Nebbia in Valpadana

Una volta da queste parti, nella pianura padana, la nebbia era di casa.

Una nebbia grassa come il vapore della cottura a fuoco lento della carne di cappone. Sapeva di erba bagnata, di foglie, di rami umidi e di freddo. A volte sembrava avesse uno spessore, una consistenza. Infatti quando era molto fitta, sembrava che si potesse tagliare con il coltello. 

Quando la visibilità, specialmente di notte, era ridotta quasi a zero sembrava di essere in mezzo ad una nuvola senza più nulla intorno. Ti lasciava solo con te stesso, le tue paure, i tuoi fantasmi e i tuoi sogni 

Forse per questo aveva ispirato poeti, scrittori e musicisti. Nella bassa padana vicino al Po, dove era sempre più presente e più fitta, aveva anche una caratteristica più prosaica, ma utile, quella di far maturare i salumi.

Ricordo un anno in cui la nebbia ristagnò per qualche settimana. Così, ogni tanto, andavo in collina. Salivo finché la nebbia si diradava ed appariva finalmente il sole. Allora  scendevo dalla macchina e facevo quattro passi mentre guardavo in basso e vedevo quel mare bianco, pieno di umidità da cui spuntavano qua e la’, come isole, le cime più alte. Uno spettacolo che non mi stancavo mai di ammirare. 

Da anni ormai questa nebbia è sparita insieme ai mulini sul Po, alle amministrazioni rosse e alle feste dell’Unità. Adesso è leggera, evanescente e non ha più l’odore dei pioppi carichi di umidità, ma la puzza dello smog. Infatti si è sposata con la nube marrone che alligna quasi tutto l’anno sulla pianura padana.

Non ha più niente di utile, poetico o leggendario. Fa solo male alla salute. Non è più l’alito del Drago evocato da mago Merlino, ma solo quello del Pil.

Ubiquità

Da parecchie settimane la situazione politica sembra cristallizzata, immobile e ripetitiva. Ogni giorno leggiamo, come sempre, raffinate e sottili disquisizioni sulle parole dette e non dette da Draghi.

Le ultime sono quelle scritte sul pasticcio delle misure anticovid che lo ha visto costretto, per la prima volta, a faticosi compromessi che hanno dato vita a misure  probabilmente utili solo a creare confusioni e conflitti. Ma che importa.

Dicono che è comunque un buon segno. Vuol dire che i partiti ritornano a far sentire al loro voce a svolgere il loro ruolo democratico. Che poi i partiti in questione siano la Lega e FDI che esprimono idee non proprio democratiche è solo un dettaglio.

Ma Draghi non ha gradito. Il compromesso non è nella sue corde. Lui è abituato a dare ordini e a vederli eseguire. Perché sa cosa è meglio per il paese, anzi per il suo Pil. Infatti i giornali  scrivono ogni giorno, da mesi, che il Pil è in crescita e Draghi è il suo profeta.

Non dicono che la crescita attuale è stata favorita dalla finanziaria del precedente governo. Non spiegano nemmeno a che prezzo il Pil sta crescendo. Aumento degli infortuni sul lavoro, delle disuguaglianze e della povertà. E neppure si sente più dire che l’ex BCE non è mai stato eletto. Un tormentone che abbiamo sentito per anni, da Monti a Conte, passando per Renzi.

Ma Draghi è l’ennesimo unto del Signore, l’uomo della provvidenza, una grande risorsa per il paese. Talmente preziosa che molti vorrebbero si sdoppiasse. Così potrebbe rimanere al governo e contemporaneamente andare al Quirinale. Ma tra le tanti doti  a lui attribuite i non c’è quella dell’ubiquità. Una mancanza che tormenta i partiti da settimane.

Ma lui ponendo fine all’imbarazzo generale, sembra aver trovato la soluzione del problema. Prenderà il posto di Mattarella e metterà il pilota automatico al governo. Ovvero piazzerà un suo uomo di fiducia, un alter ego, a fare il premier.  Semplice e geniale. i politici non ci avevano ancora pensato e, forse, non ci penseranno mai. Chissà!

