ho preso il  malloppo e sono salito velocemente in casa. Ho detto a Paola: ”Oltre ai cuscini ho trovato qualcos’altro.” Poi le ho mostrato la busta con i braccialetti e sono uscito dalla stanza. Un  attimo dopo ho sentito un urlo di gioia. Poi Paola mi ha  raggiunto, mi ha abbracciato e mi ha chiesto scusa per tutte le cattiverie che mi aveva detto. 

E’ per questo che stasera sono contento. Almeno per qualche giorno potrò vantare un credito con Paola. Quando mai mi ricapiterà una soddisfazione, seppure piccola, come questa? Probabilmente mai. Nemmeno se il PD vincesse le elezioni.”

Ma in questa storia la politica non  c’entra niente e neanche lo stress da PD del mio amico. Credo che sia uno dei tanti indizi che la pandemia ha lasciato un segno, una traccia profonda nelle nostre vite. Ci ha reso più vulnerabili, irascibili e insicuri. Tornare come prima non sarà affatto facile.

P.S.

Questa è la versione riveduta e corretta di un post che avevo pubblicato stamattina, intitolato: “I gioielli scomparsi .” Qualcosa era andato storto. Infatti Il testo aveva i caratteri molto piccoli e la forma di un albero di Natale. Non sono riuscito a modificarlo e allora l’ho ripubblicato con un altro titolo che mi è venuto in mente nel frattempo. Scusate il disagio. Grazie a tutti.

Il Primo Maggio più bello

Luigi non aveva molta voglia di andare in paese a festeggiare il primo maggio. Ma tutti quelli che passavano dalla strada che scendeva dalla collina lo invitavano ad andarci. Dicevano che c’era la banda, da mangiare, da bere e anche da ballare. Così tirò fuori dall’armadio il vestito buono, salì sulla vecchia bici e si diresse verso la piazza del paese. C’era tanta gente e un’atmosfera di festa contagiosa.

La banda era formata da quattro elementi. Uno suonava la fisarmonica, un altro la tromba, un altro ancora i piatti e infine un ragazzo provava a suonare il violino. Dopo vari tentativi di suonare in armonia, la fisarmonica prese il sopravvento e cominciò a suonare walzer. Si formarono subito parecchie coppie e iniziarono le danze.

Luigi non sapeva ballare e allora si diresse verso il bar della piazza alla ricerca di un vero caffè dopo tanta cicoria. Non appena entrò nel locale il barista gli andò incontro e gli disse che, forse, aveva una buona notizia per lui.

Nel suo locale c’era l’unico telefono del paese e qualcuno aveva appena chiamato dalla città per dire che cinque ragazzi del paese, che erano stati deportati in Germania, erano arrivati da poco in stazione. Luigi pensò subito che uno di quei ragazzi avrebbe potuto essere suo figlio. Quindi doveva andare in città al più presto. In bicicletta avrebbe impiegato troppo tempo per percorrere più di venti chilometri e poi ci voleva un mezzo per riportare a casa i ragazzi.

Allora sparse la voce tra la folla ed il falegname del paese disse che aveva un camioncino abbandonato dai tedeschi e si poteva andare in città con quello. Dopo pochi minuti erano già partiti. Mezz’ora più tardi arrivarono in città e, poco dopo, in stazione. Luigi entrò  nella sala d’aspetto e si guardò subito intorno alla ricerca di una faccia famigliare.

In un angolo vide cinque ragazzi con dei vestiti troppo larghi che li facevano sembrare ancora più magri. Avevano tutti la barba e i capelli  lunghi ed erano irriconoscibili.  Finché, dopo qualche istante, che a Luigi sembrò interminabile, uno di loro gli si avvicinò e lo abbracciò senza dire una parola. Era suo figlio Mario che non vedeva da più di due anni. Magro, debole, stanco, ma ancora vivo. 

