Fai da te

All’inizio c’erano solo i distributori di benzina. Poi sono arrivati le mense, i ristoranti degli autogrill, gli happy hour, i wine bar e quei minuscoli ambienti aperti nei centri storici, dove a qualsiasi ora è possibile rifornirsi di merendine, acqua minerale e bibite varie.. Insomma i self service ormai hanno preso piede dappertutto.

In teoria ci guadagna il cliente che paga meno e il gestore del servizio, che risparmia sul personale. Quindi, fin qui tutto bene.

Le cose cambiano quando il fai da te riguarda le informazioni e le opinioni. Con l’avvento dei social sono sempre più numerosi quelli che seguono il loro politico di riferimento e ne leggono direttamente il pensiero sul suo profilo social. Saltando a piedi pari giornalisti e opinionisti che riferiscono e commentano l’ultima uscita del politico in questione Così si risparmia tempo e fatica.

Invece di confrontare opinioni e commentare fatti si scelgono dagli scaffali dei social opinioni precotte e predigerite, spesso suggerite al politico dallo spin doctor di turno, che raccontano ai vari followers quello che vogliono sentirsi dire e sono pronti ad indignarsi a comando. Come nel caso della foto fake pubblicata da Toti con i bambini in ginocchio davanti alle seggiole per mancanza di banchi. Invece era solo un gioco. Ma in molti credono ancora alla prima che ha detto Toti. A qualcuno bisogna pur credere.

Altri molto impegnati nella ricerca di notizie alternative si connettono tutti i giorni a qualche sito o blog complottista per aggiornare la lista dei loschi figuri che tramano alle nostre spalle. La seguono come fosse una soap opera, che ad ogni puntata riserva sorprese inverosimili. Ma la trovano appassionante e ricca di spunti per le conversazioni con gli amici.

Quindi continuano così. Come tutti quelli che non hanno, né il tempo né la voglia di cucinare e consumano piatti pronti dopo averli scaldati nel microonde.

Fermate il mondo. Voglio scendere!

Da anni alcuni studiosi sostengono che questo scorcio di millennio che stiamo vivendo ricordi da vicino il medioevo. Definiscono la società guida dell’occidente, quella americana, come la più medievale del mondo con i più ricchi simili a dei feudatari. Indicano i lavoratori con i braccialetti elettronici e i precari mal pagati, come molto simili ai servi della gleba.

Sembrava una forzatura, una provocazione fatta ad arte per smuovere le coscienze, Invece quest’anno di medioevale ha avuto parecchi elementi.

Anzitutto la pestilenza. Poi le pozioni magiche in grado di sconfiggere il morbo.

All’inizio c’era l’Avigan medicina miracolosa che faceva bene ai giapponesi. Ma bastava farne l’anagramma, che richiama direttamente l’oscuro oggetto del desiderio maschile, per avere qualche dubbio sulle sue capacità terapeutiche. Quindi è venuto il turno dell’idrossiclorochina, raccomandata da Trump ed in grado di disinfettare chiunque dalla testa ai piedi. Ma forse più indicata come lava-pavimenti.

In questi giorni si parla molto della quercetina una sostanza che si può facilmente assumere mangiando uva o bevendo vino, purché siano rossi. Cura bioologica e a basso costo.

Poi c’è la versione moderna della figura centrale di ogni pestilenza: l’untore. Una volta era una specie di diavolo malefico e misterioso che si aggirava per le strade spargendo il morbo a piene mani. Adesso invece, di lui sappiamo tutto: nome e cognome, account Facebook o Twitter. Ma di solito, mantiene un basso profilo. Non vuole mettersi troppo in mostra. Magari lo farà in seguito.

I più scatenati sui social, invece, sono quelli non contagiati dal corona virus ma da quello del complottismo. Di solito sostengono che la pandemia non sia legata al malocchio o alla sfortuna, ma a qualche oscuro complotto ordito da inafferrabili e misteriose organizzazioni internazionali.

Però , ogni tanto, capita di sentire delle storie che non sono nate dalla fantasia malata di qualche hater o di un regista pazzo, ma dalla realtà sociale del 2020. Vicende reali, che sembrano arrivare dall’anno mille.

