American food valley

Dall’America in principio era arrivata la coca-cola, ma quello sciroppo per la tosse inventato da un farmacista di Atlanta, non ci aveva convinto del tutto. Preferivamo il vino o la birra.
Poi sono arrivati i fast food che attirano soprattutto ragazzi che, per moda o per golosità, si fanno uno spuntino ogni tanto. Gli adulti non sono accorsi in massa. Ma, qualche volta, un giro tra i panini lo fanno anche loro. Magari su una rombante Harley Davidson. Succede qui, nella food valley.

Dove ormai hanno preso piede le coltivazioni intensive e la produzione sempre più industriale anche dei prodotti più tipici e famosi.

Ad esempio, tanti anni fa il fidanzato di mia zia faceva il custode in un prosciuttificio. Il suo compito principale era quello di aprire e chiudere un centinaio di finestre per fare entrare la quantità d’aria necessaria a far maturare i prosciutti. Adesso sarebbe disoccupato. Infatti le finestre dei prosciuttifici rimangono sempre chiuse. A garantire la giusta temperatura e un adeguato grado di umidità ci pensano degli impianti di condizionamento che potrebbero climatizzare un intero quartiere e sono senz’altro più efficienti del mio mancato zio. Ci ha guadagnato la quantità, ma la qualità si è livellata ed offre un livello medio senza più punte di eccellenza.

Ma cosa importa. In fondo l’uomo non vive di solo pane e salame. Infatti da oltre oceano sono arrivate anche le feste.

Da anni ormai abbiamo aggiunto Halloween all’elenco delle feste comandate, anche se non sappiamo ancora bene cosa sia. Ma è comunque una occasione per bere, ballare, stare insieme e festeggiare il proprio piccolo, grande successo economico. Infatti, a quanto pare, anche qui i soldi sono ormai considerati da molti la cosa più importante della vita.

Forse qualche riflesso dell’etica protestante di cui parlava Max Weber è giunto fin qui.

Sarà un caso ma da qualche anno si stanno aprendo chiese battiste, evangeliche e apostoliche.

Insomma, come dice un mio amico, ci stiamo americanizzando e non facciamo niente per nasconderlo.

Un’estate al mare

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Pensavamo non fosse possibile oppure che si rivelasse una esperienza terribile. Solo un paio di mesi fa si ipotizzavano spiagge trasformate in labirinti di plexiglas, ristoranti e spiagge semi deserti per via del distanziamento sociale e negozi in crisi con le saracinesche abbassate per sempre. Insomma, addio vacanze.

Proprio quest’anno che, contrariamente al solito, mia moglie aveva scelto la meta, San Vincenzo in toscana, e anche l’albergo già a Gennaio. Mancavamo dal mare da un paio di anni e ne avevamo nostalgia. Poi l’epidemia ha cancellato tutto. Però nelle ultime settimane dopo le varie fasi, (a proposito siamo ancora in fase due o siamo arrivati alla fase tre?), la situazione è migliorata parecchio nonostante le previsioni funeste di tanti pseudo esperti.

Così, qualche giorno  prima dell’inizio delle ferie, abbiano provato a cercare un posto di mare dove passare qualche giorno. Tramite Booking o simili non abbiamo trovato posto e allora abbiamo telefonato ad un albergo che conoscevamo. Era disponibile una sola camera, per di più piccola, ma l’abbiamo presa lo stesso. In effetti piccola lo era e il bagno ancora di più, ma c’era il balcone con vista mare, quindi non ci siamo lamentati.

L’albergo era pieno e la spiaggia non troppo affollata. Alla sera le strade del paese erano animate, ma senza assembramenti degni di nota. Albergatori, ristoratori e commercianti ci sono sembrati più gentili e disponibili del solito. Anche due fratelli che gestiscono un ristorante in centro, bravi e buoni, ma dai modi solitamente piuttosto burberi.