Questa storia mi è stata raccontata più volte dal nonno Luigi che la concludeva sempre dicendo che quello del 1945 fu il più bel primo maggio della sua vita.

Come in aereo

Ormai quando sento parlare di vaccini o di complotti entro automaticamente in modalità aereo, come uno smartphone. Non ascolto e penso agli affari  miei. 

Per quanto riguarda i vaccini ho già dato in parole ed opere. Nel senso che ne ho scritto più volte e mi sono vaccinato un paio di mesi fa. Anche sui complottisti ho già scritto, ma l’argomento mi attira di più e, entro certo limiti, lo trovavo divertente. Almeno  fino a  ieri sera, quando sono andato a cena con un gruppo di amici che non vedevo da tempo.

Subito dopo cena uno è stato richiamato all’ordine dalla moglie ed ha abbandonato prematuramente la compagnia, lasciandoci il suo passeggero che, invece, intendeva rimanere ancora. Quando siamo usciti ho scoperto che il tizio abita poco distante da casa mia e gli offerto un passaggio. 

Di lui sapevo solo che lavora nell’ufficio marketing di un’azienda alimentare, non è sposato ed è piuttosto petulante. Delle sue opinioni politiche e virali non sapevo niente e non intendevo affatto colmare questa mia lacuna.

Mentre lui non vedeva l’ora di farmi sapere le sue idee, ovvero il riassunto completo delle più diffuse tesi complottiste. Anche se ero in  modalità aereo le ho sentite ugualmente. Oltretutto la voce era stridula e il tono insistente. Ho pensato che se fossimo stati in autostrada avrei potuto abbandonarlo in un autogrill o in una piazzola di sosta.

Ma eravamo in città e non era possibile. Il tragitto, per fortuna, era breve, più o meno un quarto d’ora, e la  modalità aereo ha resistito. Infatti non ho aperto bocca, tanto parlava sempre lui.

Quando finalmente è sceso aveva un’aria insoddisfatta, forse perché non avevo replicato, oppure gli era venuto il sospetto che le sue opinioni mi interessassero meno di quelle di Pippo Franco. Chissà!

Un giornalaio speciale

Alla domenica mattina o nei giorni festivi, di solito verso le undici, suonava il campanello di casa. Non era necessario chiedere chi fosse. Sapevamo che era Regolo e portava il giornale. Non uno qualsiasi, ma il suo giornale, l’Unità. 

Aveva più di ottanta anni, ma voleva ancora dare il suo contributo al partito e continuava a distribuire il giornale in qualsiasi stagione e con qualunque tempo. 

Perché non era un tipo qualunque. Nel 1922  si era unito agli arditi del popolo che combattendo sulle barricate nell’oltretorrente. a Parma, avevano respinto i fascisti di Italo Balbo. Poi era stato partigiano.  

Dopo la guerra aveva partecipato alla costruzione, con ore e ore di lavoro volontario, della sezione del partito che si trovava a pochi metri da casa nostra. Quindi per lui fare il giro di un paio di strade a consegnare giornali era una cosa da niente. 

L’Unità da lui la compravano tutti. anche quelli che non erano comunisti e, magari, neppure di sinistra.

Ma, una domenica nessuno suonò alla porta. Allora mio padre, da anni abituato a leggere il giornale dopo il pranzo domenicale, mi mandò all’edicola poco distante a comprarlo. 

Mentre tornavo a casa sfogliai il giornale e nelle pagine locali trovai la foto di Regolo e il suo necrologio. L’unica ragione che gli aveva impedito di suonare, ancora una volta, i campanelli della via. 

Ma gli aveva permesso di arrivare nelle case insieme al suo giornale per l’ultima volta.

L’aereo di Fritz

Era un pomeriggio d’estate. Faceva caldo. Erminio stava lavorando nei campi. Due bambine, le sue figlie, gli avevano portato da bere. Improvvisamente si sentì il rombo di un aereo. Aveva le croci uncinate sulle ali e si stava abbassando .