Come quella della coppia di veneti, che durante il lockdown, ha cercato di raggiungere Lampedusa, ma non per vedere l’arrivo dei migranti, bensì per arrivare alla fine del mondo. Perché, secondo i loro calcoli di terrapiattisti, da quelle parti doveva esserci il bordo estremo della terra. Spaventati da questo mondo impazzito in preda alla pandemia, volevano andare via. Forse hanno pensato.”Troviamo la fine del mondo e scendiamo”.

Il treno del si

Votare si? Forse. Votare no? Può darsi: Oppure è meglio scegliere il ni e non andare a votare? La risposta non è semplice. La sinistra è divisa come al solito. Zingaretti invita a votare si, ma lo fa sottovoce, senza convinzione, per il quieto vivere. E’ al governo con i promotori del referendum e un no potrebbe creare attriti indesiderati. Ma Prodi voterà no. Mentre Bonaccini, renziano di ritorno, voterà si. Zanda e Speranza, invece, diranno di no. Mentre qualcun altro, ancora più di sinistra, come Paolo Flores d’Arcais , voterà si.

Per un militante o un simpatizzante del Pd è un bel dilemma. Meglio seguire la linea del partito, come una volta, oppure no. Difendere nuovamente la costituzione nata dalla resistenza o cominciare a cambiarla? Il dibattito politico non aiuta a prendere una posizione. I toni sono pacati, quasi dimessi. Anche la bestia, il rotwailer digitale di Salvini qualche volta abbaia ancora, ma non morde più. Non è più un un nemico da cui difendersi, come era successo in Gennaio, in Emilia Romagna, dove in tanti erano andati a votare contro di lui. Del resto in Italia da decenni non si vota per qualcuno, ma contro qualcuno. Salvini era un bersaglio facile da individuare e colpire. Come lo era stato Renzi e, ancora prima, Berlusconi.

Mentre adesso non c’è più un avversario contro cui scagliare il proprio voto. A meno che non si considerino tutti i politici una banda di fannulloni e incapaci, che prendono stipendi favolosi a spese dei contribuenti, come recita la propaganda populista. Un messaggio semplice e diretto facile da diffondere e far credere, ma difficile da smentire. Come una fake new. Anche in questo caso la semplificazione paga.

Mentre se qualcuno volesse fare una scelta informata e consapevole sul quesito referendario si troverebbe davanti una strada in salita. Dovrebbe leggere articoli lunghi e complicati, pieni di riferimenti a leggi elettorali, articoli della costituzione e a politici del passato. Argomenti complessi che, spesso, lasciano il tempo che trovano. Anzi a volte sono controproducenti. Ad esempio quando cercano di dimostrare che il taglio delle poltrone porterebbe ad un risparmio irrisorio di circa cinquanta milioni all’anno, Per un italiano medio che era milionario con la lira ed è stato impoverito dall’euro e dalla crisi cinquanta milioni di euro, che poi equivalgono a cento miliardi di lire, sono una cifra consistente. Forse è anche per questo che il fronte del si, stando ai sondaggi, potrebbe arrivare al’70% o anche più su.

Mentre tra i politici la situazione appare piuttosto diversa. L’entusiasmo iniziale degli annunci acchiappa-voti di un paio di anni fa si è raffreddato. Anche tra i più accesi sostenitori del taglio dei seggi come i grillini. Forse si sono resi conto che l’esito di questo referendum li riguarda direttamente. Infatti potrebbe tagliare a molti di loro il ramo, anzi la poltrona, sulla quale sono comodamente seduti, che già traballava in vista delle prossime elezioni, a causa della perdita di consensi avvenuta negli ultimi due anni. Poi, con la vittoria del si, i posti disponibili si ridurrebbero ulteriormente, suscitando parecchi malumori.

Anche nei partiti di destra la situazione è simile. Infatti ogni giorno da qualche loro esponente arrivano appelli per il no. Sia pure con toni piuttosto sfumati perché ormai il referendum è come un treno in corsa, carico di si, che è impossibile fermare. Quindi non possono fare altro che prepararsi al dopo voto, magari sperando di attenuarne o annullarne gli effetti. Come accadde anni fa con alcuni quesiti referendari regolarmente votati dalla maggioranza degli elettori, ma rimasti lettera morta.