Certo non erano eccitati come qualche anno fa, quando a poche miglia dalla spiaggia erano ormeggiati due giganteschi yacht di altrettanti oligarchi russi. Secondo il giornale locale, avrebbero potuto fare il bagno nei dollari come Paperone e tutti speravano di averli come clienti.

Insomma è andato tutto bene. Non ho nemmeno preso il solito eritema solare.
Solo le mascherine ci ricordavano il virus. Per il resto, tutto normale, anzi di una inaspettata normalità.

Salto a tre

Conte è’ l’uomo del momento non c’è dubbio. Al ritorno da Bruxelles è stato addirittura accolto in parlamento da una standing ovation. Forse non era mai successo. Hanno applaudito tutti, tranne uno: il più prepotente  dei suoi due ex padroni.

Anche l’altro ex padroncino non si è spellato le mani. Ma tutti gli altri, persino Renzi, hanno salutato non tanto i miliardi che ha portato a casa, ma il fatto che così ha consolidato la sua posizione di presidente del consiglio e attualmente non ha rivali.

L’ex Giuseppi è il vincitore del momento e tutti vogliono salire sul suo carro. Ma bisogna fare in fretta, i posti disponibili non sono tanti. Infatti con tempismo perfetto in tre, Quagliariello, Toti e Romani hanno lasciato l’ormai esaurito partito azienda e sono approdati nel gruppo misto.

La motivazione ufficiale è che sarebbero in disaccordo con Berlusconi che ha più volte manifestato l’intenzione di appoggiare il governo.

Ma i giornali di destra avanzano l’ipotesi che i tre siano, invece, in attesa del momento più favorevole per passare nei banchi del governo. Ma senza l’ingombrante presenza del loro ormai ex datore di lavoro sgradito ai grillini.

Se questo fosse vero sarebbe un bel cambiamento di rotta per uno come Toti. Solo qualche mese fa sembrava sul punto di trasferirsi sul carroccio con armi e bagagli mentre adesso se Conte facesse un suo partito o avesse bisogno di uomini per rafforzare il governo sarebbe pronto a fare il “salto del Quagliariello”.

Le feste dell’umidità

Molti le chiamavano amichevolmente così.

Erano un punto di incontro per tutti. Anche per quelli che la sera uscivano di rado o che non erano proprio di sinistra. Erano piccole agorà temporanee dove si potevano incontrare amici e parenti o fare nuove conoscenze. Mio zio ci aveva conosciuto la sua futura moglie. Un mio amico ci aveva trovato un lavoro.

Era possibile anche trovarci libri, vestiti, mobili e oggetti par la casa. Poi si poteva cenare in uno dei tanti ristoranti. Oppure ballare il liscio nella balera o i balli più moderni in discoteca.

Erano le feste dll’Unità provinciali che concludevano la serie delle feste di paese o di quartiere. Oggi  che l’Unità non è più in edicola, quelle di quartiere non ci sono più da tempo, quelle di paese, a volte, si sono trasformate in sagre, mentre quelle provinciali sono in via di estinzione..

Dopo anni di assenza lo scorso anno volevo andare a Festa Reggio quella che, da sempre, era una grande manifestazione nel cuore dell’Emilia rossa.

Quando ancora si chiamava festa dell’Unità i segretari del partito andavano spesso a pronunciare il discorso di chiusura attirando grandi frolle.

Per Berlinguer, nel 1983 si accalcarono in due milioni. Almeno così dice la leggenda.

In seguito a richiamare un gran numero di spettatori sono stati grandi concerti come quello degli U2 nel 1997 o il concertone di Ligabue nel 2005 che fece registrare il record europeo dei biglietti venduti, circa 170.000, per un singolo concerto.

In tempi più recenti, invece, aveva fatto notizia un’affluenza di circa seimila persone riunite sotto un tendone una sera di settembre del 2013.
Certo sono poche per il discorso di un segretario o per il concerto di un cantante di successo, ma diventano tante se affollano il piccolo spazio dedicato ai dibattiti. Quegli eventi un po’ noiosi a cui assistevano solo pochi affezionati volenterosi. Ma quella sera erano accorsi in tanti per ascoltare un certo Matteo Renzi.