 Erminio prese la bambine per mano e si diresse di corsa verso il bosco che distava solo qualche decina di metri, ma l’aereo si stava avvicinando velocemente  Allora trascinò le due piccole dentro un fosso e si sdraiò sopra di loro. Intanto l’aereo che era sceso fino a sfiorare le chiome degli alberi, fece  partire una raffica di mitragliatrice che si spense nel bosco. Erminio e le bambine rimasero immobili per un lungo interminabile istante. Poi, dopo aver fatto un ampio giro intorno, l’aereo se ne andò. 

Qualche mese dopo un gruppo di partigiani chiese ospitalità al Erminio. Tra di loro ce n’era uno che parlava con un marcato accento tedesco. Raccontò a Erminio che, dopo tutte le barbarie e gli eccidi a cui aveva assistito, aveva deciso di combattere la guerra dalla parte degli italiani. “Era da tempo che volevo farlo e tu mi hai convinto definitivamente”, spiegò l’uomo. 

Erminio rimase piuttosto sorpreso perché quell’uomo non lo aveva mai visto in vita sua. “Ma io ho visto te”, disse lui come se gli avesse letto nel pensiero. “Ti ho visto mentre cercavi di proteggere le tue bambine con il tuo corpo. Avevo l’ordine di sparare a chiunque, ma non potevo proprio sparare ad un uomo coraggioso come te.”

Firitz, così si chiamava il soldato, era il pilota che aveva sorvolato con il suo aereo la fattoria di Erminio qualche mese prima. 

Lui ed Erminio diventarono amici, e dopo la guerra, Fritz venne più volte in Italia a fare visita ad Erminio, il mio prozio.

Un uomo tranquillo

La voce metallica della segreteria telefonica scandì ancora una volta il numero che Mariangela aveva appena chiamato, quello di suo marito Roberto, di professione  ingegnere: Era andato a Padova per lavoro. Sarebbe tornato il giorno dopo, ma lei era ansiosa di riferirgli che, nel fine settimana, sarebbero arrivati da Londra due loro amici, marito e moglie, che non vedevano da qualche anno. Ormai erano quasi le otto di sera e ancora non era riuscita a parlare con lui. Pensò che il suo cellulare fosse scarico e quindi telefonò all’albergo.

Dopo un paio di squilli rispose una voce stentorea:”Hotel della Valle, buonasera!”

“Ehm, vorrei parlare con l’ingegner Rossetti…”

“Rossetti? Un attimo…mi dispiace, ma non posso inoltrare la sua chiamata.”

“Perché mai?”

“L’ingegnere è in camera con sua moglie e non vuole essere disturbato.”

“Come sarebbe a dire? Sua moglie sono io! ”

“Non so che dire…provi a chiamare più tardi” rispose il portiere imbarazzato.

Mariangela rimase immobile con il telefono in mano. Nella sua mente irruppero i più cupi pensieri e le ipotesi più varie.  La risposta del portiere poteva essere la prova che suo marito la tradiva. In quel caso il suo matrimonio quasi perfetto rischiava di saltare. Eppure non aveva sentito alcun campanello d’allarme. Una moglie capisce, sente, se qualcosa non va. Quindi poteva anche trattarsi solo di un equivoco. Perché no!

Per quasi mezz’ora Mariangela prese in considerazione ipotesi e contro ipotesi senza arrivare ad alcuna conclusione. Finché non la chiamò Roberto che, con  voce calma e rassicurante, le spiegò che era stato nella sua camera con la segretaria ed un collega per dare gli ultimi ritocchi al progetto che avrebbero dovuto presentare il giorno dopo. Aveva solo detto al portiere che non voleva essere disturbato, Ma lui, probabilmente, aveva pensato che la segretaria fosse sua moglie.

Mariangela credette, anzi volle credere, ad ogni singola parola di Roberto e considerò chiuso l’incidente.