Sogni per il nuovo anno

La pandemia sanitaria passerà. Tutte le pestilenze prima o poi finiscono. Ma la pandemia economica e sociale resterà. A meno che la fine di un incubo, simile ad una guerra, non segni l’inizio di una nuova era e la voglia di ricominciare non fornisca la spinta necessaria al cambiamento.

Perché è chiaro che non si può tornare semplicemente indietro nel tempo alla situazione del 2019. Il PIL non può più essere la principale se non l’unica preoccupazione di un governo. Un dio al quale offrire quasi quotidianamente sacrifici umani. Non è più tollerabile, se mai lo è stato.

Ma per adesso non ci sono segnali incoraggianti. C’è chi si è rassegnato, ci rifiuta la realtà e chi vive nel passato. Come quelli che dovrebbero essere di sinistra, che sono divisi tra chi si è convertito da tempo al pensiero unico, chi pensa di essere ancora nel secolo scorso e chi combatte battaglie di retroguardia come quella contro il green pass.

Mentre servirebbe qualcuno che, dopo aver preso atto dello stato delle cose, indicasse se non la strada, almeno la direzione da prendere.  Che proponesse nuovi modi per reagire alle tante ingiustizie, alla perdita dei diritti e della dignità di chi lavora.

Perché anche protestare è diventato difficile. Lo sciopero tradizionale è di diventato un’arma spuntata quando il padrone è una multinazionale o un inafferrabile fondo azionario. Uno dei tanti segnali che rivela, come certificò uno studio di una commissione europea qualche anno fa, che la lotta di classe l’hanno vinta i padroni. Anzi hanno stravinto.

Non solo. Hanno anche cercato di convincerci che dobbiamo rassegnarci ad essere più poveri e a vedere i figli che avranno una vita molto più difficile e incerta dei loro padri. E’ la dura legge del neoliberismo selvaggio, dato per morto tredici anni fa, ma ancora vivo e nocivo.

Però sappiamo bene che niente è per sempre. Quindi adesso più che mai ci sarebbe bisogno di una cultura alternativa di nuove idee e sogni da realizzare o anche solo da inseguire. Perché, come diceva Shakespeare, la vita è fatta della stessa materia della quale sono fatti i sogni e senza di essi la vita è triste e priva di prospettive.

Quindi proviamo a ricominciare a sognare a lottare e a sperare.

Buon anno a tutti, con la testa e con il cuore.

Fiction

Da settimane ormai sta andando in onda la fiction natalizia. Fatta di luminarie, alberi di Natale, montagne di panettoni e pandori parcheggiate nelle corsie dei supermercati e tante pubblicità che vedono protagonista Babbo Natale.

Così di fronte a questo spettacolo facciamo finta che quello che ci aspetta sia un Natale normale come tanti altri. Ma non siamo i soli a fingere.

Anche il governo finge di governare. Infatti da parecchi giorni ormai, a parte qualche misura anticovid. si limita all’ordinaria amministrazione. Per i politici l’anno è già finito. Stanno già pensando al prossimo quando ci sarà l’elezione del successore di Mattarella e le possibili elezioni politiche anticipate. La idee sembrano essere poche e confuse e forse sperano che il Natale porti consiglio. Infatti Fico ha già detto che solo a Gennaio farà sapere la data della prima elezione che sarà in Febbraio.

Intanto giornali e tv continuano a raccontare previsioni, a volte fantasiose, su chi andrà sul colle più alto. Fingono di non sapere che alla fine probabilmente la spunterà Draghi, che però continua ad evitare l’argomento.

Mentre i dipendenti dell’ex cavaliere continuano ad appoggiare la sua candidatura, ma senza esporsi troppo. Non vogliono bruciarlo: Fingono di non sapere che si è già bruciato da solo da parecchio tempo.

Mentre nei vari talk show va avanti, come sempre, l’ormai abusata ed inutile sfilata di esperti vecchi e nuovi che fingono di sapere tutto sulla nuova variante, ma non ne sanno niente.

Anche la pubblicità stagionale di medicinali per il raffreddore sembra fingere di non sapere che c’è ancora il covid in circolazione.

Quando la realtà diventa finzione tutto diventa incerto e confuso.