Comunque, nell’attesa che il treno del referendum, arrivi alla meta, all’ultima stazione dell’antipolitica, chi vorrà vincere facile voterà si. Chi si accontenterà di una vittoria virtuale diserterà le urne, poiché questa. probabilmente, sarà la scelta che farà la grande maggioranza degli aventi diritto.

Mentre gli irriducibili di sinistra, quelli abituati da anni alle sconfitte, ma fieri di appartenere ad una minoranza virtuosa, voteranno no. Convinti che valga la pena di combattere anche una battaglia che sembra persa in partenza. Non si mai.

Fuoco lento

L’anno scorso in questi giorni stava ancora andando in onda il seguito di: “Una vacanza al Papeete”.

Tutto era cominciato ai primi del mese a Milano Marittima. Dove l’uomo che non doveva chiedere mai, aveva fatto l’errore di chiedere le elezioni molto anticipate, I suoi avversari avevano colto al volo l’occasione per liberarsi di lui.

Primo fra tutti Conte che dopo avergli appoggiato una mano sulla spalla gli aveva detto tutto quello che, di negativo, pensava di lui.

Poi era cominciata la telenovela della nascita del nuovo governo con incertezze, indecisioni e colpi scena. Insomma era stato un ferragosto caldo, caldissimo, quasi di fuoco.

Mentre adesso la notizia politicamente più eccitante è quella che i grillini hanno deciso, un’altra volta, di allearsi con il PD alle elezioni amministrative.

Noi, intanto, stiamo pigramente preparando qualche grigliata sotto il solleone, ma senza fretta. A fuoco lento.

Buon ferragosto a tutti!

 

Uno sguardo da sotto il ponte

Unknown

 

Durante il lockdown era cambiata la nostra percezione del tempo. Anche qui in provincia dove la vita non è frenetica come in una metropoli. Per molti ritrovarsi improvvisamente l’agenda giornaliera quasi vuota con l’unico impegno di andare a far spesa o portare i giro il cane, è stato traumatico.

Le giornate di solito corte. con le ore che passavano veloci sono diventate lunghe, a volte interminabili. Era come se tutto il mondo, o meglio, il nostro piccolo mondo, si muovesse al rallentatore. Durante il fine settimana, molto spesso soleggiato, era anche peggio. Niente gita fuori porta né passeggiata al parco o in centro. Negozi chiusi e strade deserte.

Solo la tv aveva mantenuto il solito ritmo frenetico da spot pubblicitario interrotto ogni tanto da qualche programma. Per lo più film o talk show. Anche i tg hanno cercato di mantenere un certo ritmo, ma solo i tanti esperti da bar lo hanno retto con entusiasmo. Mentre i loro protagonisti principali, i politici erano un pò rallentati, a tratti confusi, a volte contagiati. Si passava dalle scenette tragicomiche del duo Fontana-Gallera, alla malattia di Zingaretti, alle sparate di De Luca. Tutti in diretta via internet. Rallentati e improbabili.

L’unico che ha continuato a muoversi a velocità normale era lui, l’ex Giuseppi. Non solo. Ha pure aumentato il ritmo. Mentre l’opposizione giocava ad apri e chiudi lui, dapprima ci ha chiuso in casa e poi ha cominciato a rimbalzare da un canale tv all’altro a spiegarci perché l’aveva fatto.

Ma non si è limitato a questo. Ha allontanato dalla scena il suo ex padroncino di Maio e si è assicurato l’appoggio del Quirinale, diventando In breve tempo il protagonista principale della scena politica .Non appena se ne è reso conto, come già altri arrivati prima di lui all’apice del successo, ha rilanciato l’idea del ponte sullo stretto.

Ma poi, forse ricordandosi che i suoi predecessori dopo aver rispolverato quel vecchio progetto erano caduti in disgrazia, ha cambiato idea: meglio un tunnel sottomarino.

Un’idea probabilmente inattuabile, ma almeno inedita.

Nella speranza che non porti sfortuna.

American food valley

Dall’America in principio era arrivata la coca-cola: ma quello sciroppo per la tosse inventato da un farmacista di Atlanta, non ci aveva convinto del tutto. Preferivamo il vino o la birra.