In fondo lei era sempre stata sicura della fedeltà del marito. Pensava fosse troppo tranquillo e attaccato alle sue abitudini per complicarsi la vita con un amante. Non solo. Negli ultimi tempi le sue piccole manie si erano accentuate. Ad esempio, visto che ogni tanto amava cucinare, aveva messo in ordine perfetto la cucina. Le scatole di pasta erano state messe in ordine alfabetico, le pentole e le padelle in ordine di grandezza e i piatti divisi per colore e decorazione. Un uomo del genere non poteva essere un fedifrago!

Qualche settimana dopo, Roberto tornò a casa ,puntuale come sempre, alle sette di sera. Posò la borsa nell’ingresso e andò in camera per mettersi in tenuta da casa. Poco dopo uscì dalla stanza con passo deciso, raggiunse Mariangela in salotto e le chiese a bruciapelo:

“Oggi hai aperto il mio armadio! Perché?”

“Ho solo messo dentro la biancheria pulita…”

“Certo, ma il mio armadio deve rimanere in ordine. Ogni cosa al suo posto.

“Eh, va beh, d’accordo. La prossima volta la biancheria la lascerò sul letto.“

Mariangela quella sera, contrariamente al solito, parlò poco. Cominciò a pensare che in quell’armadio si nascondesse qualcosa che non avrebbe dovuto vedere.

La mattina dopo, non appena Roberto si chiuse la porta alle spalle, si precipitò in camera da letto. Aprì l’armadio e cominciò ad esaminarne il contenuto. Passò in rassegna ii pantaloni, le camicie, la biancheria e le giacche tutte perfettamente allineate ed appese a grucce rigorosamente identiche. Niente di strano, quindi. Mariangela tirò un sospiro di sollievo e si affrettò a richiudere l’armadio. Ma una giacca scivolò dalla sua gruccia e si insinuò tra le due ante. Lei la fece rientrare delicatamente al suo posto e si accorse che in una tasca c’era qualcosa: una chiavetta usb. Pensò subito che quello fosse l’oggetto misterioso che non avrebbe dovuto trovare.

Così corse ad accendere il computer. Ci infilò la chiavetta e, dopo qualche secondo, apparvero una dozzina di fotografie. Gli sfondi erano diversi, ma i protagonisti delle foto erano sempre gli stessi: Roberto ed una donna bionda, probabilmente la famigerata segretaria. Mariangela provò un brivido lungo la schiena e, poco dopo, una vampata di calore. Si sentiva come quando, nel bel mezzo di un bel sogno, si rendeva conto che stava per svegliarsi. Il suo sogno, realizzato, di sposare un uomo gentile, intelligente e introdotto nella buona società avrebbe potuto dissolversi come la nebbia al primo sole del mattino. Ritrovarsi single a quasi quarant’anni era una prospettiva talmente orribile che non valeva la pena di pensarci nemmeno per una frazione di secondo.

Poi, in pochi minuti, passò dal dolore alla rabbia e cominciò subito a pensare ai termini del divorzio. Per saperne di più in materia chiamò subito un’amica avvocato. Quella ebbe un bel da fare per arginare il fiume di parole punteggiato di improperi che uscivano incessantemente dalla bocca della sua amica. Poi, cercò di fare il punto della situazione: e chiese a Mariangela di osservare più attentamente le fotografie per capire chi fosse la donna in compagnia di Roberto. Lei guardò di nuovo quella serie di immagini che erano apparse tutte insieme sullo schermo. Notò che erano piuttosto piccole e che, a causa  della sua incipiente presbiopia, non era riuscita a metterle bene a fuoco.  Occhiali ancora non ne aveva perché la invecchiavano, quindi cercò un modo per ingrandire le foto. Dopo qualche colpo di mouse andato a vuoto, finalmente una fotografia apparve a tutto schermo. Mariangela la osservò incredula e salutò in fretta la sua amica. Poi dalla sua bocca uscì una risata liberatoria. Perché la donna misteriosa che sorrideva di fianco a suo marito, era lei. Roberto aveva riunito in quella chiavetta tutti i selfie che si erano scattati durante le vacanze estive. rigorosamente divisi per luogo, data e ora di scatto.