Da allora molta umidità è passata tra i pioppi della pianura padana e lo scorso anno a Festa Reggio, non ci sono stati né dibattiti, né discorsi, né concerti perché la festa, per la prima volta nel dopoguerra, non ha avuto luogo.

Gli organizzatori, infatti, non avevano il problema di come accogliere due milioni di visitatori, ma di come pagare due milioni di euro di debiti.

Anche quest’anno non si farà, ma a pochi chilometri distanza, a Modena si terrà, virus permettendo, la festa nazionale del PD. Sarà la fine o un nuovo inizio?

Svolta a destra

Solo pochi anni fa c’era qualcuno, un tizio di Arcore, che si lamentava della egemonia culturale della sinistra. Sosteneva che la cultura e l’informazione erano monopolio della sinistra. Non perdeva occasione per dare la colpa dei mali dell’Italia e del mondo ai comunisti anche se di comunisti in giro non ce ne erano più. Ma lui continuava a combatterli con le sue reti televisive ed i suoi giornali.

Non so se abbia cambiato idea, ma di sicuro oggi il panorama dell’informazione italiana è tutt’altro che di sinistra. L’Unità ha chiuso i battenti da tempo, mentre l’unico giornale che si dichiara ancora comunista, il Manifesto, non ha certo una diffusione paragonabile a quella del Corriere, della Stampa o di Repubblica.

Quest’ultimo era nato come giornale di sinistra che doveva fare concorrenza addirittura all’Unità che allora, alla fine degli anni settanta, poteva ancora vantare un certo numero di lettori ed abbonati. Negli anni successivi era diventato un giornale di sinistra sui generis che guardava al centro e a quello che rimaneva del pensiero liberale. Ma dava comunque fastidio al tizio di Arcore che cercò di comprarlo senza riuscirci.

Da sempre critici nei confronti dei partiti della sinistra con l’intenzione di stimolarne il rinnovamento gli editorialisti di Repubblica offrivano spesso preziosi consigli al segretario di turno. Consigli non richiesti che, quando sono stati ascoltati, non hanno prodotto grandi risultati. come nel caso di Renzi, l’ultimo che li ha fatti propri.

Spesso mi sono chiesto se quei suggerimenti avessero lo scopo di mandare in malora chi li avesse ascoltati. Chissà! Comunque sia ormai è tutta acqua passata.

Il nuovo direttore Molinari, in una intervista al Foglio, a chi gli chiedeva in che direzione volesse portare il giornale ha risposto, banalmente, che destra e sinistra sono categorie ormai superate. Il che tradotto significa che anche Repubblica si aggiungerà al lungo elenco di giornali vicini alla destra. Portando termine un percorso iniziato già da tempo.

Come ben sa Carlo De Benedetti storico editore di Repubblica che sta preparando un nuovo giornale, questa volta di sinistra, che si chiamerà Domani ed uscirà in autunno.

Ma oggi il panorama è desolante. A quanto pare ogni editore pensa che, visto che la maggioranza degli italiani è di destra, per avere successo bisogna andare in quella direzione.

C’è una sola eccezione a tutto questo: l’Avvenire: Il quotidiano della Cei, anche prima di essere ispirato da Papa Francesco era l’unico giornale con dei punti di vita di sinistra e, negli ultimi tempi, ha pure aumentato la tiratura. Certo non è un giornale rivoluzionario, ma bisogna accontentarsi. E tutto quello che passa il convento.

Le legge del ma

E’ vero che nella vita anche nei momenti più felici può spuntare come una nube all’orizzonte un ma a rovinare la festa. Anche se, per fortuna, non succede spesso. Invece sui giornali succede tutti i giorni. Fateci caso.

Molti giornali hanno smesso di scrivere che il governo cadrà domani o, al massimo, dopo domani. Allora sono passati al ma. Ad esempio, non perdono occasione per dire che il governo va avanti, ma non decide. E se decide qualcosa come nel caso della gestione delle autostrade e prende la strada della partecipazione statale, arriva puntuale un ma, anzi due. Uno per dire che è un passo indietro. Un altro per spiegare che non è giusto togliere il pane di bocca ai privati.

