Attenti al pass

Un’amica insegnante qualche giorno fa stava per ricevere la seconda dose di vaccino anti-covid. Casualmente ne aveva parlato con il preside e lui le aveva fatto sapere che, il giorno dopo la vaccinazione, per entrare a scuola lei avrebbe dovuto esibire il risultato, ovviamente negativo, di un tampone.

Lei, stupita, ha chiesto il motivo di questa richiesta. Allora lui le ha spiegato che, secondo le regole dettate dal governo, il Green Pass che aveva ricevuto dopo la prima dose era valido solo fino al giorno della seconda.

Dopo di che avrebbe dovuto aspettarne un altro aggiornato. Ma nel  frattempo ne sarebbe stata priva e quindi avrebbe potuto entrare a scuola solo dopo aver fatto un tampone.

Il nuovo GP  è arrivato dopo circa 48 ore e dopo un tampone fatto in farmacia alle sette e mezzo del mattino.

Brunetta ha dichiarato che con il GP l’Italia è all’avanguardia. Ma, a quanto pare, con la burocrazia siamo ancora piuttosto arretrati.
Ma non doveva semplificarla?

Giocattoli

La vendita di giocattoli pare sia aumentata del 18% nell’anno orribile  2020.

Il gioco oltre al valore pedagogico ha avuto un ruolo importante nel distrarre i bambini dal pesante clima della pandemia che li aveva costretti in casa per parecchie settimane.

I produttori di giocattoli hanno quindi visto crescere il loro giro di affari e si sono impegnati a migliorare i loro prodotti rendendoli più ecologici e accessibili. Ad esempio mettendo sul mercato giocattoli di materiale riciclabile oppure dando la possibilità di affittare quelli più costosi.

I bambini non hanno dovuto aspettare Babbo Natale per avere nuovi giochi e ringraziano.

E noi adulti? Anche noi siano andati a comprare i nostri giocattoli preferiti, anche se decisamente più costosi di quelli dei nostri bimbi.

In particolare ci siamo lanciati su quelli elettronici, computer smartphone, tablet e smart tv.

Dopo averne abusato durante il lockdown abbiamo sentito il bisogno di cambiarli con la scusa che erano ormai frusti e obsoleti.

Alcuni sono anche andati oltre e si sono regalati il giocattolo preferito da molti italiani:l’automobile. O, almeno, hanno preso in considerazione questa possibilità.

Perché la scelta non è semplice. Nonostante la sovrabbondante offerta di modelli il dilemma riguarda la motorizzazione.

Benzina, diesel, ibrida o elettrica, questo è il problema.

Così, per molti, questa scelta si è rivelata più impegnativa del previsto e, a poco a poco, è diventata un passatempo, un gioco a sua volta. Conosco gente che da mesi e mesi gira per concessionari provando e riprovando le varie possibilità e i relativi modelli.

Ma, forse, la scelta giusta è quella suggerita dal figlio di un amico che, dopo aver visto tante auto insieme al papà, ha deciso che lui preferirebbe un’astronave.

Il mezzo più adatto per fuggire da questo pianeta impazzito.

Non solo grinpa

Il dibattito sul green pass è sfibrante, noioso ed inutile. Assomiglia a certe discussioni della sinistra che non arrivavano mai ad una conclusione. Semina confusione e raccoglie incertezza.

A cominciare dalla sua collocazione politica. A prima vista sembrerebbe una cosa di sinistra. Infatti quelli più a sinistra lo sostengono senza esitazione. La destra è contraria, ma non tutta. Salvini si è vaccinato e ha il grinpa in tasca, ma non vuole farlo sapere troppo in giro. Inoltre è una misura varata da un governo di destra.

Infatti. quello di Draghi, che è un uomo di destra, è appoggiato da due terzi del centro destra, dai 5stelle che hanno un piede a destra e uno a sinistra. e dal PD che è ormai diventato un partito di destra, seppure moderata.

Mentre i no vax sono di estrema destra. Minoranza rumorosa come da tradizione ormai centenaria. Poche idee ma chiare. Il Covid non esiste, ma se ne incontriamo uno lo facciamo secco con un colpo di pistola.

Comunque sia il dibattito sul grinpa sta diventando ogni giorno più inutile. Oltre l’80% degli italiani si è vaccinato e altri ne seguiranno. Inoltre il Covid, che in questa ultima ondata è rimasto su livelli decisamente più bassi che in quelle precedenti, pare stia lasciando, seppure lentamente, il campo. 

Dopo di che potremo tornare a parlare non di dittatura sanitaria, ma del neofascismo latente che domina questa epoca disgraziata.