Poco dopo Mariangela, risollevata, rimise a posto la chiavetta. Non si accorse che nell’armadio, ben nascosto sotto alcuni maglioni, c’era un pacchetto avvolto in una carta rossa legata da un nastro giallo. Dentro c’erano due orecchini d’oro a forma di stella. Un regalo che non era destinato a lei.

 

 

Falsa partenza

Quel giorno Giuseppe aveva avuto la solita discussione periodica con la sua compagna. A lui non piaceva abitare in campagna lontano dagli amici dai negozi, dai bar.. Da tutto. Inoltre, ogni giorno, doveva sorbirsi quindici chilometri in macchina per andare al lavoro. Mentre Rosalba amava coltivare fiori, passeggiare per i prati con il cane e fare la casalinga. Giuseppe, invece, avrebbe voluto che lavorasse per far quadrare il bilancio domestico, che si reggeva a stento sul suo magro stipendio da insegnante precario. Ma lei aveva ribadito più volte che il suo lavoro era quello di occuparsi di lui e della casa  Quel giorno aveva anche minacciato di andarsene, ma Giuseppe non aveva dato peso alla cosa ed era andato a fare un lungo giro in città, nel suo habitat naturale. Quando tornò a casa era quasi l’una di notte. La porta cigolò come sempre. La richiuse piano e, subito dopo, sentì un rumore, qualcosa che veniva nella sua direzione. Mentre cercava l’interruttore della luce si sentì toccare una gamba. Fece un sobbalzo come se avesse preso la scossa. Poi allungò una mano e senti qualcosa di umido e caldo: era solo il muso del cane. Gli accarezzò la testa e col braccio urtò una bottiglia di acqua minerale che era sul tavolo facendola cadere sul pavimento dove rimbalzò un paio di volte. Giuseppe la raccolse e si preparò a rispondere a Rosalba, che sicuramente lo avrebbe chiamato entro qualche decimo di secondo. Ma nessuna voce risuonò nell’aria. Giuseppe, si guardò intorno e vide sul tavolo un foglio di carta gialla piegato in due. Lo lesse in fretta mentre sul suo viso appariva lo stupore. Su quel foglio una calligrafia semplice e lineare aveva tracciato poche parole: ”Caro Giuseppe, temo che i nostri punti di vista siano ormai inconciliabili. Quindi ho deciso di andare via. Mi fermo da mia sorella per qualche giorno. Manderò Filippo a prendere il resto della mia roba.

Abbi cura di te e di Tom. Ciao. Rosalba

Giuseppe prese una lattina di birra dal frigo e la aprì.  Mandò giù un sorso e poi lanciò un urlo che risuonò cupo nella casa deserta:” Libero! Finalmente libero! Adesso posso ricominciare a vivere!” Poi cominciò a saltellare per la cucina come se avesse le molle sotto le scarpe. Ma, dopo qualche minuto, un’ombra apparve sulla sua faccia. Pensò che era libero, certo, ma lei. forse, se ne era andata con quel tale Filippo. Lui si era fatto tanti problemi perché ogni tanto andava a bere qualcosa con un’amica e Rosalba, intanto, si vedeva con un altro. Vatti a fidare delle donne!

Ma, forse, lei era convinta che anche lui la tradisse e quindi… Comunque la mettesse, però, a Giuseppe sembrava di averci rimesso, alla fine dei conti.

Però adesso poteva andarsene da quella casa schifosa e tornare alla civiltà. La prima tappa avrebbe potuto farla dai genitori che abitavano in città. Almeno era più vicino al lavoro e a tutti gli amici. Poi avrebbe trovato un’altra sistemazione. Il mattino dopo si alzò presto, fece colazione ed andò a fare il solito giro con Tom, un bastardone dal pelo lungo e dagli occhi grandi, che era molto affezionato a Rosalba.