Poi sono arrivati i fast food che attirano soprattutto ragazzi che, per moda o per golosità, si fanno uno spuntino ogni tanto. Gli adulti non sono accorsi in massa. Ma, qualche volta, un giro tra i panini lo fanno anche loro.

Soprattutto i più poveri che si consolano con un hot dog o un hamburger non potendosi permettere una cena al ristorante.

Succede qui, nella Food Valley.

Dove, negli ultimi decenni, anche la produzione di generi alimentari è cambiata. Le coltivazioni intensive aumentano e anche la produzione dei prodotti più tipici. sta diventando sempre più industriale.

Ad esempio, tanti anni fa il fidanzato di mia zia faceva il custode in un prosciuttificio. Il suo compito principale era quello di aprire e chiudere un centinaio di finestre per fare entrare la quantità d’aria necessaria a far maturare i prosciutti.

Adesso sarebbe disoccupato. Infatti le finestre dei prosciuttifici rimangono sempre chiuse. A garantire la giusta temperatura e un adeguato grado di umidità ci pensano degli impianti di condizionamento che potrebbero climatizzare un intero quartiere e sono senz’altro più efficienti del mio mancato zio. Ci ha guadagnato la quantità, mentre la qualità si è livellata ed offre un prodotto medio senza più punte di eccellenza, ma in grado di generare maggiori profitti.

Evidentemente la mentalità, molto americana, del guadagno prima di tutto ha fatto proseliti anche qui. Portandosi dietro anche qualche pezzo di cultura popolare e religiosa proveniente da oltre oceano.

Infatti da anni ormai abbiamo aggiunto Halloween all’elenco delle feste comandate, anche se non sappiamo ancora bene cosa sia.

Inoltre stanno sorgendo chiese battiste, apostoliche ed evangeliche. Certo sono frequentate da stranieri, ma potrebbero essere un indizio, anche se piccolo, del fatto che, anche da queste parti, sta mettendo radici l’etica protestante. Quella che, come sosteneva Max Weber, è alla base dello spirito del capitalismo. Ovvero la convinzione che il successo negli affari sia un segno della grazia di Dio.

L’ultima evoluzione di questa idea si chiama neoliberismo.

La dottrina che seguono certi dirigenti delle multinazionali, ormai entrate da tempo nel settore agroalimentare. Sembra siano convinti che le ricchezze accumulate dai più ricchi prima o poi arriveranno, con una sorta di effetto cascata, anche ai più poveri. Che, però stanno aspettando invano da decenni questa manna dal cielo, mentre le loro condizioni di lavoro, nel frattempo, dagli anni ottanta ad oggi, sono peggiorate e il potere di acquisto dei loro stipendi è diminuito. Come in America.

Comunque sia, però, su una cosa abbiano tenuto duro nonostante tutto: il menù.

Come è successo ad un mio amico che, qualche mese fa, stava organizzando una cena aziendale per clienti di riguardo e si è visto proporre da un albergo-ristorante a cinque stelle un menù a base di bistecche texane e vino della Napa Valley.

Per un abitante della Food Valley era decisamente troppo e ha subito cambiato ristorante.

Commentando quell’episodio ha detto:”Ci stiamo americanizzando e non facciamo niente per nasconderlo.”

Un’estate al mare

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Pensavamo non fosse possibile oppure che si rivelasse una esperienza terribile. Solo un paio di mesi fa si ipotizzavano spiagge trasformate in labirinti di plexiglas, ristoranti e spiagge semi deserti per via del distanziamento sociale e negozi in crisi con le saracinesche abbassate per sempre. Insomma, addio vacanze.

Proprio quest’anno che, contrariamente al solito, mia moglie aveva scelto la meta, San Vincenzo in toscana, e anche l’albergo già a Gennaio. Mancavamo dal mare da un paio di anni e ne avevamo nostalgia. Poi l’epidemia ha cancellato tutto. Però nelle ultime settimane dopo le varie fasi, (a proposito siamo ancora in fase due o siamo arrivati alla fase tre?), la situazione è migliorata parecchio nonostante le previsioni funeste di tanti pseudo esperti.