Quello che mette il profitto al primo posto. Quello che trascura la sicurezza sul lavoro e ogni giorno provoca morti bianche.

Quello che vorrebbe ammanettare i dipendenti al posto di lavoro. Quello che costringe gli operai a lavorare per dieci giorni di seguito, prima a di poter avere un giorno di riposo.

Quello che concede otto o dieci minuti di pausa a chi lavora per otto o dieci ore di seguito.

Quello che vorrebbe abolire il RDC, diventato per molti vitale con l’arrivo del Covid, e dare i soldi risparmiati agli industriali.

Di questo bisognerebbe discutere, perché il Covid passerà, ma le ingiustizie rimarranno.

Otto Settembre

Il generale Castellano e Eisenhower a Cassibile

Oggi è l’8 Settembre. l?anniversario dell’armistizio tra italiani e americani. Venne firmato a Cassibile in provincia di Siracusa il 3 Settembre del 1943, dal generale Castellano, inviato da Badoglio, e da Eisenhower, ma fu reso noto solo cinque giorni dopo.

Quella firma gettò l’Italia nel caos e lasciò molti italiani in balia dei tedeschi desiderosi di vendicarsi per il tradimento italiano.

Da al 1945 ad oggi ogni anno, sui giornali, si rievocava quel giorno fatidico che diede inizio alla fase finale della resistenza.

Oggi, invece, nel 2021, se cercate otto settembre sui giornali vengono fuori i dati dei contagi odierni.

Sarà colpa dei Covid anche questo silenzio?

Genitori e censori

La storia della censura in tv è lunga. Nella Rai degli anni cinquanta e sessanta era proibito pronunciare parole come delitto, divorzio, amante, figlio illegittimo.

Ma soprattutto la Dc di allora era molto attenta, quasi ossessionata, da tutto quello che riguardava il sesso. Ad esempio era vietatissima la parola membro .Perfino un innocuo aggettivo come magnifica era stato messo al bando con una singolare motivazione. Un telespettatore avrebbe potuto accendere la tv mentre qualcuno pronunciava  le ultime quattro lettere della parola.

Adesso sulle parole, di solito, c’è molta meno attenzione salvo parolacce e bestemmie occasionali. Ma, evidentemente c’è qualcuno che vive nel passato e considera ancora censurabili parole ed espressioni ormai entrate nel lessico quotidiano e che, magari, a suo tempo erano diventate veri e propri tormentoni che identificavano immediatamente un personaggio.

Come il porca puttena che Lino Banfi, nel ruolo di Oronzo Canà, mediocre e sempre agitato allenatore di calcio, usava spesso come intercalare nel film “L’allenatore nel pallone” uscito nel 1984 e diventato, per alcuni, un cult movie.

Allora nessuno pensò di censurare quell’imprecazione.

Adesso, invece, nel 2021, il Moige (movimento italiano genitori) ha presentato un esposto contro lo spot della Tim dove lo stesso Banfi citando Canà rilancia quell’espressione che, secondo loro è volgare e potrebbe turbare le tenere menti dei bambini.

Un episodio del genere dovrebbe suscitare solo qualche risata e nulla più. Invece nel neo medioevo che stiamo vivendo dove imperversano la pestilenza e l’ignoranza, è stato preso molto sul serio.

Al punto che la Tim ha deciso di mandare in onda lo spot con l’espressione incriminata in orari al di fuori della fascia protetta. Ma sostiene che non si tratta di censura, per carità. Quella appartiene al novecento.

Furto certificato

A volte un pezzo di carta può toglierti dai guai. A dispetto di quelli che dicono che non serve a niente. Qualche giorno fa una signora è entrata in alcuni negozi di un outlet e ha fatto incetta di capi firmatI per un valore di circa mille euro.   Fin qui niente di strano.  Se non che la signora è uscita con la sua spesa senza pagare. Pensando ad  un banale tentativo di taccheggio gli addetti alla sicurezza hanno fermato la signora trattenendola fino all’arrivo dei carabinieri. Lei, però non si è scomposta e ha mostrato loro un certificato medico che attestava una malattia da cui è affetta. Cosa c’entra una malattia con un furto? Parecchio, se la malattia in questione è la cleptomania. Tuttavia, nonostante la malattia la signora, probabilmente, aveva scelto con cura i capi di abbigliamento perché alla fine li ha comprati sborsando mille Euro senza battere ciglio.

I primi e gli ultimi

In un tranquillo venerdì di ferragosto è arrivata una notizia inattesa, capace di distrarci dal tranquillo cazzeggio agostano.

Se n’é andato  Gino Strada, il fondatore di Emergency, uno dei pochi che ancora credeva nella possibilità e nella necessità di cambiare questo mondo violento.