Più tardi lo portò alla cascina da dove Rosalba lo aveva preso quand’era ancora un cucciolo. Il contadino, dapprima stupito per il ritorno di Tom, disse che lo riprendeva volentieri e anche Tom sembrava contento.. Giuseppe, soddisfatto, di diresse con passo svelto verso casa ma quando arrivò Tom lo aspettava davanti alla porta. Entrarono in casa insieme.

Quella sera Giuseppe andò in città e passò a salutare il suo amico Antonio che fu molto sorpreso per la improvvisa partenza di Rosalba.

-Avrei giurato che non vi sareste mai separati. Sembravate così affiatati – commentò.

A quelle parole Giuseppe avvertì una specie di nodo alla gola. Forse che, passata l’euforia della libertà, sentiva già la mancanza di Rosalba?

Pensò fosse solo un momento di inevitabile nostalgia e cercò di affogarla in una pinta di birra scura. Alla fine, almeno, era più allegro. Rimase con Antonio fino a tardi e poi si diresse lentamente verso casa. La porta si aprì dopo un solo giro di chiave. Eppure, di solito, chiudeva con tre o quattro giri. Ma, forse, non ricordava bene. Entrò, comunque, guardingo. Accese la luce e subito Tom gli andò incontro. Quando il cane smise di fargli festa si diresse verso la camera e inciampò in un piccolo zainetto rosa. Forse l’aveva dimenticato Rosalba nella fretta di andarsene oppure… Giuseppe si diresse velocemente verso la camera da letto, spalancò la porta e sotto le coperte vide Rosalba che gli indirizzò uno sguardo un po’ assonnato ed un rimprovero banale:

-E’ questa l’ora di tornare a casa?

-Ma, ma…cosa ci fai tu qui ?, balbettò lui.

-Beh, ho cambiato idea. Non mi andava di lasciarti. Mi sento

ancora legata a te, rispose lei.

-Quindi non sei andata con Filippo…

Chi?

-Filippo, non si chiama così la tua nuova fiamma?

. Ah, ah, ah! Tu pensavi che… Ah Ah! Filippo è il marito di mia sorella!

-Che stupido che sono stato, sospirò Giuseppe. che, nonostante tutto, si sentì sollevato da quella notizia.

-Per questa volta ti perdono sussurrò Rosalba, poi lanciò a Giuseppe uno sguardo che a lui sembrò implorante, ma, in realtà esprimeva tranquillità e sicurezza. Rosalba lo tradusse subito in parole:

-Non mi dici bentornata? Speravi che non tornassi più?

-Beh, no…speravo che tornassi, ma…

-Allora potresti anche darmi un bacio di benvenuto.

Giuseppe, dopo un attimo di incertezza, si avvicinò al letto.

Rosalba aprì le braccia, Giuseppe si chinò, lei lo strinse forte e lo baciò sulla bocca. Giuseppe ricambiò, suo malgrado, ma non troppo, il bacio e l’abbraccio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Festa con sorpresa

Invece del solito post ho pensato di pubblicare questo mio vecchio racconto appena ritrovato nei meandri della memoria del computer.  Buona lettura.  

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                      Festa con sorpresa

Giorgio si era innamorato. Ogni tanto gli succedeva. Quando riusciva a parlare per più di cinque minuti con una ragazza, di solito non tanto alta, minuta e con un bel sorriso, se ne invaghiva immediatamente. Questa si chiamava Jenny e aveva anche dei bellissimi occhi grigio-azzurri. Giorgio pensò che quegli occhi potessero scrutargli anche l’anima. Ne era rimasto folgorato. E non solo per il suo aspetto. 