Il ma diventa un giudizio politico e un boccone indigesto per molti lettori.

Poi c’è un altro argomento dove il ma imperversa da mesi ed è nei resoconti quotidiani sull’andamento dell’epidemia pieni di numeri, che ormai sono meno significativi dei sondaggi di Pagnoncelli. Quasi sempre c’è un ma nel titolo. Ad esempio: calano le vittime, ma aumentano i contagiati, o viceversa. Oppure diminuiscono i contagi, ma a causa del minore numero di tamponi. O ancora. Sempre più spesso succede che ci siano regioni a zero nuovi casi e zero vittime, ma ce ne sono altre dove i casi aumentano. Magari solo di una o due unità. Non importa.

L’importante è piazzare un bel ma.

Colpo di scena

Quando ho letto la notizia ho subito controllato la data e soprattutto l’anno, sul calendario. Magari ero andato a letto nel 2020 e mi ero svegliato nel 2013. Eppure no. Le altre notizie, Covid, Mes o non Mes, Conte o non Conte, erano tutte del 2020. Tranne una. Quella riguardante la condanna per frode fiscale a conclusione del cosiddetto processo Mediaset, a carico di Silvio Berlusconi. La Cassazione ne confermò la condanna a quattro anni di reclusione di cui tre coperti da indulto, mentre il terzo lo avrebbe passato in affidamento ai servizi sociali. Tutto si risolse con visite settimanali alla RSA di Cesano Boscone. Era il 30 Luglio del 2013.

A quanto pare il giudice Amedeo Franco, relatore del processo presso la Cassazione, non era d’accordo con quella sentenza e lo spiegava in una registrazione pubblicata dal “Riformista”. Mentre parlava con Berlusconi e alcuni testimoni  sosteneva che l’allora cavaliere, doveva essere condannato a priori e definiva  i giudici di quel processo il plotone di esecuzione che doveva giustiziarlo.

Parole forti certo, ma può succedere che un giudice non sia d’accordo con una sentenza: E’ normale. Ma che questo venga fatto trapelare sette anni dopo, lo è un po’ meno. Come anche il fatto che nessuno possa chiedere al giudice le motivazioni di quelle parole perché è morto lo scorso anno.

Ma se anche potesse parlare la sentenza arrivata dopo tre gradi di giudizio non cambierebbe di una virgola.

Tutto sommato, quindi, si tratta di una non notizia. Domani sparirà dalle pagine dei giornali e Berlusconi non ridiventerà senatore e neppure il padrone del centro destra.

Quindi potrebbe trattarsi solo della mossa di un vecchio capocomico da tempo lontano dal palcoscenico che ha voluto tornare per un attimo sotto le luci della ribalta riproponendo uno dei suoi cavalli di battaglia. Uno spettacolo che è andato in scena per vent’anni dove lui faceva la parte di un imprenditore onesto e capace perseguitato dalla cattiveria e dall’invidia dei giudici comunisti.

Eppure dovrebbe sapere, dopo decine se non centinaia di repliche, che il pubblico non apprezza più  la sua interpretazione della vittima designata  protagonista di un avanspettacolo fatto di attacchi ai giudici e barzellette sconce.

Allora perché organizzare un simile colpo di scena?

La risposta è arrivata oggi. Lo ha fatto per avere un posto nel governo, come da tempo vorrebbero fare alcuni dei suoi.

Ma loro pensano alle poltrone, mentre lui a tornare protagonista e a liberarsi dell’ingombrante Salvini e dell’imbarazzante Meloni.

E’ solo un’ipotesi, ma in politica non succede mai niente per caso.

Corto circuito

In questi giorni mentre si parla dei miliardi che dovrebbero arrivare dall’Europa, la destra ha cominciato la solita offensiva mediatica sulle tasse. La tesi di fondo è che pagheremo cari gli aiuti europei con interessi da usura che ci costringeranno a versare lacrime e sangue.