Così, qualche giorno  prima dell’inizio delle ferie, abbiano provato a cercare un posto di mare dove passare qualche giorno. Tramite Booking o simili non abbiamo trovato posto e allora abbiamo telefonato ad un albergo che conoscevamo. Era disponibile una sola camera, per di più piccola, ma l’abbiamo presa lo stesso. In effetti piccola lo era e il bagno ancora di più, ma c’era il balcone con vista mare, quindi non ci siamo lamentati.

L’albergo era pieno e la spiaggia non troppo affollata. Alla sera le strade del paese erano animate, ma senza assembramenti degni di nota. Albergatori, ristoratori e commercianti ci sono sembrati più gentili e disponibili del solito. Anche due fratelli che gestiscono un ristorante in centro, bravi e buoni, ma dai modi solitamente piuttosto burberi.

Certo non erano eccitati come qualche anno fa, quando a poche miglia dalla spiaggia erano ormeggiati due giganteschi yacht di altrettanti oligarchi russi. Secondo il giornale locale, avrebbero potuto fare il bagno nei dollari come Paperone e tutti speravano di averli come clienti.

Insomma è andato tutto bene. Non ho nemmeno preso il solito eritema solare.
Solo le mascherine ci ricordavano il virus. Per il resto, tutto normale, anzi di una inaspettata normalità.

Salto a tre

Conte è’ l’uomo del momento non c’è dubbio. Al ritorno da Bruxelles è stato addirittura accolto in parlamento da una standing ovation. Forse non era mai successo. Hanno applaudito tutti, tranne uno: il più prepotente  dei suoi due ex padroni.

Anche l’altro ex padroncino non si è spellato le mani. Ma tutti gli altri, persino Renzi, hanno salutato non tanto i miliardi che ha portato a casa, ma il fatto che così ha consolidato la sua posizione di presidente del consiglio e attualmente non ha rivali.

L’ex Giuseppi è il vincitore del momento e tutti vogliono salire sul suo carro. Ma bisogna fare in fretta, i posti disponibili non sono tanti. Infatti con tempismo perfetto in tre, Quagliariello, Toti e Romani hanno lasciato l’ormai esaurito partito azienda e sono approdati nel gruppo misto.

La motivazione ufficiale è che sarebbero in disaccordo con Berlusconi che ha più volte manifestato l’intenzione di appoggiare il governo.

Ma i giornali di destra avanzano l’ipotesi che i tre siano, invece, in attesa del momento più favorevole per passare nei banchi del governo. Ma senza l’ingombrante presenza del loro ormai ex datore di lavoro sgradito ai grillini.

Se questo fosse vero sarebbe un bel cambiamento di rotta per uno come Toti. Solo qualche mese fa sembrava sul punto di trasferirsi sul carroccio con armi e bagagli mentre adesso se Conte facesse un suo partito o avesse bisogno di uomini per rafforzare il governo sarebbe pronto a fare il “salto del Quagliariello”.

Le feste dell’umidità

Molti le chiamavano amichevolmente così.

Erano un punto di incontro per tutti. Anche per quelli che la sera uscivano di rado o che non erano proprio di sinistra. Erano piccole agorà temporanee dove si potevano incontrare amici e parenti o fare nuove conoscenze. Mio zio ci aveva conosciuto la sua futura moglie. Un mio amico ci aveva trovato un lavoro.

Era possibile anche trovarci libri, vestiti, mobili e oggetti par la casa. Poi si poteva cenare in uno dei tanti ristoranti. Oppure ballare il liscio nella balera o i balli più moderni in discoteca.

Erano le feste dll’Unità provinciali che concludevano la serie delle feste di paese o di quartiere. Oggi  che l’Unità non è più in edicola, quelle di quartiere non ci sono più da tempo, quelle di paese, a volte, si sono trasformate in sagre, mentre quelle provinciali sono in via di estinzione..

Dopo anni di assenza lo scorso anno volevo andare a Festa Reggio quella che, da sempre, era una grande manifestazione nel cuore dell’Emilia rossa.

Quando ancora si chiamava festa dell’Unità i segretari del partito andavano spesso a pronunciare il discorso di chiusura attirando grandi frolle.

Per Berlinguer, nel 1983 si accalcarono in due milioni. Almeno così dice la leggenda.