Jenny aveva confidato a Giorgio i suoi progetti per il futuro. Dopo la maturità aveva intenzione di iscriversi ad architettura per poi lavorare nell’impresa edile di famiglia. Poi avrebbe voluto sposarsi, avere almeno due figli e andare ad abitare in un certo palazzo antico nel centro storico, dove abitavano i nonni. Giorgio rimase sorpreso e ammirato da quel programma di vita così preciso. Lui riusciva a stento a mettere in fila le cose da fare un giorno per l’altro. Pensò che Jenny fosse, senza alcun dubbio, la ragazza giusta per lui. Quindi avrebbe dovuto farglielo saper al più presto.

Decise di invitarla a cena quel sabato sera. Aveva pensato che, dopo aver mangiato e bevuto, avrebbero anche potuto appartarsi in macchina in un certo posto tranquillo fuori città. 

Quindi cominciò a scrivere un messaggio su whatsapp, ma poi pensò che era un mezzo troppo freddo per chiedere a una ragazza il primo appuntamento. Quindi, dopo qualche minuto di preparazione, telefonò a Jenny. Dopo pochi convenevoli stava per proporle una cena a due. Ma lei lo anticipò. Quella sera doveva andare alla festa di compleanno di una sua compagna di classe, una certa Antonella, che conosceva anche Giorgio. Lui, sorpreso e dispiaciuto, riuscì solo a biascicare che non sapeva niente della festa.

A Jenny sembrò che volesse andarci e, visto che era una delle organizzatrici dell’evento, provvide subito ad invitarlo. Lui esitò per qualche secondo, ma poi, allettato dall’idea di rivedere Jenny, seppure in compagnia, accettò. Appuntamento alle dieci in una villa in collina. Arrivò in anticipo sul suo Maggiolino anni 70, regalo vintage di papà per il suo diciottesimo compleanno.

C’era tanta gente, ma non Jenny. Alle dieci e quarantadue non si era ancora vista. Arrivò circa tredici minuti dopo, ma non da sola. Era arrampicata su un ragazzo alto con la barba e i capelli lunghi biondicci. Jenny fece le presentazioni e Giorgio apprese che quel tale si chiamava Steve, ed era un americano venuto in Italia a studiare archeologia. Jenny lo definì suo amico, ma l’atteggiamento che aveva verso di lui non lasciava spazio ad alcun dubbio. Quello era, o stava per diventare, il suo ragazzo, anzi, il suo amichetto, come sibilò tra se Giorgio, con disprezzo e una punta di amarezza. Incazzato e deluso, pensò che era stato vittima di un caso di sfiga internazionale. Un tizio era venuto da un altro continente per rompere i coglioni proprio a lui.

Poco dopo decise di andarsene. La vista di Jenny insieme a Steve gli era insopportabile. Ma mentre si dirigeva verso l’uscita si imbatte in un’amica che non vedeva da anni. Se la ricordava con qualche chilo di troppo, brufolosa e simpatica. Mentre la ragazza che aveva davanti aveva la pelle liscia, le forme giuste, un bel sorriso ed era ancora simpatica. Giorgio si fermò a parlare con lei. per qualche minuto. Pensò che non era niente male e, magari, un giorno o altro, l’avrebbe chiamata per invitarla ad uscire con lui. Ovviamente non prima di averle chiesto se era già impegnata

Ma quella sera non aveva voglia di approfondire la sua conoscenza. Doveva mandare giù il rospo che aveva in gola e cominciò a bere. Prima uno spumante, poi un prosecco e quindi tutto quello che trovò in giro. Più tardi tirò su anche una riga di coca, gentilmente offerta dal fratello della festeggiata. Poi più niente. I suoi ricordi di quella serata si fermano qui.

Il mattino dopo ritrovarono il Maggiolino in una stradina secondaria con due ruote nel fosso. Dentro c’era Giorgio assonnato e un po’ confuso, ma illeso. Qualcuno notò sul lunotto della macchina un vecchio adesivo un po’ sbiadito, ma ancora leggibile. C’era scritto: ”Non seguitemi, mi sono perso anch’io.”