Nemmeno seguire le serie tv, che dovrebbero essere finzione vera e propria, è più sicuro. Qualcuno sostiene, per esempio, che Squid Game non è una fiction, da seguire responsabilmente, ma un documentario complottista.

Scivolando

Franco Rossi, lo chiamerò così, lavorava in una banca da più di trent’anni. Ne mancavano ancora quattro per arrivare alla fatidica pensione. Poi entrò in vigore quota 100. Da quel giorno alcuni colleghi e anche il direttore della filiale cominciarono a chiedergli quando sarebbe andato in pensione. Lui, che si sentiva ancora attivo e soddisfatto del suo ruolo di consulente finanziario, dapprima reagì sorridendo, perché pensava che i colleghi lo prendessero in giro.

Ma l’insistenza del direttore lo preoccupava. Temeva che non fosse contento del suo lavoro. Eppure il suo portafoglio era pieno di clienti facoltosi e di somme raccolte piuttosto alte. Dunque sapeva fare ancora bene il suo mestiere. Inoltre, come diceva spesso ad amici e colleghi, non sì sentiva ancora pronto per trascorrere le giornate su una panchina nel parco a dar da mangiare ai piccioni. Poi c’era anche un motivo economico. Sfruttando subito quota 100, infatti, il suo assegno mensile sarebbe stato decisamente più leggero, a causa del minor ammontare dei contributi versati. Quindi per lui la faccenda era chiusa e l’appuntamento con la pensione rimandato al 2023.

Finché, un giorno il direttore lo convocò nel suo ufficio per offrirgli una comoda via d’uscita dalla banca e dal lavoro. La chiamò scivolo, anzi scivolo d’oro. In pratica la banca era disposta a pagargli i quattro anni di contributi mancanti. Rossi, a questo punto, superata la sorpresa, accettò la proposta sia per le condizioni vantaggiose, sia perché ebbe la sgradevole sensazione che la banca volesse liberarsi di lui. Si considerò vittima della cosiddetta ristrutturazione aziendale, ovvero la tendenza ridurre al massimo il personale. Infatti nelle banche stanno scomparendo gli sportelli sostituiti da terminali che permettono di ritirare o versare denaro.

Qualche settimana dopo Rossi, visto che proprio non riusciva a stare senza lavorare, cominciò a collaborare come consulente esterno, con un’altra banca. Ma, ogni tanto, si chiedeva ancora quale fosse la vera ragione del suo pensionamento forzato.

L’ha scoperto qualche mese dopo, grazie ad un incontro casuale con suo ex collega ancora in servizio. Quello gli spiegò che al suo posto era stato assunto un ragazzo poco più che ventenne con uno contratto atipico. Dal lunedì al mercoledì lavorava come dipendente part-time. Mentre al giovedì e al venerdì lavorava come libero professionista. Di fronte a questa rivelazione Rossi capì che la banca non ce l’aveva con lui, ma con il suo stipendio, frutto di parecchi scatti di carriera e di anzianità Infatti, dopo un rapido calcolo, ha concluso che il ragazzo neo assunto dovrebbe costare alla banca circa un terzo di quello che costava lui. Quindi i conti tornavano per lui e per la banca.
Ma non per il giovane neo bancario che aveva preso il suo posto.

Gente che corre

Qualcuno li chiama semplicemente corridori. Ma non sono maratoneti e neppure fanatici del jogging. Corrono e basta. Dovunque. Lungo strade principali, secondarie e di campagna. Hanno un’età apparente tra i trenta e i quaranta anni. Uno di loro passa tutte le mattine davanti a casa mia. Va a comprare il giornale all’edicola dietro l’angolo e poi se ne torna a casa che è distante circa sette chilometri.

Un altro munito di occhiali da sole, zainetto, pantaloncini corti e scarpe da trekking corre quasi ogni giorno sul ciglio di una trafficatissima strada provinciale.

Un altro ancora va avanti e indietro da un quartiere di periferia al centro della città spingendo una bicicletta sulla quale non sale mai.

Una volta ho chiesto a uno di loro dove stesse andando cosi di corsa e  lui mi ha dato una riposta un po’ confusa ma, allo stesso tempo, chiarissima:“ Non lo so, ma devo andare.”