In seguito a richiamare un gran numero di spettatori sono stati grandi concerti come quello degli U2 nel 1997 o il concertone di Ligabue nel 2005 che fece registrare il record europeo dei biglietti venduti, circa 170.000, per un singolo concerto.

In tempi più recenti, invece, aveva fatto notizia un’affluenza di circa seimila persone riunite sotto un tendone una sera di settembre del 2013.
Certo sono poche per il discorso di un segretario o per il concerto di un cantante di successo, ma diventano tante se affollano il piccolo spazio dedicato ai dibattiti. Quegli eventi un po’ noiosi a cui assistevano solo pochi affezionati volenterosi. Ma quella sera erano accorsi in tanti per ascoltare un certo Matteo Renzi.

Da allora molta umidità è passata tra i pioppi della pianura padana e lo scorso anno a Festa Reggio, non ci sono stati né dibattiti, né discorsi, né concerti perché la festa, per la prima volta nel dopoguerra, non ha avuto luogo.

Gli organizzatori, infatti, non avevano il problema di come accogliere due milioni di visitatori, ma di come pagare due milioni di euro di debiti.

Anche quest’anno non si farà, ma a pochi chilometri distanza, a Modena si terrà, virus permettendo, la festa nazionale del PD. Sarà la fine o un nuovo inizio?

Svolta a destra

Solo pochi anni fa c’era qualcuno, un tizio di Arcore, che si lamentava della egemonia culturale della sinistra. Sosteneva che la cultura e l’informazione erano monopolio della sinistra. Non perdeva occasione per dare la colpa dei mali dell’Italia e del mondo ai comunisti anche se di comunisti in giro non ce ne erano più. Ma lui continuava a combatterli con le sue reti televisive ed i suoi giornali.

Non so se abbia cambiato idea, ma di sicuro oggi il panorama dell’informazione italiana è tutt’altro che di sinistra. L’Unità ha chiuso i battenti da tempo, mentre l’unico giornale che si dichiara ancora comunista, il Manifesto, non ha certo una diffusione paragonabile a quella del Corriere, della Stampa o di Repubblica.

Quest’ultimo era nato come giornale di sinistra che doveva fare concorrenza addirittura all’Unità che allora, alla fine degli anni settanta, poteva ancora vantare un certo numero di lettori ed abbonati. Negli anni successivi era diventato un giornale di sinistra sui generis che guardava al centro e a quello che rimaneva del pensiero liberale. Ma dava comunque fastidio al tizio di Arcore che cercò di comprarlo senza riuscirci.

Da sempre critici nei confronti dei partiti della sinistra con l’intenzione di stimolarne il rinnovamento gli editorialisti di Repubblica offrivano spesso preziosi consigli al segretario di turno. Consigli non richiesti che, quando sono stati ascoltati, non hanno prodotto grandi risultati. come nel caso di Renzi, l’ultimo che li ha fatti propri.

Spesso mi sono chiesto se quei suggerimenti avessero lo scopo di mandare in malora chi li avesse ascoltati. Chissà! Comunque sia ormai è tutta acqua passata.

Il nuovo direttore Molinari, in una intervista al Foglio, a chi gli chiedeva in che direzione volesse portare il giornale ha risposto, banalmente, che destra e sinistra sono categorie ormai superate. Il che tradotto significa che anche Repubblica si aggiungerà al lungo elenco di giornali vicini alla destra. Portando termine un percorso iniziato già da tempo.

Come ben sa Carlo De Benedetti storico editore di Repubblica che sta preparando un nuovo giornale, questa volta di sinistra, che si chiamerà Domani ed uscirà in autunno.

Ma oggi il panorama è desolante. A quanto pare ogni editore pensa che, visto che la maggioranza degli italiani è di destra, per avere successo bisogna andare in quella direzione.

C’è una sola eccezione a tutto questo: l’Avvenire: Il quotidiano della Cei, anche prima di essere ispirato da Papa Francesco era l’unico giornale con dei punti di vita di sinistra e, negli ultimi tempi, ha pure aumentato la tiratura. Certo non è un giornale rivoluzionario, ma bisogna accontentarsi. E tutto quello che passa il convento.