Come? Naturalmente con la solita patrimoniale e con tanti aumenti delle tasse. L’Europa non è diventata una mamma gentile e premurosa, come dicono i buonisti del governo, ma è rimasta la matrigna cattiva di sempre.

Di solito i loro argomenti, ormai sentiti tante volte, finiscono qui. Ma questa volta sono andati oltre e hanno rispolverato l’arma letale, quella capace di colpire al cuore la sinistra e il governo tutto: il prelievo forzoso. Pensano che anche dopo ventotto anni il fantasma di Amato che nottetempo sfila i soldi dai conti correnti degli italiani faccia ancora paura. Dicono che tornerà e che a proporlo sarebbe stato nientemeno che un vecchio avversario, nonché ex spauracchio del centro destra: Romano Prodi.

Quindi, approfittando del silenzio della sinistra, si lanciano nella consueta denuncia dell’insopportabile livello della pressione fiscale, sempre più vicina al 50%, che costringe tante brave persone ad evadere o eludere le tasse. Una delle poche possibili forme di protesta contro un fisco iniquo e vampiresco.

Eppure chi dovrebbe protestare sarebbero altri. Primi fra tutti quelli che le tasse le pagano con trattenute dallo stipendio o dalla pensione. Secondo gli ultimi dati disponibili, che risalgono allo scorso anno, infatti, sono loro, il 12,28% dei contribuenti, poco più di 5 milioni di italiani, che pagano il 57,88% dell’Irpef. Segue quello che rimane dell’ormai fantomatico ceto medio, circa mezzo milione di persone, con un reddito di 100mila euro lordi (circa 52mila netti), che versa il 19, 35% di tutta l’Irpef.

Mentre gli altri seguono in ordine sparso con percentuali che vanno dallo zero virgola al 2%.. Con il consueto elenco di imprenditori che guadagnano meno dei loro dipendenti e professionisti con la barca ridotti sul lastrico.

Quindi, comunque vada, quando si tratta di tasse, la conclusione è sempre la stessa.

In Italia le tasse le pagano in pochi perché sono troppo alte. Ma sono troppo alte perché le pagano in pochi.

Il corto circuito fiscale continua.

Estate italiana

Il termometro segna 33 gradi, il cielo è sereno, l’aria calda e umida; la prova costume è già stata fatta; si prenotano appartamenti e alberghi al mare o in montagna; in Trentino si è aperta la stagionale caccia all’orso e il virus è in ritirata. Tra poco vedremo politici e vip vari a bagnomaria nel Mediterraneo. Insomma è estate, la stagione più attesa dell’anno. Anche dai politici. Lo scorso anno hanno dovuto fare gli straordinari a Ferragosto a causa di una tale che voleva i pieni poteri. A proposito, chissà se tornerà al Papeete.

Ma quest’anno il barometro del governo segna bel tempo. Nonostante i ricorrenti titoli dei giornali che raccontano di tensioni, fibrillazioni e strappi imminenti all’interno della maggioranza, nessuno cercherà di far cadere il governo.

Non certo Dibba che, più che un posto in parlamento sta cercando un posto di lavoro.

Non certo Renzi che, pur non capacitandosi della cosa, si è reso conto di non essere più l’idolo delle folle. Sa che in caso di elezioni rischierebbe di dire addio anche al suo seggio da senatore.

Non ci pensa nemmeno Zingaretti che si è aggiudicato con ampio margine il premio Sfiga 2019-2020. Nella motivazione, redatta da Massimo Cacciari, si legge che dopo avere preso in carico un partito in crisi puntava a rinnovarlo partendo dal congresso. Ma poi la caduta del governo giallo verde e la nascita obbligata di quello giallo rosso, ha fermato il suo progetto. Questo 2020 doveva essere l’anno buono per tentare il rilancio del PD e della sinistra, ma poi è arrivato il Covid 19 e, come se non bastasse, lui lo ha preso al volo. Da allora di lui abbiamo saputo solo che è guarito o poco più.