Uno psicologo direbbe che sono affetti da una sindrome ossessivo-compulsiva e un medico che soffrono di ipertiroidismo.

A me, invece, piace pensare che stiano cercando una via du fuga da questa piccola Italia da troppo tempo in bianco e nero, e adesso anche pandemica, per andare verso nuovi orizzonti più ampi, colorati, liberi dal Covid e dal governo Draghi.

Panacensis

Una volta alcuni di loro giravano per i villaggi del selvaggio west e non solo, vendendo rimedi miracolosi, panacee in grado di guarire tutti mali e perfino di far ricrescere i capelli.  Quando qualcuno capiva che erano ciarlatani rischiavano di fare una brutta fine, ma erano gli incerti del mestiere. I loro eredi nel terzo millennio, invece, non hanno bisogno di andare in giro per paesi e città. Oggi basta un blog, un account facebook o twitter.

Lo scopo è sempre quello di guadagnare soldi a spese dei più creduloni o disperati e la valuta è quella virtuale, ma quotatissima dei click e dei like che, in un secondo tempo, viene trasformata in moneta corrente. Se tutto rimanesse in rete i vari negazionisti- complottisti avrebbero certo un seguito, ma comunque limitato. Invece debordano negli altri media che ne ospitano ogni giorno qualcuno e così le loro idee arrivano nelle case di tutti gli italiani.

Certo oggi non rischiano più il linciaggio, ma una brutta fine, a volte, la fanno lo stesso perché, a differenza dei loro progenitori, alcuni di loro credono in quello che dicono. Come quel no vax austriaco che combatteva il virus con clisteri alla candeggina ed è morto. Stessa sorte è toccata ad un suo collega texano che si curava con un antiparassitario per cavalli.

Visti gli esiti funesti delle loro idee non dovrebbero essere ritenuti credibili, ma alle tv, in particolare a quelle di destra, non importa. Infatti li ospitano quotidianamente per alimentare un dibattito, spesso surreale, che sembra uno di quelli sul campionato di calcio.

Ma qualche politico è interessato ai voti dei vari no vax, no covid ecc…E la giostra continua a girare. Così va a finire che parecchi italiani credono alle teorie strampalate e pericolose di quegli improbabili personaggi. 

Il rapporto annuale del Censis lo conferma. Infatti “per il 5,9% degli italiani (circa 3 milioni) il Covid non esiste, per il 10,9% il vaccino è inutile. E poi: il 5,8% è convinto che la Terra è piatta, per il 10% l’uomo non è mai sbarcato sulla Luna, per il 19,9% il 5G è uno strumento sofisticato per controllare le persone. Perché sta succedendo? È la spia di qualcosa di più profondo: le aspettative soggettive tradite provocano la fuga dalla realtà. È un sonno fatuo della ragione, che crede nel pensiero magico, stregonesco, sciamanico, che pretende di decifrare il senso occulto della realtà»

Una realtà che non è per niente rassicurante, specie per i giovani. Infatti, dice ancora il Censis.“per l’81% degli italiani oggi è molto difficile per un giovane ottenere il riconoscimento delle risorse profuse nello studio.” Quindi migliorare la propria condizione sociale ed economica sembra una missione impossibile. tanto più se il Covid continuerà a circolare.

Ma non più tardi di un paio di settimane fa, o poco più. qualcuno molto autorevole, non aveva detto che la pandemia era quasi finità?

Appunti romani

Trinità dei Monti 2021

Sono andato a Roma dopo quasi due anni di assenza. Ho trovato una città diversa da come la ricordavo. Non c’era il solito traffico caotico e le strade non erano piene di turisti.

Anche nei negozi non c’era molta gente. Alcuni sono chiusi e forse non riapriranno più. Nella splendida galleria intitolata ad Alberto Sordi, in piazza Colonna, tutti i negozi erano chiusi. E’ rimasta solo la libreria Feltrinelli. Dicono che è tutta colpa degli affitti troppo alti e della pandemia. 

Tuttavia il minore affollamento ha anche un pregio, ti permette di vivere meglio la città ed apprezzarne i monumenti e gli angoli più suggestivi. Ad esempio, davanti alla fontana di Trevi non c’era tanta gente e la si poteva ammirare senza nessuno davanti ad ostacolare la visuale. 