Dove le guerre, anche quelle cosiddette umanitarie, fanno più vittime civli che militari con bombardamenti a tappeto, mine antiuomo e attacchi suicidi. Come ripeteva spesso, non era un pacifista, ma era decisamente contro la guerra. Perché ne conosceva bene i tragici effetti.

Non si limitava ad andare a qualche manifestazione per la pace ma, per tanti anni, si è sporcato le mani con il sangue delle vittime di una assurda e cieca violenza che, con pretesti politici, strategici o religiosi, che quasi sempre nascondono interessi economici, prende di mira sempre gli ultimi, i più poveri e indifesi quelli che hanno avuto la sfortuna di nascere nel posto sbagliato. 

Negli ultimi anni si era reso conto che anche nella ricca e apparentemente pacifica Europa  dove non ci sono guerre, ma continui tagli al welfare e alla sanità, curarsi sta diventando un lusso. 

Aveva capito che gli ultimi stanno aumentando e non hanno nessuna speranza di diventare i primi, ma lui li curava come se lo fossero.

Gemelli quasi diversi

Hanno lo stesso nome e più o meno la stessa età. Hanno partecipato entrambi ad un quiz televisivo.

Entrambi sono scarsi come imitatori: tempo fa uno si lanciava nell’imitazione del Duce mentre l’altro preferiva Fonzie.

Amano fare selfie con chiunque e smanettare sui social.

Una volta diventati segretari hanno portato il loro partito più a destra.

La loro autostima è alta, a volte esagerata. Amano il potere e lo esercitano con molto piacere.

Hanno un bisogno quasi fisico di essere al centro dell’attenzione, sotto la luce dei riflettori e davanti alle telecamere.

Nati per comandare, almeno secondo loro,  cercano di assumere il piglio decisionista del capo, quello che non deve chiedere mai.

Oltre che in sé stessi credono un po’ anche in Dio e nella Madonna. Infatti si dichiarano cattolici praticanti e nel loro pantheon personale mettono entrambi Giovanni Paolo II.

Adesso si ritrovano spesso insieme dalla stessa parte della barricata, di solito contro il governo di cui fanno parte. Come nel caso del ddl Zan e del reddito di cittadinanza. 

Ma qualche differenza comincia a venire alla luce. 

Matteo S., da quando se n’è andato dal Viminale, ha perso il piglio da capitano ed è spesso impegnato in veloci slalom tra posizioni e opinioni  diverse che cambia da un giorno all’altro, come una cravatta. 

Mentre Matteo R. è ancora assolutamente sicuro di sé. Basti pensare alla sicumera con cui si è lanciato contro il RDC con motivazioni che, probabilmente, hanno fatto rabbrividire i suoi colleghi.

Nessun politico, neppure l’altro Matteo, infatti, si sarebbe azzardato a dire che gli italiani devono soffrire e sudarsi il loro magro stipendio: Giusta punizione per non essere riusciti ad emulare Steve Jobs o Jeff Bezos. 

Un’affermazione scaccia-elettori che va decisamente contro la continua ricerca del consenso, la prima preoccupazione dei politici del nuovo millennio. 

Ma lui insiste perché l’importante è esserci, apparire, far in modo che si parli di lui. 

Probabilmente non ha ancora capito il motivo del suo incredibile e inatteso successo e del rapido declino che ne è seguito. 

Adesso cerca in ogni modo di sfuggire all’ irrilevanza, la sua paura più grande, che condivide con l’altro Matteo. Ma, come sostiene la psicanalisi, più si cerca di sfuggire al proprio destino e più gli si va incontro. 

Matteo S, invece, più tranquillo, probabilmente tornerà al Papeete a fare il DJ.

Sogno di mezza estate

Qualche giorno fa sono capitato in un paese della bassa padana. Faceva caldo, ma soffiava un vento leggero e tiepido che aveva allontanato la cappa di afa che spesso alligna da quelle parti.

Camminando per una via con le case basse dai color tenui resi ancora più chiari  dal sole che era alto nel cielo mi è sembrato, per qualche istante, di essere vicino al mare.

Come se in fondo alla via ci fosse una spiaggia. Invece c’era il fiume, il grande fiume che tanti racconti ha ispirato nel suo tragitto verso il mare.

Avrei voluto salire su una barca per arrivare dove l’acqua dolce si mischia a quella salata. Poi cavalcare le onde per andare lontano.

Via da questo posto dove la vita è diventata più difficile e complicata.

Ma poi la voce dell’amico che avevo accompagnato mi ha riportato sulla terra ferma e dura. Peccato.