Qualcuno ha notato al sua scarsa intraprendenza e ha lanciato l’idea di cambiare segretario. Ma per farlo dovrebbe passare sul cadavere di Franceschini, attuale segretario ombra del partito.

Il più tranquillo. di tutti, sotto il solleone, sarà sicuramente Conte, che, al contrario di Zingaretti è stato baciato dalla fortuna. La sua poltrona non è affatto in discussione. Lo vedremo presto sulle copertine dei giornali di gossip, immortalato in compagnia della sua fidanzata su qualche spiaggia pugliese e, probabilmente, anche a San Giovanni Rotondo a rendere omaggio al suo santo protettore.

Chi, invece, tra una gaffe e l’altra sogna di far cadere il governo, sono Salvini e Meloni. Ma sono stati spiazzati dal virus e da mesi ormai, sono fermi al vorrei, ma non posso.

Buona estate a tutti.

Il nero e il blu

Quello che segue è il riassunto di una conversazione che ho avuto con un amico che vive a New York da nove anni.

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Poco più di una settimana fa New York era una città fantasma. I negozi e gli uffici erano chiusi e i marciapiedi, solitamente percorsi da migliaia di persone, quasi deserti. Regnava un silenzio irreale.

Ma alle otto di sera tutti i giorni dalle finestre e dai balconi si levava un applauso scrosciante, lungo e senza fischi. Era rivolto al personale sanitario che lottava, e lotta ancora, contro il corona virus. Ma, purtroppo, nonostante il loro impegno, a volte eroico, l’88 per cento dei malati gravi non ce l’ha fatta. Si trattava di pazienti affetti da altre patologie come ipertensione, diabete o obesità che non si erano curati perché non potevano permettersi un’adeguata e costosa assicurazione sanitaria.

La pandemia ha peggiorato la condizione di gran parte di coloro che appartengono a minoranze etniche che già non se la passavano molto bene da quando è in auge quella ideologia retrograda chiamata America First,.Ultimo atto di un neoliberismo che fissa un prezzo per tutto. Anche per la vita.

La tensione sociale che covava sotto il lockdown era palpabile ed è esplosa con la morte di Floyd. La disoccupazione e le disuguaglianze crescenti hanno alimentato le proteste contro il razzismo che è ancora piuttosto diffuso.

Quando Obama era presidente c’erano stati sono stati parecchi episodi di violenza nei confronti degli afroamericani.

Obama negli ambienti più¹ conservatori era visto come un usurpatore. Lo stesso Trump sosteneva che non fosse nato in America e quindi non avrebbe potuto diventare presidente. Inoltre, visto che di secondo nome fa Hussein, come Saddam, doveva essere per forza musulmano.

Come Trump tanti altri americani non avevano digerito un presidente di colore. Questo aveva risvegliato il loro razzismo latente. Alcuni poliziotti lo sfogavano sui black-people che capitavano loro a tiro di pistola.

Poi con l’arrivo Trump alla casa bianca, gli episodi di violenza razziale erano quasi cessati. Evidentemente molti si sentivano rappresentati da un presidente bianco con tendenze razziste.

Ma ora il virus ha cambiato le carte in tavola. Anche nella polizia. Il fatto che alcuni poliziotti abbiano solidarizzato con chi manifestava per l’omicidio di Floyd, invece di difendere i loro colleghi, è un evento storico che non ha precedenti.

Sembra lontanissimo quel dicembre del 2014 quando al funerale di un agente ucciso da un afroamericano che intendeva così vendicare un ragazzo di colore ucciso dalla polizia nonostante fosse disarmato, le divise blu di questa città avevano voltato simbolicamente le spalle al sindaco De Blasio che aveva criticato le loro violenze.

L’epidemia e la conseguente crisi economica hanno colpito i più poveri e i poliziotti non sono certo ricchi.
Forse hanno pensato che il blu delle loro divise non è molto diverso dal colore della pelle degli afroamericani.