Per la prima volta ho visto tutta intera anche la scalinata di Trinità dei Monti, dove di solito si soffermano tanti romani e tanti turisti. Però vederla quasi deserta faceva un po’ impressione.

Non era molto affollato nemmeno il Pantheon un luogo dove vado ogni volta che mi capita di andare a Roma. Perché sotto quella cupola si provano suggestioni uniche che sono possibili solo in un luogo come quello rimasto pressoché intatto dopo duemila anni.

Come ha scritto Stendhal, è straordinario poter veder con i propri occhi quello che vedevano i romani di duemila anni fa. Ammirare quello spazio rotondo che è assolutamente inclusivo, aperto a tuti gli dei e a tutti i visitatori senza distinzioni di razza, sesso e religione. Uno spirito così diverso da quello che oggi alimenta tanti integralismi religiosi in giro per il mondo.

Quest’anno , per la prima volta ho potuto apprezzare appieno tutta la sua maestosa semplicità data la scarsa affluenza di pubblico. 

Pantheon 2021

A proposito di pubblico non c’erano gli onnipresenti turisti giapponesi e nemmeno i tanti artisti di strada e le frotte di finti legionari che, di solito, si aggiravano nei pressi del Colosseo. Ho visto solo un mimo un po’ sovrappeso ed un paio di ragazzi che suonavano la chitarra.

Mentre al Pantheon ho ritrovato un personaggio che ormai ne è parte integrante come una colonna dorica. E’ una vecchietta piccola, esile, vestita di nero e curva sotto il peso degli anni. Aveva una ciotola in mano, con dentro una foto del papa, ed invitava i passanti a lasciare un obolo. Indossava il solito vestito nero con in testa un foulard, nero anch’esso, e, data la situazione, anche una mascherina ovviamente dello stesso colore. Aveva solo una scarpa, quella sinistra. Mentre il piede destro era fasciato, in parte, con una benda bianca.

Che sia una mendicante professionista, oppure no, poco importa perché comunque interpreta perfettamente un personaggio da commedia dell’arte. Un ruolo che, probabilmente, nel corso degli anni, e forse dei secoli, è stato interpretato da tanti attori diversi. Forse già ai tempi di Adriano quando il Pantheon fu ricostruito. Eterno, come la città eterna.

P.S.

Non ho incontrato né gabbiani aggressivi né cinghiali. Forse, dopo la  lunga e faticosa campagna elettorale, si sono presi una vacanza.

Numeri a caso

C’erano una volta i numeri, numeri certi, indiscutibili messi nero su bianco. Si riferivamo a dati riguardanti l’economia, la popolazione, la sanità, la scuola, le abitazioni, i nostri consumi e via enumerando. Erano pochi e non venivano mai contestati.

In questo terzo millennio, invece, i numeri sono diventati una valanga che ci travolge tutti i giorni. Una tendenza che era già emersa negli anni novanta. Così. anno dopo anno, diventa sempre più difficile capire come stanno le cose. Ognuno interpreta i numeri come vuole.

A cominciare dai politici che spesso si presentano in tv con dei fogli in mano per dimostrare le loro tesi, o meglio, le loro opinioni. Ma non sono i soli.

Tanti esperti di vario genere ed addetti ai lavori  per anni hanno sparato e commentato numeri a caso sull’andamento dell’economia. Chi sottolineava la gravità della crisi infinita, chi la minimizzava e chi la negava del tutto.

Per anni qualcuno ha sostenuto che gli italiani stavano benone perché affollavano i ristoranti e possedevano tutti un cellulare.

Adesso, la stessa cosa succede con la pandemia. Ognuno interpreta i dati con maggiore disinvoltura di un astrologo che interpreta le stelle. Non ci sono più certezze.

La matematica è diventata un’opinione.

Eco scossa

Da qualche settimana sto pensando di cambiare una delle auto di famiglia, ma non riesco a decidere che tipo di motore avrà la futura inquilina del mio garage.  Gli esperti sconsigliano il diesel. Ormai è considerato morto e sepolto. Mentre un motore a benzina va bene solo se si intende usare l’auto fino a che si disintegra.  Dicono che in futuro venderla sarà un problema serio perché  nessuno la vorrà più. 

Allora ho pensato ad un’ibrida. Ne ho provate un paio ma le ho trovate lente, tutte votate al risparmio, fatte per andare piano, senza fretta. Perché in caso contrario, oltre a prestazioni deludenti si ottengono solo alti consumi.

Infine l’auto elettrica che è di grande attualità e anche di gran moda. Da queste parti i più modaioli e danarosi sfilano silenziosamente per le vie del centro sulla Tesla. A quanto pare piace anche alle signore più benestanti. Ne ho vista una, non più giovanissima, che indossava un tailleur dello stesso colore della macchina.

Però mia moglie non intende fare lo stesso ed io non ho nessuna intenzione di finanziare le gite spaziali di Elon Musk.

Ma il problema rimane. Così ne ho parlato con un conoscente, un ingegnere elettronico che va in giro tutti i giorni sulla macchina elettrica che l’azienda per cui lavora gli ha messo a disposizione. 

Mi ha subito elencato i pregi delle auto a trazione elettrica: silenziosità, facilità di guida, robustezza e grande accelerazione. Ma, subito dopo, è passato ad elencare i difetti.

Anzitutto l’autonomia che è sempre inferiore a quella dichiarata e scende ancora di più se si schiaccia troppo l’acceleratore, Soprattutto con le auto più piccole che hanno poco spazio per le batterie. Mentre quelle più grandi, come i suv, possono ospitare molti moduli elettrici nei loro ampi pianali, garantendo così maggiore autonomia, ma hanno dei prezzi che vanno dai 40.000 euro in su.

Comunque, qualunque modello si scelga, vista la carenza di colonne di ricarica è bene munirsi di un wall box da installare nel garage. A volte è compreso nel prezzo dell’auto. Ma, naturalmente, bisogna avere un  garage e non è da tutti.

Poi, secondo lui,  quella elettrica, non è una scelta ecologica come vorrebbero farci credere: Di petrolio c’è n’è ancora tanto, ha detto, e se non finirà più nei serbatoi delle automobili servirà a produrre l’energia necessaria a ricaricarle. A questo punto gli ho chiesto come mai tante case automobilistiche stiano sfornando continuamente modelli elettrici. Mi ha risposto che non è per soldi, ma per denaro.

Infatti hanno scoperto che un’auto elettrica ha un motore più semplice con molte meno componenti di uno tradizionale. Quindi mettere insieme un mezzo elettrico è più semplice e richiede meno lavoro. Infatti, non  più tardi di qualche settimana fa, il Ceo del gruppo VW, Herbert Diess, ha annunciato che, nei prossimi anni, in seguito alla maggiore produzione di veicoli elettrici pensa di licenziare circa trentamila dipendenti del gruppo. 

Poi il mio esperto ha aggiunto che bisogna considerare anche il risvolto umanitario.

Infatti le batterie hanno due componenti fondamentali: il cobalto ed il litio. Il cobalto viene in gran parte dalle miniere del Congo dove uomini e bambini rischiano la vita per qualche spicciolo al giorno. Strano destino quello della nazione africana, da sempre legato a quello della motorizzazione. Tutto è cominciato nel 1890, due anni dopo l’invenzione dei pneumatici da parte di John Boyd Dunlop, quando il Congo con le sue foreste di alberi della gomma diventò il maggior produttore mondiale della materia prima necessaria alla  fabbricazione dei pneumatici. Mentre oggi con l’aumento della produzione di auto elettriche è fortemente aumentata la richiesta di cobalto.

Il litio, invece, viene estratto in gran parte dalle miniere della Bolivia dove, ancora una volta, uomini e bambini sono costretti a lavorare sotto terra in condizioni disumane per un pezzo di pane  e con gravi conseguenze per la loro salute.

A questo punto se anche avessi avuto intenzione di comprare un’auto elettrica queste informazioni mi avrebbero sicuramente fatto passare la voglia. 

Magari diventerò un no-plug o comunque si chiamino i contrari alla mobilità elettrica. 

Intanto, però, non so ancora che macchina porterò a casa.

Forse mi attaccherò alla canna del gas, nel senso che potrei scegliere un’auto a metano. Chissà!